
Dal 16 aprile 2007 sono tornato a Milano: faccio il vicecaporedattore di City, il quotidiano free press della Rcs. Fino a quella data qui avreste letto soltanto: "Raccolta di articoli (miei) e di riflessioni (sempre mie o in alcuni casi prese in prestito) che altrimenti leggerebbero solo in Puglia (lavoro per il "Corriere del Mezzogiorno", dorso di cronaca pugliese allegato al "Corriere della Sera")". Ah, dimenticavo: tranquilli/e... Sono consapevole del fatto che, per dirla con Indro Montanelli, "noi giornalisti scriviamo sull'acqua e abbiamo una vita effimera, come le farfalle". Infine: devo forse sottolineare che questo blog non è una testata giornalistica e che viene aggiornato senza alcuna periodicità ? E pure che, pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001? Scriviamolo, visti i tempi che corrono...
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Nome: Marco Brando
Un ex giornalista di provincia ... Ora tornato nella metropoli (beh, Milano - nel suo piccolo - lo è)
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Corriere del Mezzogiorno - 2 ottobre 2003 Nel suo «Memoriale sull’armistizio e autodifesa», scritto durante l’anno di prigionia prima del processo, il generale Nicola Bellomo notava con disincanto che i suoi giudici erano parte in causa «Chi mi giudica non può fare a meno di essere inglese» di Marco Brando Il generale Nicola Bellomo, al centro Memoriale sull’armistizio e autodifesa e porta proprio la firma dell’alto ufficiale: fu uno dei pochi che all’indomani dell’8 settembre si era opposto ai tedeschi, tanto da attirare, secondo molti storici italiani e stranieri, la ritorsione dei tantissimi blasonati colleghi che avevano preferito restare tranquilli dietro le quinte. Il libro, arricchitodalla prefazione di Guido Quazza (scomparso nel 1996, comandante partigiano, storico della Resistenza), propone l’autodifesa del generale nel processo (cui i vertici militari italiani non fornirono mai la documentazione in cui la Croce rossa internazionale spiegava perché nel 1942 aveva già scagionato l’ufficiale dall’accusa di aver infranto le convenzioni internazionali di guerra); il volume offre poi un’analisi precisa sulla situazione militare d’allora e alcune rare fotografie.Il Tempo, citato nell’introduzione da Quazza, che il motto posto sulla tomba di Nisida è la vera firma del generale: «Certo, è retorica, non si può negarlo. Ma tutta la vita del generale Bellomo era così: vecchia Italia, patria, onore, vita vissuta credendo che sia giusto l’ordine nel quale si lavora, generale o soldato, industriale od operaio e re o bifolco.... Gli bastavano le belle parole perché egli non metteva in dubbio una loro aderenza alla realtà». E infatti il generale poco prima di morire scrisse: «Chiedo solennemente che dopo l’esecuzione della sentenza si compia un atto di autentica giustizia e civiltà, ordinando il rifacimento del processo, facendo accogliere le mie richieste di testimoni e documenti ». La morale? «La figura del generale Bellomo, col passare del tempo, si delinea quale simbolo del nostro paese, delle nostre contraddizioni, del dramma che la nazione italiana ha vissuto», affermò Chilanti, mostrando di aver compreso nel 1946 una realtà storica che ancora oggi si fatica ad ammettere. Forse è giunta l’ora di restituire davvero a quell’antico soldato, e alla nostra labile memoria nazionale, la dignità sepolta nel 1945 a Nisida. «Morire vuol dire sopravvivere ». La scritta si può leggere ancora oggi su una tomba nascosta ai margini del cratere del vulcano spento che generò l’isola di Nisida, nel golfo di Napoli. È la tomba del generale barese Nicola Bellomo: monarchico, antifascista, protagonista della resistenza ai tedeschi nel porto del capoluogo pugliese il 9 settembre 1943, condannato a morte da una corte marziale inglese. Fu fucilato l’11 settembre 1945, dopo un frettoloso processo in cui era stato accusato di aver fatto uccidere illegalmente nel 1941 un ufficiale britannico fuggito da un campo di prigionia. Sostenne con forza la propria innocenza. Eppure egli giustificò persino la severità dei suoi giudici: «Dopo la palpitante esperienza della preparazione e dello svolgimento del processo - scrisse alla vigilia della fucilazione - sono venuto nella dolorosa conclusione che avvocato difensore, testimoni, giudici e tecnici della Giustizia non potettero sottrarsi alla fatale condizione di essere inglesi e di dover giudicare unaccusato di crimine contro gli inglesi. Chi può sottrarsi all’ambascia che, infine, essi furono insieme giudici e parte in causa?». Questa circostanza viene ricordata in un libro edito nel 1978 da Mursia ma semisconosciuto e mai più ristampato. Un volume che ha un’importanza particolare.S’intitola Una serie di elementi che propone un punto di vista particolare su quella tragedia quasi dimenticata. A cominciare dal motto scolpito sulla lapide: non è stato un’invenzione retorica. Fu tratto, per volontà della moglie, dalle ultime parole che il generale le disse: «Coraggio, non è niente: morire è sopravvivere! ». La tomba ora è vuota. Ma solo dal 1976, quando, dopo anni ed anni di richieste da parte della famiglia, la salma venne finalmente spostata nel Sacrario dei caduti d’Oltremare, a Bari. La tumulazione definitiva, davanti ad un picchetto d’onore, avvenne il 28 settembre 1976. Fu il parziale epilogo di un calvario che il generale affrontò con lo spirito di sacrificio d’un ufficiale d’altri tempi: determinato nel non chiedere la grazia al generale britannico Alexander e pronto a difendersi da una gravissima accusa, in attesa di un sostegno morale, da parte dei comandi italiani, che non arrivò mai. Un calvario che a lui e alla sua famiglia (cui poi si concesse di recarsi a Nisida solo una volta all’anno, l’11 settembre) non fu risparmiato neppure dopo la morte. «Per quanto la sua fucilazione allora suscitasse un ampio senso di smarrimento e di angoscia - si legge nella prefazionedello storico Quazza - negli anni successivi a quell’episodio non si volle pensare, o non si pensò più, quasi che appartenesse a giorni da dimenticare». Il memoriale fu scritto da Bellomo durante la segregazione nel campo di concentramento di Padula (Salerno), dove rimase dall’arresto avvenuto nell’agosto 1944 fino all’estate del 1945. In quella pagine, pubblicate per la prima e ultima volta nel 1978, «c’è - scrisse Quazza - il desiderio di chiarire a se stesso e agli altri le cause del crollo italiano del settembre 1943; ma è desiderio strettamente congiunto con la volontà di sottolineare il contributo di iniziativa e di coraggio dato dall’autore stesso alla difesa dell’"onore" militare italiano quando la stragrande maggioranza dei generali e degli ufficiali tradiva o cedeva o fuggiva. Forse proprio questo legame tra la difesa dei "valori" nei quali aveva creduto e difesa di se stesso, accusato di crimini di guerra nel momento medesimo in cui i responsabili della disfatta non pagavano, sta la singolarità della monografia». 