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Professione Reporter

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Dal 16 aprile 2007 sono tornato a Milano: faccio il vicecaporedattore di City, il quotidiano free press della Rcs. Fino a quella data qui avreste letto soltanto: "Raccolta di articoli (miei) e di riflessioni (sempre mie o in alcuni casi prese in prestito) che altrimenti leggerebbero solo in Puglia (lavoro per il "Corriere del Mezzogiorno", dorso di cronaca pugliese allegato al "Corriere della Sera")". Ah, dimenticavo: tranquilli/e... Sono consapevole del fatto che, per dirla con Indro Montanelli, "noi giornalisti scriviamo sull'acqua e abbiamo una vita effimera, come le farfalle". Infine: devo forse sottolineare che questo blog non è una testata giornalistica e che viene aggiornato senza alcuna periodicità? E pure che, pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001? Scriviamolo, visti i tempi che corrono...

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Utente: vinavil
Nome: Marco Brando
Un ex giornalista di provincia ... Ora tornato nella metropoli (beh, Milano - nel suo piccolo - lo è) :-)

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giovedì, gennaio 29, 2009

IL MIO RACCONTO SUL MENSILE "AD" - FEBBRAIO 2009




MARE ANNI '60




Una dimora a La Spezia custode dei primi ricordi




In cinquant’anni ho cambiato venti case: da Genova a La Spezia, fino a Pavia; poi Roma, ancora Pavia, quindi Milano e Bari; infine di nuovo Milano. A ben pensarci, mi meraviglio anch’io del mio nomadismo. Per quel che riguarda l’infanzia e l’adolescenza, tra gli anni ’60 e ’70, posso vantare un alibi: i miei genitori (madre operaia e padre impiegato) non hanno mai posseduto un appartamento. Insomma, eravamo sempre in affitto e si traslocava spesso. Poi, nel 1976, il trasferimento a Pavia: per studiare all’università, tra case dello studente e alloggi condivisi con compagni di studi. Quindi il nomadismo è continuato, scandito da esigenze di lavoro e da altalenanti vicende sentimentali.




Un’avventura durante la quale di case ne ho pure comprate: una, a Milano; due vani più servizi nei pressi del Parco Lambro. Sto ancora pagando il mutuo: scelta fatta in occasione di una liquidazione decorosa, che – alla tenera età di 43 anni – mi fece tradire la pulsione a non mettere radici. Dirà qualcuno: “Allora alla fine una casa verace ce l’hai”. Macché. Troppo facile. Di questi tempi ho due case. La prima è un po’ un museo, stracolma di tutto ciò che sono riuscito a trascinarmi dietro dai1 8anni in poi, qualche migliaio di libri inclusi. Nell’altra convivo da un paio di anni con la mia dolce compagna, Sara, che ne è la proprietaria e con la quale, in verità, sto sfiorando il tema della futura vera dimora comune.




Nell’attesa, posso dire che alcune delle mura tra cui ho vissuto mi sono rimaste nel cuore. La mia ultima abitazione a Pavia, ad esempio: due grandi stanze sovrapposte, nel centro storico, con le travi di legno, tre balconcini, una finestra puntata sul rassicurante orologio dell’ateneo. E la seconda casa milanese: tre vani in un palazzo degli anni Venti a Città Studi, con parquet e persiane provate dal tempo; e con le mensole montate sopra i caloriferi di ghisa, così il mio gatto bianco di allora, Vinavil, poteva scaldarsi senza arrostirsi.




Al primo posto? Due stanze in via Gorgona, a La Spezia, tra il 1960 e il 1965. Lì abitano ancora i miei primi ricordi. Era una casetta rosa, lungo una strada allora sterrata. Torno a guardarla, ogni tanto. Due piani: sopra c’ero io con i miei genitori, sotto un’altra coppia con una figlia, Sandra, la prima amica. Scala centrale quasi in comune, così come la vita.




Stufa a legna in cucina, il tavolo col piano di marmo, le credenze azzurrine non ancora soppiantate dai pensili in fòrmica, un frigorifero Fiat. Attorno, un piccolo giardino, dove giocavo con Black, il mio cane. Una volta nato mio fratello Massimo, traslocammo in una casa più grande, distante meno di un chilometro. Avevo 7 anni e piansi molto: quella distanza mi pareva incolmabile.




Forse fu allora che la “casa dolce casa” diventò per me quella capace di coccolare i ricordi. Capace di custodire il mio passato (libri, vecchie foto, oggetti raccolti nei viaggi) e di ospitare il mio presente, senza impedirmi di progettare il futuro. Un contenitore di sentimenti, virtuale ancor prima che reale. E ora che ho trovato la donna della mia vita, ora che Cumino – il gatto rosso erede di Vinavil – passeggia tra  i libri, ora che gli amici più cari ci portano il loro calore, mi capita ancora di pensare al piccolo nomade che, 43 anni fa, non voleva lasciare quella casetta rosa di via Gorgona. 


 





 


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Postato da: vinavil a 14:47 | link | commenti (1) |
articoli, ricordi personali, belle pensate , altri tempi

martedì, gennaio 06, 2009

GUERRA D'ETIOPIA: LE COLPE DI MUSSOLINI, GRAZIANI E BADOGLIO =
 
(AGI) - Roma, 6 gen. - Dalla frammentaria documentazione sopravvissuta, risulta che sia stato Graziani (il 12 ottobre 1935) il primo a chiedere l'autorizzazione ad usare tutti i mezzi (compresi gli aggressivi chimici) contro il nemico. Tale autorizzazione gli fu concessa da Mussolini il 27 ottobre. A fine anno, quando Badoglio rilevò De Bono al comando del fronte nord (17 novembre), il nuovo generale si trovò in difficoltà ad arrestare la violenta controffensiva etiopica. Pertanto, prim'ancora di ottenere un formale permesso dal Duce (28 dicembre), Badoglio ordinò l'uso dei gas (20 dicembre). Gli attacchi chimici proseguirono per circa tre mesi (l'ultimo documentato risale al 31 marzo 1936). L'iprite era gettata sul nemico dall'aviazione. Ad essere colpite erano soprattutto le retrovie, nei loro punti più strategici (strade, villaggi, guadi, accampamenti, corsi d'acqua). Le bombe più utilizzate erano denominate C.500.T : ciascuna di esse pesava 280 kg e conteneva circa 216 kg di iprite. Ogni bomba irrorava di goccioline di liquido corrosivo (e, quindi, mortale) un'area ellittica di circa 500/800 metri per 100/200 metri.
 
Gli effetti delle bombe duravano diversi giorni: per questo motivo, l'iprite era usata solo lontano dal fronte, in modo che non potesse colpire soldati italiani. Per la stessa ragione, nessun reparto italiano (con l'ovvia esclusione degli aviatori) ha mai assistito ad un attacco condotto contro il nemico mediate gli aggressivi chimici. Questi i testi dei telegrammi che inchiodano Mussolini e Graziani alle loro responsabilità: «Ministero delle colonie, Roma, li 27 ottobre 1935.Segreto. A S.E. GRAZIANI MOGADISCIO. 12409 - Sta bene per azione giorno 29 stop Autorizzato impiego gas come ultima ratio per sopraffare resistenza nemico et in caso di contrattacco.Mussolini»; «Ministero delle Colonie, Roma, li 28 dicembre 1935- XIV. Segreto M.P.A.S. E. Maresciallo Badoglio, Macallè. 15081 - Dati sistemi nemico di cui a suo dispaccio n. 630 autorizzo V. E. all'impiego anche su vasta scala di qualunque gas et dei lanciafiamme. Mussolini»; Ministero delle colonie, Roma, li 19 gennaio 1936-XIV. Maresciallo Badoglio. Macallè. 790 - Manovra est ben ideata et riuscirà sicuramente stop Autorizzo V. E. a impiegare tutti i mezzi di guerra - dico tutti - sia dall'alto come da terra stop. Massima decisione. Mussolini";«Ministero delle Colonie, Roma, li 29 marzo 1936- XIV, Segreto. S. E. Badoglio. Macallè. 3652 Segreto. Dati metodi guerra nemico le rinnovo autorizzazione impiego gas qualunque specie et su qualunque scala.Mussolini».
 
Questa invece la testimonianza di un capo etiope, Ras Immirú. Si riferisce a quanto accaduto il 23 dicembre 1935 sul Fiume Tacazzè. Il documento dimostra che Badoglio agì di sua iniziativa (ancor prima di ricevere la formale autorizzazione di Mussolini, datata 28 dicembr).Tant'è vero che, in risposta proprio al telegramma del Duce, il 29 dicembre Badoglio scrisse: «Già adoperato iprite. Se presenterassi occasione adopererò lanciafiamme. Ricorda Ras Imirrù: «Era la mattina del 23 dicembre e avevo da poco attraversato il Tacazzè, quando comparvero nel cielo alcuni aeroplani. Il fatto, tuttavia, non ci allarmò troppo, perché ormai ci eravamo abituati ai bombardamenti. Quel mattino, però, non lanciarono bombe, ma strani fusti che si rompevano, appena toccavano il suolo o l'acqua del fiume, e proiettavano intorno un liquido incolore. Prima che mi potessi rendere conto di ciò che stava accadendo, alcune centinaia tra i miei uomini erano rimasti colpiti dal misterioso liquido e urlavano per il dolore, mentre i loro piedi nudi, le loro mani, i loro volti si coprivano di vesciche. Altri, che si erano dissetati al fiume, si contorcevano a terra in un'agonia che durò ore. Fra i colpiti c'erano anche dei contadini, che avevano portato le mandrie al fiume, e gente dei villaggi vicini. I miei sottocapi, intanto, mi avevano circondato e mi chiedevano consiglio, ma io ero stordito, non sapevo che cosa rispondere, non sapevo come combattere questa pioggia che bruciava e uccideva». (AGI)

Postato da: MARCOBRANDO a 15:33 | link | commenti (2) |
personaggi, antifascismo, razzismo, guerre, fascismo