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Professione Reporter

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Dal 16 aprile 2007 sono tornato a Milano: faccio il vicecaporedattore di City, il quotidiano free press della Rcs. Fino a quella data qui avreste letto soltanto: "Raccolta di articoli (miei) e di riflessioni (sempre mie o in alcuni casi prese in prestito) che altrimenti leggerebbero solo in Puglia (lavoro per il "Corriere del Mezzogiorno", dorso di cronaca pugliese allegato al "Corriere della Sera")". Ah, dimenticavo: tranquilli/e... Sono consapevole del fatto che, per dirla con Indro Montanelli, "noi giornalisti scriviamo sull'acqua e abbiamo una vita effimera, come le farfalle". Infine: devo forse sottolineare che questo blog non è una testata giornalistica e che viene aggiornato senza alcuna periodicità? E pure che, pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001? Scriviamolo, visti i tempi che corrono...

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Utente: vinavil
Nome: Marco Brando
Un ex giornalista di provincia ... Ora tornato nella metropoli (beh, Milano - nel suo piccolo - lo è) :-)

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martedì, dicembre 30, 2008

30 Dicembre 2008


Il bilinguismo del paese più piccolo della Puglia


di Sofia Riccaboni (Blog Celle di San Vito. Interviste Scrittori)


link: http://rete.comuni-italiani.it/blog/06762





Marco Brando, giornalista e ora anche scrittore, descrive il motivo per cui si è innamorato di Celle di San Vito, in Provincia di Foggia.

Lui, di origine ligure e abituato ormai alla routine della frenetica Lombardia, ha ritrovato a Celle qualcosa di casa, quel certo “non so ché” che lo lega alle sue origini e si è legato a questa terra a tal punto da dedicarle il suo libro.


Marco Brando

Marco Brando



Come ha conosciuto il piccolo paesino di Celle?

Beh, sono un giornalista e ho vissuto quasi sette anni in questa regione. In occasione delle elezioni amministrative del 2003, fui incaricato dal caporedattore del mio giornale - allora era il Corriere del Mezzogiorno, dorso di cronaca pugliese del Corriere della Sera - di raccontare come ci si preparava all’appuntamento politico in alcuni piccoli centri.

Tra questi scelsi anche Celle che, con poco meno di 300 abitanti, è il più piccolo comune pugliese; per la precisione, sono 297 cittadini, inclusi coloro che sono iscritti all’anagrafe, ma vivono altrove.


Una visita virtuale tra i posti più belli del paese.

Celle di San Vito è un grumo di antiche case di pietra arroccate nel Sub Appennino dauno, in provincia di Foggia. Non ha monumenti particolarissimi, ma il bello è un’altra circostanza.

Celle di San Vito e la vicina Faeto, con i suoi 799 abitanti, hanno una caratteristica curiosa, in comune con la Valle d’Aosta: vige il bilinguismo e si parla franco-provenzale.

Per scoprirlo occorre risalire le montagne, finché ci s’imbatte in un vecchio cartello giallo arrugginito e rovinato da una fucilata a pallini, nonché dagli adesivi di un candidato alle elezioni regionali del 2005.

Vi si legge: “Minoranza franco provenzale dell’alta valle del Celone”, con tanto di stemma angioino e cartelli bilingui. Così Faeto diventa Fait, Celle di San Vito diventa Cell di Sant Wit.

A Celle, come a Faeto, le vie sono chiamate rûe. All’ingresso di quest’ultima si legge: “Bunvnì a Faìt, lu paìj me aut d la Puglj” - Benvenuti a Faeto, il paese più alto della Puglia.


Perché si parla franco-provenzale?

Verso la fine del secolo XIII giunse in queste terre una colonia di provenzali, soldati mercenari di Carlo d’Angiò reduci da Lucera che si erano appena scontrati con i Saraceni, lì deportati nella prima metà del secolo da Federico II di Svevia. Lo testimonia l’editto di Carlo I D’ Angiò del 1274 con il quale il sovrano, chiamato dal Papa in Italia per combattere contro la dominazione della casa sveva, dopo la resa dei Saraceni a Lucera nel 1269, cercò di far trasferire nella Daunia gente proveniente dalle aree interne alla Provenza.

Ma la storia della migrazione dalla Francia alla Daunia non è ancora stata del tutto chiarita dai documenti storici; resta il fatto che a Celle e a Faeto un migliaio di persone parlano il franco-provenzale, malgrado esse siano a oltre mille chilometri di distanza dalle terre in cui questa è lingua è nata e, in parte, viene ancora parlata. Una circostanza che mi ha molto incuriosito.


Le emozioni provate alla sua prima visita a Celle?

Mi sono detto: “Come sono finiti quassù dei coloni francesi? Nel XIII secolo il viaggio dalla Francia alla Puglia era molto più impegnativo di qualsiasi viaggio che un persona normale può fare oggi, con i nostri mezzi di trasporto. E’ davvero eccezionale che un’isola linguistica franco-provenzale sia riuscita a sopravvivere nel Sud dell’Italia per quasi ottocento anni”.


Ha dedicato un libro alla Puglia e al suo “imperatore” preferito, Federico II. Come mai?

Il libro s’intitola “Lo strano caso di Federico II di Svevia“. Sottotitolo: “Un mito medievale nella cultura di massa”. E’ dedicato al motivo per cui, ancora oggi, un personaggio medievale è tirato in ballo in Italia e in Germania con lo scopo di analizzare il presente e aiutare a intravedere il nostro futuro.

Federico II è stato un grande: per un qualsiasi pugliese è un mito positivo assoluto, assai di più che nel resto del Sud; nel Nord Italia ancora oggi è un nemico e in Germania, malgrado fosse tedesco, è quasi sconosciuto. Un fenomeno curioso, su cui ho indagato. Ho così affrontato questa vicenda con lo stile del cronista e con un taglio da thriller. Ho poi chiesto di scrivere la prefazione e postfazione a due grandi medievisti: Raffaele Licinio e Franco Cardini. Sono sopravvissuto al loro giudizio. Per un tuttologo (così vengono definiti con un po’ di spocchia i giornalisti che scrivono libri) non è mica male!


Ha lavorato in Puglia per parecchi anni, cosa le ha lasciato questa regione?

Molti amici e anche molti profumi, sapori, colori. Io sono un ligure trapiantato per la maggior parte della sua vita in Lombardia. In Puglia ho ritrovato quello, le essenze che mi hanno riportato alla mia Liguria”.






Postato da: vinavil a 11:06 | link | commenti |
interviste, storia, turismo, culture, mezzogiorno, medioevo

lunedì, dicembre 29, 2008

“Israele-Palestina. Due storie, una speranza”







Lorenzo Kamel è un ragazzo di 28 anni. Ho letto finalmente il suo libro “Israele-Palestina. Due storie, una speranza” (Editori Riuniti, ottobre 2008, 400 pagine, 18 euro). L’ho fatto sull’onda delle tante domande che suscita la nuova (nuova?) guerra di Gaza, in Medioriente.



Non è un libro facile, qualche spigolo c’è; ma lo richiede la materia. E quando si arriva fino in fondo non si ha la presunzione di aver capito; semmai si ha la consapevolezza della modestia che occorre per cercare di capire questi e altri drammatici cortocircuiti della Storia. Una conclusione cui si giunge accompagnati anche dalla gratitudine verso l’autore: per averci regalato un raro esempio di chiarezza e di professionalità, sebbene si percepisca quanto egli viva quel dramma in prima persona.



Oltre tutto ci s’immagina un autore maturo, reduce da decennali riflessioni su una guerra infinita. Invece Lorenzo è, appunto, un ragazzo: classe 1980, nato a Roma, laureato in Filosofia alla Sapienza, oggi impegnato alla Hebrew University di Gerusalemme nell’ambito di un master biennale; di professione giornalista free-lance per testate nazionali e locali. Un dato – l’età ancora giovanile – che probabilmente è stato importante anche per determinare il risultato della sua opera.



Quale? Egli ha provato – forte della metodologia dello storico – a non stare dalla parte di nessuno, neppure dalla “sua” parte. Impresa in cui storici e giornalisti non sempre la spuntano. Così si è messo nei panni delle “ragioni” palestinesi, si è messo in quelli delle “ragioni” israeliane. Ha poi raccontato lo sforzo di una generazione di ricercatori che in Israele sta cercando di uscire dalle sabbie mobili dei luoghi comuni storiografici.



Insomma, ci racconta due storie e una speranza (la pace) con realismo ma senza dare “ragione” a nessuno. Lo ha fatto anche mettendosi nei panni – ad esempio - dell’ebreo reduce dalle persecuzioni razziali che giunge in Israele e del contadino palestinese cacciato dalla sua terra. Entrambi risucchiati nel gorgo di scelte spesso avventate o sbagliate o ipocrite, magari firmate su qualche scranno delle cancellerie occidentali o delle Nazioni (cosiddette) Unite.



Un bel libro. Coraggioso. Non facile, dicevo. Però apre gli occhi sulla storia di quel piccolo grande lembo di terra. Per Lorenzo Kamel è stata un’impresa impegnativa. Dove ha investito molto, pure emotivamente, come si intuisce leggendo tra le righe del linguaggio professionale del ricercatore. Per cui non si può che concludere con le ultime parole del suo libro: “Analizzare senza assolutizzare. Simpatizzare senza generalizzare. Valutare senza giudicare. Questa è la grande lezione del dramma in Terra Santa”.

Postato da: vinavil a 00:08 | link | commenti |
politica, libri, testimonianze, storia, tempi moderni, guerre

venerdì, dicembre 19, 2008

Penso al sogno spezzato del tredicenne afghano morto nel porto di Venezia. Sarebbe bello se gli regalassimo almeno un secondo dei nostri pensieri natalizi.



Ciao Zaher ...



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IMMIGRAZIONE: IL DIARIO DI ZAHER, "TANTO HO NAVIGATO..."






IL SOGNO SPEZZATO DEL RAGAZZINO AFGHANO MORTO SOTTO UN TIR






(ANSA) - VENEZIA, 18 DIC - «Tanto ho navigato, notte e giorno, sulla barca del tuo amore che, o riuscirò alla fine ad amarti, o morirò annegato». Poche frasi, scritte con la calligrafia di chi la scuola non l'ha mai conosciuta. Frasi scritte da Zaher, 13 anni, prima di morire per davvero una settimana fa aggrappato sotto un Tir, nel tentativo di sfuggire ai controlli di frontiera nel porto di Venezia.

Ce l'aveva quasi fatta, Zaher Rezai, a scappare dall'orrore della guerra in Afghanistan alla ricerca di un futuro migliore. Il suo sogno invece è stato spezzato appena sceso dalla stiva di una motonave greca. Nel piccolo notes trovato nelle sue tasche, Zaher scrive con calligrafia incerta, ma usando la «voce» delle poesie imparate a memoria durante il lavoro. Parole che esprimono tutta la voglia di vivere del ragazzino afghano e che adesso fanno rabbrividire pensando alla sua tragedia.

A una settimana dalla sua morte, il Comune di Venezia ha tradotto e raccolto nel «Taccuino di un clandestino» il diario di Zaher. «Tu porti il profumo delle gemme che sbocciano, sei come un fiore di primavera - si legge nel taccuino - è dolce il tuo affetto, amo parlare con te. Tu sei un amico incantevole, sei una seta di passione e bellezza». Frasi d'amore, tutto il contrario di ciò da cui Zaher è fuggito. Fuggito con una sola alternativa, vivere o morire nel tentativo di farlo: «Tanto ho navigato, notte e giorno,... che o riuscirò... o morirò...».

I suoi sogni sono racchiusi nelle poesie scritte nelle poche pagine ritrovate e che sembrano quasi una preghiera al Paese in cui era diretto: «Giardiniere, apri la porta del giardino: io non sono un ladro di fiori, io stesso mi son fatto rosa, che bisogno ho di un altro fiore qualsiasi». Una preghiera rivolta al cielo è invece quella che Zaher scrive al momento di imbarcarsi a Patrasso: «Questo corpo così assetato e stanco forse non arriverà fino all'acqua del mare. Non so ancora quale sogno mi riserverà il destino, ma promettimi, Dio, che non lascerai finisca la primavera. Oh mio Dio, che dolore riserva l'attimo dell'attesa, ma promettimi, Dio, che non lascerai finisca la primavera».

La fine della storia non è stata scritta da Zaher, ma da suo padre, che ha accolto così l'annuncio della morte del figlio arrivato dall'Italia tramite il mediatore Ahmed Karim: «Che Dio perdoni me e gli altri, perché lo abbiamo ucciso con le nostre stesse mani: io e i miei coetanei qui in Afghanistan, che abbiamo creato solo un ambiente di guerra in cui nessuna possibilità è lasciata ai giovani, e coloro che lo hanno accolto, perché hanno fatto in modo che per cercare salvezza si dovesse infilare sotto un camion».

Ed è proprio Karim a lanciare un appello a chi può aiutare il Comune a trasportare in patria la salma di Zaher, nonostante le immense difficoltà economiche e burocratiche che rendono i suo ultimo viaggio pieno di ostacoli come la sua breve vita. (ANSA).



Postato da: vinavil a 10:24 | link | commenti (5) |
personaggi, sogni, testimonianze, culture, consumi, costume, tempi moderni, società, assurdità, olocausto