
Dal 16 aprile 2007 sono tornato a Milano: faccio il vicecaporedattore di City, il quotidiano free press della Rcs. Fino a quella data qui avreste letto soltanto: "Raccolta di articoli (miei) e di riflessioni (sempre mie o in alcuni casi prese in prestito) che altrimenti leggerebbero solo in Puglia (lavoro per il "Corriere del Mezzogiorno", dorso di cronaca pugliese allegato al "Corriere della Sera")". Ah, dimenticavo: tranquilli/e... Sono consapevole del fatto che, per dirla con Indro Montanelli, "noi giornalisti scriviamo sull'acqua e abbiamo una vita effimera, come le farfalle". Infine: devo forse sottolineare che questo blog non è una testata giornalistica e che viene aggiornato senza alcuna periodicità ? E pure che, pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001? Scriviamolo, visti i tempi che corrono...
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Nome: Marco Brando
Un ex giornalista di provincia ... Ora tornato nella metropoli (beh, Milano - nel suo piccolo - lo è)
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Gli insulti a Rita Levi Montalcini rivelano
un’Italia che disprezza gli anziani
e che non ci appartiene
(da www.riforma.it, IL SETTIMANALE DELLE CHIESE EVANGELICHE BATTISTE, METODISTE E VALDESI )
Li abbiamo visti tutti: multicolori, sereni, disciplinati, in fila una domenica di ottobre per eleggere i propri rappresentanti all’Assemblea costituente del Partito democratico. Quasi negli stessi giorni, la consultazione sul «welfare» indetta dai sindacati e poi una grande manifestazione per il diritto al lavoro. Questi avvenimenti – qualsiasi possa essere la valutazione di ciascuno di noi sul loro esito – mostrano una confortante realtà: il nostro paese è attento ai temi fondamentali, confermando una volta in più che «L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro». È un popolo a cui veramente «appartiene la sovranità»: giovani e donne, padri e madri di famiglia, teste canute e riccioli al vento, è la nostra gente che tiene duro, nei marosi della politica degli ultimi decenni, e che continua a dare segnali di una capacità di coesistenza matura e civile, rinnovando il senso di appartenenza alle comuni radici, nella riconquistata libertà della Resistenza.
È il grande popolo della Costituzione, della quale tra qualche mese si celebreranno i 60 anni, e che recentemente è stata riaffermata con l’esito di un decisivo referendum. Un popolo pienamente solidale con Rita Levi Montalcini, la scienziata ebrea premio Nobel, volgarmente insultata in quanto «senatore a vita», perché rea di sostenere col suo voto il governo Prodi. Le intimidazioni alla libera espressione del voto sono gravissime, e giustamente i presidenti del Senato Marini e della Repubblica Napolitano le hanno manifestato piena solidarietà. Ci ha colpito l’esemplare dignità della risposta della scienziata pubblicata in prima pagina da La Repubblica: «Io sottoscritta, Rita Levi Montalcini, in pieno possesso delle mie facoltà mentali e fisiche, continuo la mia attività scientifica e sociale, del tutto indifferente agli ignobili attacchi rivoltimi (…). In qualità di senatore a vita, e in base all’articolo 59 della Costituzione espleterò le mie funzioni fino a che il Parlamento non deciderà di apporre relative modifiche. Pertanto esercito tale diritto secondo la mia piena coscienza e coerenza».
La polemica contro l’anzianità dei senatori a vita è stucchevole e vergognosa. Il grado di civiltà di un paese si determina dal rispetto dell’età e dell’esperienza delle persone anziane, fragili nel corpo, ma capaci ancora di grandi insegnamenti, così come dall’attenzione alle donne e ai bambini. Il giovanilismo «di per sé» è ambiguo e pericoloso: non era dedicato alla muscolosa giovinezza fascista l’inno del ventennio della dittatura? La stragrande maggioranza dei nostri giovani non sono quelli dei tatuaggi e delle croci celtiche, pronti a menare le mani nelle tifoserie degli stadi, ma si dedicano al volontariato, alla cura dei disabili, dei più poveri, degli emarginati, degli anziani. Non condividono certo le goliardate di pessimo gusto come la pensata dell’invio delle stampelle alla senatrice per sostenerne la «deambulazione».
Alessandro Galante Garrone, diciottenne, si prese le botte, all’Università di Torino, per difendere il suo maestro Francesco Ruffini, a cui gli studenti fascisti avevano fatto trovare una museruola sulla cattedra, perché aveva pronunciato in Senato nel 1928 una coraggiosa denuncia della liberticida legge elettorale Acerbo. Ruffini, il grande studioso di diritto canonico ed ecclesiastico, difensore della libertà religiosa «progenitrice di tutte le altre libertà», fu, insieme al figlio Edoardo, tra i 13 docenti universitari che rifiutarono il giuramento al fascismo ormai imperante; dovettero lasciare l’insegnamento. Ma salvarono l’onore dell’Italia: intellettuali da tutto il mondo, si mobilitarono, con documenti di sostegno e di protesta: tra le più famose firme troviamo quella di Albert Einstein.
Non dimentichiamo quella lezione della storia, e bene ha fatto la comunità ebraica di Roma ad attribuire l’«iscrizione onoraria» alla scienziata torinese, nella celebrazione in Campidoglio della tragica ricorrenza del 16 ottobre ‘43, la deportazione in massa degli ebrei dal ghetto. Il «popolo della Costituzione» ha memoria. Ed è molto migliore di come ce lo fa apparire certa volgarità mediatica, per cui basta spararle sempre più grosse e demenziali, basta insultare e offendere per essere certi di apparire assisi su qualche immeritata poltrona televisiva.
CATASTROFI & LUOGHI COMUNI
NELLA MORSA
DEL GELO

Giornali e telegiornali da qualche giorno stanno titolando che è "in arrivo un anticipo d'inverno" e che, soprattutto, l'Italia "sarà nella morsa del gelo".
In effetti siamo quasi a metà autunno, che viene prima dell'inverno, quindi le temperature calano, come al solito.
Ma il titolo catastrofico non ce lo risparmia nessuno.
DELLA SERIE "AUTOCRITICA GIORNALISTICA":
(BEH, DA QUALCHE PARTE BISoGNA PUR COMINCIARE)

IN FONDO CI BASTEREBBE
UN PAESE NORMALE

Ho seguito, come giornalista, tutta l'inchiesta Mani Pulite, dal febbraio 1992 in poi. Ovviamente l'ho vissuta - quella storia, con tutti i suoi dintorni e contorni - anche come cittadino: con la preoccupazione che dovrebbe provare ciascuno di noi di fronte a certe degenerazioni, prima ancora di scegliere in che campo stare o di non scegliere alcun campo.
In precedenza mi ero occupato di terrorismo, poi di mafia e di tanti scandali politico-finanziari, che impallidirono di fronte al calderone giudiziario in cui bollirono per anni (e stanno ancora ribollendo) la politica e l'etica.
Ho sempre cercato di essere "freddo" nella valutazione di quel che accadeva ai tempi di Mani Pulite. E ci provo anche di fronte a quello accade adesso. Penso che sia troppo facile e istintivo, anche se magari gratificante, accodarsi ai fan di questa o quella crociata.
Perché se è messo male un paese che ha bisogno di eroi, figurarsi quello che ha bisogno sempre di avere qualcuno che salga in cattedra e si attribuisca un diploma di moralizzatore professionista, magari con la specializzazione in infallibilità.

Per cui - al di là della mia opinione su chi può avere più o meno "ragione" tra grillini e mastelliani, tra "democratici" (intesi come vicini al futuro eventuale PD) e berlusconiani, tra teocon e teodem, tra filo-magistrati e anti-magistrati, tra gli ex in varie salse e di varie annate - sono davvero preoccupato per l'incapacità che noi italiani, tutti, abbiamo nel riconoscerci come comunità. E' come se da anni l'Italia fosse malata di una malattia autoimmune, condizione patologica che - nei singoli esseri umani - è provocata da una reazione immunitaria diretta contro costituenti propri dell'organismo, che vengono "scambiati" per agenti esterni pericolosi.
In questo Paese ci sono organi fondamentali dell'organizzazione sociale che sono entrati in cortocircuito da tempo, gli uni contro gli altri armati. E non producono né i risultati di una vera rivoluzione né quelli di vero movimento di riforma. Insomma, non c'è traccia della risultante, quella che viene definita "risultato definitivo di un complesso di azioni, operazioni o procedimenti che avvengano in concomitanza". Nulla. Almeno, nulla che si possa intravvedere all'orizzonte dei prossimi cinque o dieci anni.
Ovvio, spero di sbagliarmi. Tuttavia al momento mi viene in mente - chissà perché... - il romanzo "La storia infinita" del tedesco Michael Ende. Nel regno immaginario di Fantàsia, descritto da Ende, il Nulla (das Nichts) è il "non luogo" per eccellenza. Un luogo che è quasi un personaggio: entità fluida in espansione e movimento, avanza inesorabile e inghiotte porzioni sempre maggiori del regno. Chi si avvicina ai suoi confini sente la spinta irrefrenabile a buttarvisi dentro e solo con un grande sforzo di volontà ci si può allontanare; molti esseri viventi vi si precipitano dentro volontariamente, spinti dalla propria mancanza di speranza. Perché il Nulla è effetto (e concausa) della passività: quando si guarda al suo interno si prova una terribile sensazione di svuotamento e di attrazione. Nel romanzo Mork, il cattivo, spiega che "Fantàsia muore perché la gente ha rinunciato a sperare e dimentica i propri sogni; così Il Nulla dilaga, poiché esso è la disperazione che ci circonda. Io ho fatto in modo di aiutarlo, poiché è più facile comandare chi non crede in niente" .
Il romanzo è a lieto fine: viene fermata l'avanzata del Nulla.
Il futuro dell'Italia mi pare un po' più incerto.
Anche perché ad Ende bastò trovare un eroe. Dalle nostre parti di eroi abbiamo fatto indigestione.
Ci basterebbe gente normale, in un Paese normale.
VICINO AL POPOLO BIRMANO...


La loto storia: http://it.wikipedia.org/wiki/Birmania