
Dal 16 aprile 2007 sono tornato a Milano: faccio il vicecaporedattore di City, il quotidiano free press della Rcs. Fino a quella data qui avreste letto soltanto: "Raccolta di articoli (miei) e di riflessioni (sempre mie o in alcuni casi prese in prestito) che altrimenti leggerebbero solo in Puglia (lavoro per il "Corriere del Mezzogiorno", dorso di cronaca pugliese allegato al "Corriere della Sera")". Ah, dimenticavo: tranquilli/e... Sono consapevole del fatto che, per dirla con Indro Montanelli, "noi giornalisti scriviamo sull'acqua e abbiamo una vita effimera, come le farfalle". Infine: devo forse sottolineare che questo blog non è una testata giornalistica e che viene aggiornato senza alcuna periodicità ? E pure che, pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001? Scriviamolo, visti i tempi che corrono...
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Nome: Marco Brando
Un ex giornalista di provincia ... Ora tornato nella metropoli (beh, Milano - nel suo piccolo - lo è)
:-)
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| Organizzatore:: | |
| Tipo: | |
| Rete: |
Global
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| Data: |
domenica 1 marzo 2009
|
| Ora: |
22.00 - 23.30
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| Luogo: |
SECOND LIFE
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| Indirizzo: |
Brain 2 Brain Plaza
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| Città/Paese: |
Post Falls, ID
|
| : |
| E-mail: |
LA STORIA DEL SIGNORE DI PUNT
INCOLLATO A UNA PANCHINA
di Marco Brando

C'era una volta un signore dalla pelle un po' scura ma non troppo. Era originario di Punt, paese dalle parti dei Tropici, molto noto per la ricchezza ostentata dentro i suoi villaggi turistici; e per la miseria - impossibile da celare - che proliferava nei villaggi normali.
Gusè, così si chiamava, finalmente era riuscito ad avere dalle autorità il permesso di abitare nella città straniera, in cui viveva già da molti tempo. Senonché un giorno, a causa (sembra) di un gruppo di ricchi banchieri che avevano venduto vagonate di soldi falsi, fu licenziato dalla fabbrica che finalmente l'aveva assunto, dopo anni di lavoro più nero di lui.
Un bel guaio. La sua casa - che poi era una stanzetta - gli costava ogni mese quanto il reddito medio annuale di suo fratello Cirost, rimasto a Punt. Gusè dovette bussare alla porta del dormitorio pubblico. Ma una nuova legge, assai previdente, aveva appena stabilito che, senza lavoro, non si poteva più avere il permesso di soggiornare nella città straniera. Così neppure la guardia del dormitorio pubblico lo fece entrare.
Fu a quel punto che Gusè decise di chiamare "casa" una panchina un po' defilata, nel parco pubblico più defilato della città. All'inizio ebbe anche fortuna (a parte il freddo, la fame e la sete). Ad esempio, una notte alcuni bravi ragazzi - cittadini di serie A della città straniera - erano rimasti senza accendino; e sghignazzando gli dissero di aspettare lì, perché ne avrebbero trovato di sicuro uno sotto il sedile del motorino. Lui sentì, come si suol dire, puzza di bruciato e cambiò parco e panchina.
Però la fortuna non poteva essere sempre a suo favore. Così dopo qualche settimana fu svegliato di soprassalto da un gruppo di signori che sembravano anziani boy-scout, ma non lo erano. E poi avevano in mano grossi bastoni. "Siamo la ronda civica", dissero, mostrando il diplomino nuovo di zecca, voluto da ad un'altra nuova legge assai previdente. A lui intanto era cresciuta la barba; e così la ronda gli chiese di mostrare il certificato di iscrizione all'Albo nazionale dei barboni, frutto di un'ulteriore previdentissima legge, appena sfornata dal parlamento. "Il che cosa?", fece in tempo a chiedere Gusè. Subito dopo sentì un forte dolore alla testa; poi dolori ovunque; poi svenne.
Ora il signore originario di Punt non sa bene dove sia finito. Gli pare di vivere in un sogno. Si sente come incollato alla panchina nel parco. Alle sue spalle vede la città straniera, quasi all'orizzonte; di fronte a sé una terra bellissima dalle parti dei Tropici. Sembra Punt ma è molto meglio: come potrebbe essere il suo lontano Paese, se non ci fosse tutta quella miseria e non ci fossero i lussuosi villaggi turistici con le guardie armate fuori. Insomma, un Paradiso; in apparenza così vicino che gli pare di poterlo toccare. Però Gusè proprio non riesce a spostarsi da quella panchina collosa. E non sa perché. O meglio: nel sogno ogni tanto sente una voce lontana. Dice che il Gran Mogol della città straniera non lo farà scollare dalla panchina, perché tanto la colla prima o poi lascerà la presa; e non si può impedire alla suddetta colla di fare il suo corso. Sente anche il Gran Sacerdote che ci complimenta col Gran Mogol. Così Gusè, in attesa che la colla si decida a lasciarlo andare, guarda quel Paradiso tanto lontano e tanto vicino, dalle parti dei Tropici.
ELUANA ORA E' LIBERA
Non sono credente. Però in questo momento voglio poter sperare che lassù ci sia davvero qualcuno o qualcosa: perché quella dolce ragazza possa essere felice. E le voglio almeno dedicare un dialogo scritto da Dino Buzzati, poco prima di morire:
«Dio che non esisti ti prego che almeno su questa grande nave che mi porta via le cabine siano ben aerate.
Ma se non esiste perché lo preghi?
Non esiste fintantoché io non ci credo, finché continuo a vivere come viviamo tutti, desiderando, desiderando…
Troppo tardi.
Per la forza terribile dell’anima mia, forse vile, trascurabile in sé, però anima nella piena portata del termine, se lo chiamo verrà».
Ciao Eluana.