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Professione Reporter

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Dal 16 aprile 2007 sono tornato a Milano: faccio il vicecaporedattore di City, il quotidiano free press della Rcs. Fino a quella data qui avreste letto soltanto: "Raccolta di articoli (miei) e di riflessioni (sempre mie o in alcuni casi prese in prestito) che altrimenti leggerebbero solo in Puglia (lavoro per il "Corriere del Mezzogiorno", dorso di cronaca pugliese allegato al "Corriere della Sera")". Ah, dimenticavo: tranquilli/e... Sono consapevole del fatto che, per dirla con Indro Montanelli, "noi giornalisti scriviamo sull'acqua e abbiamo una vita effimera, come le farfalle". Infine: devo forse sottolineare che questo blog non è una testata giornalistica e che viene aggiornato senza alcuna periodicità? E pure che, pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001? Scriviamolo, visti i tempi che corrono...

Eccomi

Utente: vinavil
Nome: Marco Brando
Un ex giornalista di provincia ... Ora tornato nella metropoli (beh, Milano - nel suo piccolo - lo è) :-)

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giovedì, aprile 19, 2007

TRASLOCHI IN CORSO

Ciao.

Per qualche tempo trascurerò un po' il blog

 perché mi sono trasferito da Bari a Milano.

Dal 16 aprile sono il vicecaporedattore di City,

il quotidiano free press del gruppo Rcs.

( http://city.corriere.it/ )

Appena sarò riuscito  a mettermi al passo

con nuove questioni professionali e personali

riprenderò - probabilmente in forma diversa - a scrivere qui.

 A presto.

Marco

Postato da: vinavil a 09:48 | link | commenti (11) |
altri tempi

giovedì, aprile 12, 2007

12 aprile 1961
Il primo uomo nello spazio
Il 12 aprile 1961 il maggiore sovietico Yuri Gagarin, a bordo dell'astronave "Vostok", è il primo essere umano a viaggiare nello spazio. Il ventisettenne pilota e tecnico industriale è anche il primo uomo a compiere un'orbita intorno al pianeta, impresa che la sua capsula spaziale realizza in 89 minuti. La "Vostok 1" effettua un'orbita attorno alla Terra raggiungendo una quota massima di 187 miglia, completamente guidata da un sistema di controllo automatico. L'unica dichiarazione attribuita a Gagarin nel corso di questa ora e 48 minuti nello spazio recita: "Il volo procede normalmente; io sto bene". Dopo l'annuncio della sua storica impresa, Gagarin divenne una celebrità mondiale e fu insignito dell'ordine di Lenin. Morì a bordo di un jet nel corso di un normale volo di collaudo.
 

Postato da: vinavil a 12:37 | link | commenti (1) |
anniversari, storia

lunedì, aprile 09, 2007

Sud Est

Lunedì 23 aprile 2007, ore 18.00
Hotel Città, piazza Walther 21, Bolzano
presentazione del libro

Sud Est: vagabondaggi estivi di un settentrionale in Puglia

Di Marco Brando. L'autore sarà presente. Seguirà un piccolo vernissage con prodotti tipici pugliesi.

Un viaggio nel tacco d'Italia, la Puglia, regione sospesa tra mille contraddizioni, tra la voglia di rinnovamento e la tradizione: è "Sud Est: Vagabondaggi estivi di un settentrionale in Puglia". Il nuovo libro del giornalista Marco Brando nasce da un'inchiesta condotta nelle estati del 2004 e del 2005 sulle colonne del "Corriere del Mezzogiorno", allegato di cronaca pugliese al Corriere della Sera. Due itinerari principali, lungo la costa e nell'interno, "dentro" la Puglia autentica, e due "fuori rotta" un viaggio notturno insieme ai pescatori di Molfetta e una "traversata" lungo i percorsi delle Ferrovie Sud-Est. Un viaggio tra storia e costume, tra il fascino della costa e gli scempi dell'abusivismo, tra i pregi e i difetti del territorio e dei pugliesi.

Per un pubblico attento risulteranno di particolare interesse le notizie relative alle comunità di minoranza che vivono in Puglia, come i grecanici, gli arbereshe, i croati, i franco provenzali con la comunità protestante valdese. Ma non solo le minoranze: in Puglia la presenza nel XIII secolo di Federico II di Svevia ha lasciato tracce indelebili di un mondo multiculturale che solo oggi può essere immaginato: a Lucera per suo volere nasce la prima moschea in Italia con relativa comunità islamica.

Insomma la storia, il turismo e gli itinerari ricchi di cose da raccontare in compagnia di pochi ma significativi prodotti della Puglia: un paio di vini, del pane, un formaggio.

Marco Brando, genovese di nascita, ha conosciuto la Puglia per motivi di lavoro. Giornalista, ha cominciato a scrivere per "L'Unità" come corrispondente da Pavia, per poi passare alla redazione di Milano, dedicandosi soprattutto alla cronaca giudiziaria e all'inchiesta "Mani pulite". Dopo un'esperienza come autore del programma "Film Dossier - Linea d'Ombra" e dopo aver lavorato per "Tv Sorrisi e Canzoni" dal novembre 2000 lavora nella redazione di Bari del Corriere del Mezzogiorno, dove risponde anche ai lettori nella pagina "Lettere - La voce del cittadino".

Iniziativa on collaborazione con l'Hotel Città. Informazioni presso la Biblioteca Culture del Mondo, tel. 0471.972240.

 

Link: http://www.bibmondo.it/att/indexatt.html

Postato da: vinavil a 00:00 | link | commenti |
libri

sabato, aprile 07, 2007

sezione: 1CULTURA - data: 2007-04-07 num: - pag: 18

IL LIBRO

Giornalisti, lasciate perdere il fazzoletto.

L'invito di Botta


di Marco Brando


Il titolo, al primo impatto, è enigmatico: « Dov'è il fazzoletto? » . Il sottotitolo lo è poco meno: « Pratiche irrituali di comunicazione » . Di certo titolo e sottotitolo suscitano già curiosità. Circostanza di per sé assai promettente. Il fatto che l'autore mostri di non voler seguire il rito ( o l'abitudine o la consuetudine) nel comunicarci il suo messaggio ci porta al cuore della questione. Quella che sta al centro di questo piccolo ma tosto libro: Dov'è il fazzoletto. Pratiche irrituali di comunicazione ( Cacucci editore, Bari 2007, pp. 120, euro 10). E tale circostanza ci « racconta » qualcosa su Franco Botta, professore di Politica economica all'università di Bari, collaboratore di periodici e giornali ( a suo tempo Gazzetta del Mezzogiorno ,Unità ,Repubblica ), nonché editorialista del Corriere del Mezzogiorno dal suo esordio pugliese .
Non è un caso che qui si sveli solo dopo un capoverso il nome dell'autore, contravvenendo, irritualmente, alle regole del giornalismo scritto. Perché il professor Botta con questo libro in cui propone una serie di suoi articoli e commenti destinati ai mass media quasi quasi sembra voler indurre il lettore a « non vedere » subito l'economista, concentrandosi piuttosto sull'anomalia dell'accademico che esce dall'ateneo e abbandona, appunto, i suoi riti: per confrontarsi col mondo della comunicazione e con la sua esigenza di semplificazione.
L'obiettivo? « Argomentare in modo lieve su questioni cruciali per il futuro di tutti noi » . Malgrado che gli accademici scrive Botta pur essendo « una parte significativa del mondo dell'informazione » , creino « qualche problema » . Tipo? Beh, il professore confessa: « Nel mondo della carta stampata il loro limite principale consiste nel non essere veloci nella scrittura, tranne alcune eccezioni » . E « i professori » sono abituati ad avere più tempo « per dare forma ai loro pensieri » , mentre quello dei giornali scrive Botta è « un universo effimero e fluttuante, nel quale tutto lo spazio è interamente occupato da cose destinate a non durare » .
Così, a prima vista, il libro si propone di trovare « un espediente » per interrompere tale irrituale caducità. E raccoglie gli articoli firmati da Botta, scritti per il Corriere e per qualche altra pubblicazione: tutti dedicati al modo in cui affrontare le questioni del Mezzogiorno e della Puglia in relazione ai vantaggi offerti dalla vicinanza con i Paesi adriatici e mediterranei. In realtà il volume dimostra ciò che spesso tanti accademici, po litici e pure giornalisti faticano a metabolizzare: si possono spiegare in modo corretto, sintetico, semplice e comprensibile anche questioni complesse, pure « cose da economisti » . I lettori ci guadagnano in consapevolezza. E gli scrittori in chiarezza.
A proposito, che c'entra il fazzoletto del titolo? C'entra eccome: nella famosa tragedia di Shakespeare, Desdemona si rivolge ad Otello perorando con calore la causa di Cassio e inavvertitamente lascia cadere il prezioso fazzoletto che lo sposo le aveva donato come pegno d'amore. Così Otello, invece di ascoltare gli argomenti dedicati a Cassio, s'intestardisce sul fazzoletto, con gli esiti truci che conosciamo. Chiede Botta: « Si può sui giornali e sugli altri mass media parlare più di Cassio e meno di fazzoletti? » . Insomma, si può parlare, e scrivere, dei problemi veri?

Postato da: vinavil a 20:16 | link | commenti |
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venerdì, aprile 06, 2007

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2007-04-06 num: - pag: 19

«Fare sistema» : così il politichese

ha contagiato pure l'impresa

Ps: frasario pronto per politici inconcludenti


Negli ultimi tempi è diventata di moda questa affermazione: in Puglia « occorre fare sistema » . Affermazione che trova abbondanti citazioni anche nei tanti editoriali pubblicati da giornali e riviste specializzate. Tutti gli analisti sono d'accordo sul « fare sistema » . Ma come e con chi, visto che nessuno ce lo dice? È evidente che con questa affermazione , quasi uno slogan, si vuole intendere che non si può ancora pensare di andare avanti con l'eccessiva polverizzazione delle varie iniziative presenti sul mercato, motivo per il quale non sempre vengono centrati quei traguardi di organicità e omogeneità in grado di dare ritmi diversi alla crescita economica. Per invertire questo trend cosa fare? Noi pensiamo che di certo non si possono annullare le identità delle singole iniziative, delle singole attività, perché sarebbe un autentico suicidio. Si tratta di quell'identità che ha fatto grandi alcune zone del Nord, il Veneto in particolare. Il problema di fondo è un altro. Molte delle nostre aziende si presentano con una base patrimoniale modesta, debole, per cui sono in tanti casi « banche dipendenti » . Bisogna pensare alla loro ricapitalizzazione, « sdoganando » in tanti casi quelle disponibilità che giacciono nelle oasi finanziarie, quasi in posizioni parassitarie.

Antonio Di Muro

Lucera

IL PUNTO

 

di Marco Brando

Gentile signor Di Muro,

lei mi sta offrendo l'occasione per ( s) parlare un po' del « politichese » ( secondo il vocabolario Garzanti è « il linguaggio dei politici, caratterizzato da perifrasi, tecnicismi e complicazioni che lo rendono stereotipato e incomprensibile ai più » ) . Lo faccio per par condicio ( ops, riecco il politichese...), dato che proprio ieri era toccato a « burocratese » ( Garzanti: « Il linguaggio delle comunicazioni burocratiche, caratterizzato da stereotipi e periodi lunghi e complessi, soprattutto se usato in contesti che non lo richiederebbero » ) e burocrazia. Per la cronaca ( ops, mi è scappato il luogo comune) del « giornalese » ( neologismo che non esiste ancora ma rende l'idea) ho già sparlato varie volte. Dunque: « Fare sistema » imperversa nei discorsi dei politici, pugliesi e italici; ed è un'espressione così brutta che, per dir la verità, persino noi giornalisti fatichiamo ad emulare, il che è tutto dire... Significa tutto e niente, soprattut to perché teorizza un risultato pratico senza spiegare come possa concretizzarsi nella vita reale. In Puglia va forte pure « destagionalizzazione » , riferita alla necessità di accalappiare turisti anche prima e dopo i canonici 30 giorni di agosto. Oggi sono assai di moda pure espressioni come « accantonamento » , « ap proccio programmatico » , « deregulation » , « diminutio » , « n avigare a vista » , « paese reale » , « pausa di riflessione » , « rappresentanza » , « società civile » , « vet i incrociati » ; sono solo alcuni esempi di « politichese » ma fanno venir nostalgia persino dei « nel momento ( nella misura) in cui » e delle « convergenze parallele » di qualche decennio fa. Poi ci sono ragionamenti più complessi come quello recentissimo del premier Prodi: « Dopo la crisi il governo è più coeso » . È un po' come quando si dice che, dopo un tradimento, una relazione è più forte. Quanti ci credono davvero? In ogni caso il linguaggio dei politici spesso è così pervaso da frasi fatte e tecnicismi per iniziati da risultare incomprensibile pure quando certe argomentazioni sono proposte in buona fede; figurarsi quando qualcuno vi fa ricorso proprio allo scopo di parlare senza dire, in realtà, nulla. La morale che la gente può ricavarne? Oltre ai mitici « fatti concreti » bisogna pretendere dai politici un linguaggio comprensibile.Per il resto, a proposito della « banco dipendenza » di molte aziende pugliesi e meridionali, sottoscrivo: ha ragione.

Postato da: vinavil a 11:17 | link | commenti (4) |
culture, costume, mezzogiorno, società, © , lettere al corriere

giovedì, aprile 05, 2007

sezione: OPINIONI - data: 2007-04-05 num: - pag: 18 categoria: BREVI

Come la burocrazia riproduce se stessa

usando i mezzi che dovrebbero snellirla

 

All'Inps di Lecce, nella sala d'attesa, c'è il seguente cartello: « Tutti gli sportelli per il pubblico sono dotati di dispositivo elimina code » . Il relativo meccanismo non è spiegato oltre: forse si vuol dire che la numerazione sui display va man mano a scattare in sequenza, secondo le persone in attesa. L'altro giorno, ad ogni modo, per ottenere un estratto conto contributivo ho dovuto aspettare 30 minuti. Non è un'infinità; ma va anche considerato per i riflessi complessivi sui numerosi astanti. Vorrei per altro osservare che, durante i primi anni dell'informatizzazione delle posizioni contributive, nell'atrio di tutte le sedi Inps ( anche a Lecce) c'erano una o più apparecchiature cui le persone interessate accedevano direttamente: con la semplice digitazione del codice fiscale, acquisivano la stampa dell'estratto. Da tempo, però, dette apparecchiature non ci sono più. Sono state rimosse; alla mia richiesta del perché, la risposta di un impiegato è stata: « Erano spesso guaste » . Peccato, era un'iniziativa utile e benefica sia per l'istituto che per i cittadini. Perciò, a mio avviso, sarebbe opportuno che il direttore della locale sede Inps rivedesse la faccenda e si adoperasse con impegno per il ripristino di questo dispositivo « fai da te » .

Rocco Boccadamo

Lecce

 


 



IL PUNTO
di Marco Brando

Gentile signor Boccadamo,

 la sua lettera da un lato fa sorridere, dall'altra fa preoccupare. Fa sorridere perché ci descrive la situazione tragicomica testimoniata da un cartello scritto, come dire..., in burocratese post moderno. Nel senso che contiene tutti i segni caratteristici dell'approccio burocratico; eppure è stato concepito per suggerire un passo avanti verso l'auspicato snellimento di quelle pratiche che invece sono, appunto, la linfa vitale dei tempi burocratici e dei suoi sacerdoti. Insomma, quel cartello è portatore di una carica umoristica. Una carica degna di certe novelle di Cechov ( con i suoi protagonisti presi al laccio della vita quotidiana), rivedute e corrette alla luce delle conquiste della tecnologia e delle ( presunte) ricadute positive sulla qualità della vita della gente. La sua lettera tuttavia è pure un po' preoccupante, e ansiogena, proprio perché per gli stessi motivi ci prospetta una futuro in cui la tecnologia, invece di favorire la qualità della vita, diventa il paravento per lasciare gattopardianamente tutto così come sta. E con questo ragionamento mica voglio buttare la croce addosso all'Inps o o ai suoi dirigenti ( potrei elencare alcuni fenomeni analoghi vissuti a Milano e/ o in altri campi). È proprio una questione di cultura e ( oserei scri vere) d'istinto: certe « cose » fanno fatica ad affermarsi, per lo meno nel nostro Paese; tanto da rischiare di vanificare pure parte dei miglioramenti che ci aspettiamo con le liberalizzazioni ( quelle serie, mica quelle di facciata). E pensare che il termine « burocrazia » , in epoca moderna e premoderna, indicava un progresso, in nome della legge, rispetto alle forme organizzative basate su arbitrio ed esercizio dispotico di un potere personale. Oggi il termine si usa soprattutto in forma negativa, a causa di certe controindicazioni più o meno inattese: rigidità, lentezza, inefficienza, inefficacia, lessico difficile o incomprensibile, tendenza a regolamentare ogni minimo aspetto della vita quotidiana e via di questo passo. Certo, non è solo un fenomeno pugliese o italiano: lo studioso britannico Northcote Parkinson, autore dell'omonima legge empirica, osservò che, anche nel momento di massimo declino del sistema coloniale britannico, i burocrati degli uffici coloniali continuavano costantemente ad aumentare di numero, riproducendo se stessi a prescindere dai compiti, calanti, cui erano chiamati . Il « comico » cartello leccese sembra confermare l'opinione di Parkinson, cui però forse sfuggì un'opzione: quella del burocrate « fai da te » .

Postato da: vinavil a 13:06 | link | commenti |
costume, tempi moderni, società, © , lettere al corriere

martedì, aprile 03, 2007

Rose da <pazzi>

 

Qua sotto potrete leggere la rivisitazione del brano vincitore dell'ultimo festival di Sanremo: "Ti regalerò una rosa" di Simone Cristicchi. L'hanno scritta i redattori di Radio Rete 180, "la voce di chi sente le voci" ( www.rete180.it ). E' l'unica emittente il cui nome non si riferisce alla frequenza, bensì alla legge n.180 del 1978, la "Legge Basaglia": quella che permise la chiusura dei manicomi, dando la possibilità ai cosiddetti matti di poter essere curati, col dialogo e l'integrazione. Perchè, anche se in alcuni casi è difficile guarire completamente dai disturbi mentali, "liberare i pensieri" può servire a convivere anche con la malattia. E cosa, meglio della radio, può permettere di realizzare il miracolo?

A Radio 180 lavorano pazienti, infermieri, psicologi, medici e tecnici, sfornando tutti i giorni notizie , musica, poesie, ricette di cucina, editoriali e con una grande sogno: diventare una radio di quartiere, una porta aperta a tutti quelli che le voci le sentono veramente, un mezzo per uscire dalla solitudine e dall'emarginazione.

 

 

Mi chiamo Maria Rosa

sono in psichiatria e non so che farmene della tua rosa

Preferirei essere io in un giardino

accanto a te che mi stai vicino e mi aiuti a risolvere ogni mio casino

ti chiedo col mio messaggio di portarmi al mare

perchè ho tanta voglia di farmi amare

nonostante tutto io provo ancora un sentimento

Voglio vivere con te in un bell'appartamento

E già che ci sono a farti delle richieste vieni con una Porsche e ti farò tante feste

E a Portofino con la luna piena spezzeremo degli psicofarmaci la catena

E se proprio vuoi farmi contenta

portami un bel piatto di stracotto

con la polenta

 E se insisti a volermi portare una rosa

allora sei tu da curare...non Maria Rosa

Non hai capito che non è una rosa che mi devi regalare

piuttosto vieni qui e portami a ballare

tu mi credi  matta

ma stammi bene ad ascoltare

io voglio andare a casa perchè è lì che sto

meno male

Dipingo studio e un po lavoro

sono una voce come tante in mezzo al coro

Mi dicono che sono maniacale ma dentro le mie stanze

sogno le stesse cose che sognano in tante

viaggiare ed incontrare gente di ogni posto

trovare un fidanzato proprio bello tosto

Parole in rima e rose profumate

non son le cose da me desiderate

Trattami da donna anche se sono tanto speciale

Le rose sono belle ma tu prova a capire

smetti di parlare ed impegnati ad agire

I matti han bisogno di cose molto normali

e tu cosa mi vuoi dare?

Mi chiamo Maria Rosa e tu mi hai stremata

sono stanca di poesia ho voglia di sperare

che il mio fidanzato mi voglia regalare non questa benedetta rosa ma un futuro migliore

se insisti a non capire ti aspetterò sul tetto

e insieme faremo un bel gioco d'effetto

tu che sei un poeta potrai spiccare il volo

io che sono matta ti lascerò da solo

 


 

E questo è l'editoriale proposto

da Radio180 sul <caso Cristicchi>:

L'editoriale di Giovanni Rossi

Simone Cristicchi è nato nel 1977. Era l’anno in cui esplodeva la creatività delle radio libere. Quando Simone aveva un anno, nel 1978, prima un referendum popolare, e poi la legge di riforma sanitaria pretesero la chiusura dei manicomi.  Oggi Simone Cristicchi è un giovane cantante che coglie il successo a Sanremo, vince tra il pubblico, tra i giurati e per la critica. Col suo lavoro, con il libro, il video, e il nuovo CD si dimostra sensibile al fascino dei matti e li celebra, prima a teatro ed ora, con Sanremo : teatralmente.  In un centro d’igiene mentale ha imparato l’arte di ascoltare e modi altri di comunicare. Visitando un manicomio, quasi del tutto abbandonato, ha compreso che lì, dove i matti vivevano rinchiusi, c’era uno “Stato” a parte.  Caro Simone, ora, dopo Sanremo, sei diventato ambasciatore dei matti, e di chi con loro vive, sia presso i giovani, che come te, non c’erano e che hanno un grande, grandissimo bisogno di conoscenza, che presso il grande pubblico nazionalpopolare.  Trovo di grande significato che ai giovani parli di matti un giovane, così come è importante per noi di rete 180 far sentire la voce di chi sente le voci. Chi allora viveva nei manicomi o ha partecipato alla chiusura di quelle istituzioni totali ed alla apertura dei centri di salute mentale, ha bisogno, ora come allora, di interpreti che traducano in forme semplici, dirette, ascoltabili le emozioni che si provano nel vedere rinascere persone che nel manicomio vegetavano.  Caro Simone la tua canzone va diritta contro il pregiudizio che fa sì che della malattia mentale non si parli, non si sappia, non si veda.  Però ….. c’è un però. Mi riferisco alla sedia gialla. Nella tua storia la sedia serve ad Antonio per spiccare il volo, forse come sembra ai più per suicidarsi, forse come direbbe Jovannotti per il desiderio di volare.  Però …. c’è un però. Proprio quella sedia può divenire un formidabile strumento di cura. Basaglia ci si sarebbe seduto, ovunque la trovasse : nella casa del matto, per strada, al bar o nell’ospedale ed avrebbe cominciato a fare quello che tu hai scoperto nel Centro d’igiene mentale. Avrebbe cominciato ad ascoltare, a cercare modi altri di comunicare. Perché da una sedia, dall’ascolto comincia la cura.  

Caro Simone, oggi abbiamo bisogno di far sapere che la malattia mentale si può curare, che si può guarire e che perciò non ha senso tenerla nascosta : nella propria mente, nel diario,  nella famiglia, in casa.

 La cura è Antonio che, da quella sedia, scrive a Margherita; la cura siamo noi che apriamo la sedia, ci sediamo ed ascoltiamo. Vorrei, caro Simone, che tu ti facessi ambasciatore dell’ottimismo con cui oggi possiamo guardare alla malattia mentale ed alla sua cura. Perché a volte una sedia fa la differenza. E con te possiamo dire: abbiamo vinto.                                                                                   


Postato da: vinavil a 18:47 | link | commenti (6) |
personaggi, sogni, testimonianze, storia, culture, costume, tempi moderni, societĂ , belle pensate

lunedì, aprile 02, 2007

Figli di serie

«A», «B», «C»

Con la nuova legge, se verrà approvata dal Parlamento come ci auguriamo, tutti i figli saranno sullo stesso piano, conta la verità biologica, senza distinzioni: era ora!
Vera Schiavazzi

Ottantamila bambini all’anno, il 15% dei nuovi nati in Italia. Tanti sono, il doppio rispetto a dieci anni fa, i piccoli italiani nati fuori dal matrimonio, così come sono in aumento rapidissimo, indipendentemente dallo stato civile dei genitori, i bambini che vivono soltanto con la madre o, più raramente, soltanto col padre. Il disegno di legge delega sulla filiazione che il ministro Rosy Bindi ha proposto e che il governo ha approvato il 16 marzo scorso appare, alla luce di queste cifre, ancora più rilevante. Ora la parola spetta al Parlamento, ma anche alcuni gruppi di opposizione hanno già annunciato il proprio voto favorevole. Sul piano etico e culturale, il progetto è importante perché stabilisce – per usare le parole dello stesso ministro – che «tutti i figli saranno uguali di fronte alla legge». Ma anche e forse soprattutto il disegno è fondamentale sul piano sociale, perché mette al centro persone, i bambini appunto, che non hanno potuto ancora compiere alcun tipo di scelta e che troppo a lungo nella storia italiana si sono ritrovati al momento della nascita iscritti alla «serie A» piuttosto che alla «serie B» sulla base di scelte compiute da altri.
Fino a oggi, e nonostante i miglioramenti già introdotti nel tempo dall’evoluzione del diritto familiare, i figli riconosciuti nati al di fuori del matrimonio si trovavano nella paradossale situazione di avere un padre e una madre, attraverso il rapporto di filiazione tra il bambino e il genitore che lo riconosce, ma null’altro: nonni, zii, cugini, fratellastri erano esclusi da questa relazione. Con la nuova legge, questa differenza verrà cancellata, con tutte le ricadute positive del caso: economiche e patrimoniali, ma anche educative e affettive. Un figlio sarà tale a partire dalla verità biologica, senza distinzioni, e potrà così entrare nell’asse ereditario in caso di morte dei genitori, o essere affidato ai nonni. La nuova legge prevede poi la possibilità di riconoscere come propri anche i figli «incestuosi», cioè nati da un altro partner nonostante un matrimonio ancora legalmente valido.
Il disegno di legge firmato dal ministro Bindi, un membro del governo – occorre sottolinearlo – che sta dimostrando una sempre più rara capacità di equilibrio e di distinzione tra il proprio ruolo istituzionale e le proprie convinzioni personali e politiche, è breve e sintetico, solo tre articoli significativamente intitolati «Dei diritti e dei doveri dei figli». Questa norma è in realtà uno stralcio di quella sulla possibilità per i figli di adottare anche il cognome della madre insieme o al posto di quello del padre, ma era stata scorporata in gennaio dal testo complessivo perché «priva della necessaria applicazione». In altre parole, si era ritenuto che questo cambiamento non sarebbe stato digerito facilmente e avrebbe messo a rischio il resto della proposta di legge. Rosy Bindi però è andata avanti, con lo strumento della legge-delega, per far rientrare dalla porta ciò che era uscito dalla finestra e allineare l’Italia, «un segno di civiltà», alle risoluzioni per la tutela dei bambini già indicate anche dalle Nazioni Unite. Il governo insomma chiede l’autorizzazione ad agire per decreto, creando un «corridoio umanitario» (come l’ha definito su La Repubblica Concita De Gregorio con felice intuizione) per quegli ottantamila bambini all’anno ancora discriminati perché nati fuori dal matrimonio.
Ma i dati emersi sullo sfondo di questa iniziativa aprono altri interrogativi. Esiste una «realtà sociale» della famiglia italiana, in piena trasformazione, che appare ancor più complessa e rapida di quanto non rispecchi il vivace e talora strumentale dibattito sui «Dico». Il modo nel quale le nuove forme di famiglia incidono sulla realtà sociale ed economica si è riaffacciato in queste giorni anche a Torino, dove – sono i dati dell’ultimo censimento sulle abitazioni – quasi 180.000 persone vivono da sole, a fronte di 101.000 coppie sposate e conviventi con i propri figli. «Una coppia su tre si separa – ha commentato l’assessore alla casa Roberto Tricarico – e insieme a separazioni e divorzi arriva anche un fabbisogno di alloggi al quale non sappiamo come rispondere». Anche i genitori separati con figli, madri innanzi tutto (ma i «padri soli» sono ormai a Torino oltre 38.000) vivono spesso una condizione difficile, di «povertà di ritorno», perché le risorse della famiglia che conviveva si rivelano insufficienti quando le case diventano due.
Chi amministra e governa, insomma, avrebbe e ha tutto l’interesse a sostenere la convivenza e i vincoli di solidarietà tra persone e tra generazioni. Ma la sensazione è che la politica, sia a livello locale sia a livello nazionale, investa spesso più energie nel confronto ideologico che nella ricerca di risorse per sostenere davvero le famiglie di qualsiasi genere. Rimuovere le discriminazioni, come fa il decreto Bindi che vuol cancellare perfino dall’immaginario collettivo italiano quel concetto di «illegittimo» che ha dolorosamente segnato nel passato tante esistenze, è molto importante e non costa nulla. Una proposta che va nella stessa direzione giungerà presto al voto anche in Piemonte, con la proposta di legge regionale «anti discriminazioni» che punta a rimuovere le differenze tra coppie sposate e coppie di fatto in materia di casa e di sanità. Restano da trovare le risorse economiche e sociali affinché convivere, sposarsi o separarsi possano essere davvero scelte libere, così come quella di avere o non avere figli. Asili nido, sostegno alle donne che lavorano, misure per tutelare la maternità anche per le lavoratrici precarie, alloggi per i giovani sono soltanto alcuni degli esempi di queste misure, che si scontrano con le ristrettezze di bilancio prima ancora che col confronto tra idee e culture diverse. Ma è lecito aspettarsi che un governo impegnato sul fronte della famiglia e delle famiglie trovi, insieme alle forme giuridiche, anche i fondi per sostenerle davvero.

 

da http://www.riforma.it/ , IL SETTIMANALE DELLE CHIESE EVANGELICHE BATTISTE, METODISTE E VALDESI

Postato da: vinavil a 16:27 | link | commenti (3) |
politica, religione, culture, tempi moderni, societĂ , protestantesimo, morale