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Professione Reporter

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Dal 16 aprile 2007 sono tornato a Milano: faccio il vicecaporedattore di City, il quotidiano free press della Rcs. Fino a quella data qui avreste letto soltanto: "Raccolta di articoli (miei) e di riflessioni (sempre mie o in alcuni casi prese in prestito) che altrimenti leggerebbero solo in Puglia (lavoro per il "Corriere del Mezzogiorno", dorso di cronaca pugliese allegato al "Corriere della Sera")". Ah, dimenticavo: tranquilli/e... Sono consapevole del fatto che, per dirla con Indro Montanelli, "noi giornalisti scriviamo sull'acqua e abbiamo una vita effimera, come le farfalle". Infine: devo forse sottolineare che questo blog non è una testata giornalistica e che viene aggiornato senza alcuna periodicità? E pure che, pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001? Scriviamolo, visti i tempi che corrono...

Eccomi

Utente: vinavil
Nome: Marco Brando
Un ex giornalista di provincia ... Ora tornato nella metropoli (beh, Milano - nel suo piccolo - lo è) :-)

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lunedì, luglio 31, 2006

L'INTERVISTA USCITA SULLA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO DEL 31 LUGLIO 2006

Puglia, ti rivedo

con gli occhi di uno straniero





( CLICCA QUI ! <---- scheda, prefazione e altre recensioni )




Quando è un altro a raccontare la tua terra, ti accorgi che è diversa da come la vedi. Così come siamo diversi dall'immagine che di noi rimanda uno specchio. E la prima reazione è di sorpresa, di incredulità. La seconda, di ringraziamento per il giornalista che, sulla scia dei grandi viaggiatori che varcarono «le Puglie», ti aiuta a guardare con distacco la «tua» regione, fondendo nel suo itinerario la curiosità professionale e l'humus di una genìa materna-paterna in cui si mescolò sangue del Lombardo-Veneto con quello della Liguria, dell'Emilia-Romagna e della Campania. Da queste radici multiregionali la rotta a Sud Est di Marco Brando, inchiesta diventata libro per Palomar, trae l'apertura di uno sguardo ora di critica ora di consenso, comunque partecipe.




Franco Cassano sostiene che, se rinunzieranno a osare, i pugliesi resteranno «eterni incompiuti», oscillanti «tra grandi racconti ed epiloghi di terz'ordine»? È questa l'idea che anche lei si è fatto della Puglia?




«È l'idea che mi sono fatto del Paese. E la Puglia ne fa parte a pieno titolo, nel bene e nel male. Certo, nel Sud il rischio che l'oscillazione possa coincidere anche con la stasi esiste di più, per il ruolo cucito sul Sud dalle politiche nazionali, e per i problemi che il Sud davvero ha in più rispetto ad altre zone dell'Italia. Sul Mezzogiorno - lo dico da nipote di nonni paterni napoletani - pesa il ritardo di una classe dirigente che spesso ha mostrato, ancor meno che altrove, salvo eccezioni, l'elasticità necessaria per abbandonare l'oscillazione di cui parla Cassano. È però doveroso sottolineare che la Puglia, nel Sud, è all'avanguardia».




Alla sua conoscenza della Puglia che cosa hanno aggiunto i suoi viaggi?




«Le zone costiere "vendibili", dal punto di vista delle infrastrutture, a turisti settentrionali o stranieri, sono assai limitate rispetto ai 900 chilometri di litorale: un piccolo tratto nella zona di Castellaneta Marina, poi da Porto Cesareo a Torre dell'Orso (in sostanza da Gallipoli e Otranto), un piccolo tratto intorno a Monopoli, il Gargano da Mattinata a Rodi. Per il resto, a parte le zone industriali, ci sono località turistiche su misura per pugliesi o lucani (locali o di ritorno come emigrati): ma il livello qualitativo dell'ambiente e delle infrastrutture non può sedurre chi non ha radici da queste parti».




E per la Puglia interna?




«Forse per me è più affascinate di quella costiera, per le ricchezze paesaggistiche e artistiche, e per le storie che l'interno cela. Ricchezze di cui gli stessi pugliesi sono poco consapevoli. D'altra parte le sole aree interne frequentate dal turismo non stanziale sono Valle d'Itria e Castel del Monte».




Sono così diversi i pugliesi di terra da quelli di mare o, come in alcuni piatti, ritroviamo la tenacia delle radici della terra e l'audacia dello spirare di un vento?




«Io ho nonni liguri, veneti e campani. Ma mi sento intimamente legato alla Liguria. Ebbene, dei "genovesi", come erano chiamati i liguri ai tempi della Repubblica marinara, si racconta che sono montanari costretti a fare i marinai. Da questo punto di vista, i pugliesi mi sembrano simili. D'altra parte Tommaso Fiore, scrittore e politico azionista pugliese, già oltre 80 anni fa non faceva distinzioni tra pugliesi di mare e di terra e parlava di quello pugliese come di un "popolo di formiche", capace di imprese straordinarie, tali da far tremare un "popolo di giganti". La lettura dei libri di Fiore mi ha aiutato a osservare la Puglia di oggi».




 La voluta esclusione dei capoluoghi non riduce l'esemplarità dei percorsi? La Puglia rimane, come dice lo storico Giuseppe Poli, regione di "città contadine".




«Raccontare le grandi città avrebbe richiesto grande spazio. La scelta è stata dettata, durante l'inchiesta, anche dall'esigenza di non dilatare il racconto. Però c'è un'altra ragione: le città pugliesi sono simili, come stile di vita, alle altre analoghe grandi città italiane. A me interessano la Puglia e l'Italia dei piccoli centri e delle campagne: i tre quarti degli italiani vivono in cittadine o in paesini di poche migliaia di abitanti. L'essenza dell'italianità, e della pugliesità, si può scorgere di più vagabondando fuori dalle metropoli».




Se potessimo generalizzare, che cosa non sopporta di questa regione?




«Beh, questa è un provocazione? Diciamo che al familismo pugliese, e meridionale, sono un po' allergico. Però ho un alibi: pare che i liguri siano insopportabili e scorbutici».




E la qualità eccelsa dei pugliesi?




«Non lo dico per piaggeria, giuro: il senso dell'ospitalità».




Al di là di pregi e difetti, il tratto che le piace di più?




«Posso sbilanciarmi: le donne pugliesi, che sono molto belle. E il romanico delle vostre chiese».




 Il primo dei suoi viaggi si conclude con un "Puglia abbi cura di te". Come se questa terra fosse l'eterna, distratta amante dei forestieri che appare a molti?




«E un augurio che non negherei alle altre regioni italiane, né al Paese. Né alla nostra Europa. Noi dovremmo prima di tutto sentirci consapevoli d'essere europei, poi italiani, poi pugliesi o liguri. È il modo migliore per cercare di evitare che Italia, ed Europa, restino la "nave sanza nocchiere in gran tempesta" di dantesca memoria. Dobbiamo essere meno autolesionisti; e volerci più bene».




Postato da: vinavil a 14:31 | link | commenti (3) |
riflessioni, libri, ambiente, economia, turismo

venerdì, luglio 28, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: 1 CULTURA - data: 2006-07-28 num: - pag: 12

LA STORIA / 28 LUGLIO 1943

Bari ricorda

i caduti di via Dell'Arca

Una cerimonia ufficiale questa mattina

rende omaggio alle vittime dell'eccidio

di MARCO BRANDO

« In seguito ai luttuosi fatti di Bari, i feriti sono ancora piantonati... Sono in carcere... Tutto ciò ha prodotto e produce penosissima impressione nella cittadinanza, perché la dimostrazione fatta all'avvento del nuovo Governo aveva carattere, non solo pacifico, ma anche di entusiastico consenso per l'opera del Re e del Maresciallo. Un fatale equivoco, provocato dai fascisti, trasse la truppa a sparare sulla folla; perché aggravare l'equivoco infierendo sulle vittime? » Il testo di questa lettera inedita giunse nell'agosto 1943 al Capo del Governo Pietro Badoglio, allora ancora a Roma.
Fu firmata dal filosofo Guido De Ruggiero ( Napoli 1888 Roma 1948). E si riferisce alla strage del 28 luglio precedente in via Dell'Arca, a Bari; proprio quella che oggi alle 9.30, in piazza Umberto, sarà commemorata ufficialmente dal sindaco Michele Emiliano, oltre che da Anpi, Anppia e Ipsaic. Quel giorno di 63 anni fa, diffusasi la notizia che sarebbero stati liberati i detenuti politici dopo l'arresto di Mussolini, un gruppo di giovani si mosse per accoglierli davanti al carcere barese. Si formò un corteo di circa duecento persone, tra cui molti studenti, che si fermò davanti alla sede della Federazione fascista, presidiata dall'esercito, per chiedere la rimozione dei simboli del regime. Improvvisamente partì il fuoco contro i manifestanti: alla fine si contarono ufficialmente venti morti e trentotto feriti.
La lettera di De Ruggiero è stata trovata nell'Archivio di Stato di Roma da un giovane studioso canosino, Francesco Morra: laureatosi in Scienze politiche all'università La Sapienza di Roma, è reduce da un master in Storia e storiografia multimediale all'Università Roma Tre. « La lettera afferma Morra era ancora graffet tata a quella dell'allora ministro delle Corporazioni Leopoldo Piccardi. E il ministro l'aveva girata, appunto, a Badoglio » .
Perché il filosofo l'aveva sottoscritta? A Bari lo aveva portato il lavoro di diffusione del movimento liberalsocialista, nella direzione già tracciata da Giustizia e Libertà dei fratelli Rosselli. Il gruppo barese, guidato da Tommaso Fiore, fu stroncato dagli arresti nel ' 42.
Dopo la caduta di Mussolini, da tutta Italia erano giunti gli aiuti per gli amici rinchiusi nel carcere di Bari: così, con De Ruggiero, arrivarono Guido Calogero e Adolfo Omodeo, per incontrare Tommaso Fiore, Franco e Peppino Laterza, Pasquale Calvario, Michele Cifarelli, Michele Spinelli, i fratelli Antonio e Franco Sorrentino. Di certo, la strage di via dell'Arca fu trauma terribile per chi sperava nella fine della dittatura. « Il numero vero delle vittime non è stato mai definiti vamente accertato » , ricorda Vito Antonio Leuzzi, direttore dell'Ipsaic, nell'introduzione a Memoria di una strage , pubblicato tempo fa a Bari dalle Edizioni dal Sud, curato da Giulio Esposito e dallo stesso Leuzzi.
Il ministro delle Corporazio ni, il 14 agosto 1943, girò così a Badoglio la lettera del filosofo, redatta su carta intestata della Laterza e datata Roma. Il ministro scrisse: « Unisco un promemoria del prof. De Ruggiero sulla situazione di Bari » .Quest'ultima iniziava così: « In seguito ai luttuosi fatti di Bari, i feriti sono ancora piantonati; come il De Sechis, redattore capo della Gazzetta del Mezzogiorno , sono in carcere, tutti deferiti al Tribunale Militare » . In effetti La Gazzetta l'unico quotidiano che non sospese le pubblicazioni durante la guerra, neppure per un giorno era stato accusato di aver scatenato la manifestazione. E l'editoriale sotto accusa era firmato da Luigi de Secly, allora redattore capo del giornale, vicino a Benedetto Croce.
Aggiunse De Ruggiero: « L'autorità civile ha implicitamente riconosciuto l'errore, rimovendo il prefetto e inviando un ispettore per un'inchiesta: il Comando del Corpo d'Armata vi persiste, trincerandosi dietro la giustificazione formale del divieto di ogni dimostrazione di piazza. Ma si trattava di una dimostrazione di giubilo nei primissimi giorni dell'instaurazione del nuovo Governo; il che è stato consentito e incoraggiato in altre città. Perché soltanto Bari deve scontar così duramente la sua innocente manifestazione di giubilo? » . Una domanda che vale ancora oggi.

Postato da: vinavil a 12:49 | link | commenti (2) |
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giovedì, luglio 27, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: 1 CULTURA - data: 2006-07-27 num: - pag: 17

CONVERSANO

Il Sud Est di Brando

a « Lector in Fabula »

( http://sudest.splinder.com/post/8761720 <---- scheda, prefazione e recensioni )

 

Tutto passa veloce: auto, case, prati, parcheggi, la linea bianca in mezzo all'asfalto, la Puglia, la statale 16 Adriatica, fino su in Emilia Romagna. Potete percorrerla così, d'un fiato. Senza domande. Un biglietto del treno in tasca e non avrete neanche la preoccupazione di guidare. Dal finestrino: agglomerati urbani, spiagge e balere, campi, milioni di storie di cui non vi preoccuperete. Vi sentirete leggeri, in continuo movimento. Eppure non siete gli unici a muovervi, a cambiare. Sembra che l'identità di quest'Italia adriatica perda peso, si stacchi dai luoghi e dalle persone, ci preceda, come un'ombra. Serve qualcuno che provi ad acciuffarla per le orecchie.
Ci stanno provando a Conversano, dove si è aperta ieri la seconda edizione di « Lector in Fabula » , rassegna di incontri letterari organizzata dall'associazione Presidi del Libro, dalla Fondazione Giuseppe Di Vagno e dal Comune di Conversano. Tema dell'edizione è, appunto, « In continuo movimento » . Angela Barbanente, assessore al Territorio della Regione Puglia, Federico Bilò, do cente di Composizione architettonica all'università di Pescara, e Nicola Signorile, critico d'architettura e giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno hanno aperto ieri il ciclo con una serata dedicata alla descrizione della « metropoli diffusa » , paesaggi urbani e rurali nell'immaginario di chi pianifica e progetta.
Di taglio diverso sono gli « incontri di passaggio » stasera: gli occhi che osservano e descrivono sono quelli di Marco Brando, giornalista del Corriere del Mezzogiorno . Presenterà Sud Est. Vagabondaggi estivi di un settentrionale in Puglia ( Palomar, 2006): il suo diario di viaggio lungo le coste e le campagne della Puglia minore. Interverranno con l'autore Maddalena Tulanti, capo redattrice dello stesso quotidiano, e Franco Botta, docente di Politica economica all'Università di Bari. Appuntamento alle 21, nel Chiostro dei Paolotti. L'incontro è aperto dalle letture di Enzo Toma e seguito da un concerto di musica zingara del gruppo Rovaranò.
« Lector in Fabula » proseguirà ad agosto. A Conversano si fermeranno Vito Antonio Leuzzi, Franca Pinto Minerva, Pasquale Guaragnella e Valdemaro Morgese ( 11 agosto), con una lettura della Puglia come terra dell'accoglienza e sul tema dell'immigrazione; Enrico Calandri e Lucia Cacciapaglia ( 12 agosto) per ripercorrere l'esperienza letteraria di Pier Vittorio Tondelli; Lorenzo Sani e Carmelo Formicola ( 13 agosto) per descrivere vizi e virtù del giornalismo locale.

Lorenzo Marvulli

Postato da: vinavil a 12:53 | link | commenti |
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mercoledì, luglio 26, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-07-26 num: - pag: 11

Puglia, sessant'anni di beghe

in una regione un po' « inventata »

(Ristorante pugliese a Manhattan, New York, Usa)

Ci mancava pure questo! Trovo sconcertante il proposito di dar vita, nella nostra regione, ad un « Grande Nord Pugliese » . Il pessimismo è dettato non già dall'ipotesi di una pura e semplice aggregazione amministrativa e programmatica fra Province, ma dallo spirito, aleggiante a chiare lettere intorno all'idea, di netta contrapposizione e di distinguo utilitaristici rispetto all'analogo progetto, in itinere da qualche tempo, del « Grande Salento » . Quest'ultimo spaccherebbe la Puglia, il « Grande Nord » no. Siamo alle solite diatribe sulle graduatorie auto referenziali dei pubblici amministratori? Purtroppo, un siffatto clima non solo non giova, ma non interessa manco un po' ai pugliesi, i quali di dualismi fini a se stessi hanno ormai piene le tasche e le teste. I cittadini, in cambio dei loro voti, chiedono di essere guidati ovunque dalle personalità più oneste, preparate, illuminate ed equilibrate; auspicano, altresì, che ciascuna figura prescelta, pur seguendo il solco di lavoro autonomamente ritenuto adatto e opportuno, non disdegni, all'occorrenza, di prendere a esempio eventuali comportamenti e azioni originali e geniali dei colleghi. Il tutto, ovviamente, per il bene e lo sviluppo di questa regione e delle sue comunità.

Rocco Boccadamo

Lecce


 

IL PUNTO
di Marco Brando

Gentile signore,

lo sa che sta evocando un fantasma mai sopito, dal 1946 in poi? Quello della « rivalità » tra Bari e Lecce. O, se vogliamo, tra la Terra di Bari e la Terra d'Otranto, con la Capitanata a sua volta tentata dalla secessione. Una secessione cavalcata, a seconda dei periodi e delle convenienze, da politici e partiti. Roba da far invidia a Bossi e ai leghisti in blocco, arrivati a conclusioni simili, in salsa nordista, solo una ventina d'anni fa.
Premesso che la questione dell'utilità pratica ( esiste?) di nuove regioni, e di nuove province, meriterrebbe un discorso a parte, il tema che lei solleva è interessante anche dal punto di vista storiografico. Testimonia da un lato che la Puglia, intesa come entità amministrativa, è stata un'invenzione dell'Italia repubblicana, mentre prima non esisteva o quasi. Dall'altro lato, mostra che la « pugliesità » , intesa come collante culturale ed « etnico » , è altrettanto artificiale: i leccesi, a pre scindere dalla beghe politiche, si sentono intimamente vicini a brindisini e tarantini, ma assai diversi dai baresi, a partire dal dialetto; i foggiani, per altri versi, non si sentono vicini né ai primi né ai secondi. Questa situazione ha coinvolto pure personaggi pugliesi assai potenti. È il caso del leader democristiano Aldo Moro, che ancora oggi è considerato tra i protagonisti dell'affossamento in Assemblea costituente nel 1947 della propo sta di costituzione della Regione Salento, gradita a tutte tutte le forze politiche salentine. All'epoca ci si confrontava sulle regioni e sugli assetti autonomisti. La Capitanata pretendeva la Regione Dauna. Altri volevano che la Basilicata fosse divisa tra Puglia e Campania. In una situazione di grande caos, gli esponenti più in vista del meridionalismo chiedevano l'unità. Ci fu un grosso dibattito sulla stampa. Anche Tommaso Fiore intervenne con un articolo: « La Puglia è una » . Fatto sta che prima, nel dicembre 1946, era passata la proposta di istituzione della Regione Salento, inserita tra Puglia e Lucania. C'era solo l'opposizione dei comunisti. Ma nell'ottobre 1947 la nuova regione fu bocciata. E Moro tra Lecce, sua terra natale, e Bari, sua terra d'adozione, scelse la seconda. Col conforto anche della Federazione barese della Dc. Però, come lei ci ha ricordato, sia il fantasma salentino che quello dauno non demordono.

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venerdì, luglio 21, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-07-21 num: - pag: 19

Le liberalizzazioni servono

Ma è anche una questione di stile

Mentre i taxisti hanno vinto la loro battaglia ( di fatto bloccando, sul loro fronte, il « decreto Bersani » ) , mentre i farmacisti sono in sciopero contro quello stesso decreto, mi capita di leggere, anche in questa rubrica, che in precedenza il Governo Berlusconi non avrebbe concluso niente per quel che riguarda le liberalizzazioni. A parte il fatto che io non sono d'accordo, e che sono tuttora contenta di aver votato il partito che Berlusconi ha fondato, questa fregola di sinistra mi indispone. Con i soliti metodi calati dall'alto, il Governo di Prodi, in cui la fanno da padroni comunisti di varia origine, impone alla gente riforme mai concordate e mai condivise dalle parti, creando ulteriore tensione sociale in un Paese come il nostro, in cui proprio non sentiamo la mancanza di fibrillazioni. Penso che se certe iniziative le avesse prese la coalizione di centrodestra, quando era al governo, avremmo assistito a comizi volanti dei leader della sinistra davanti alle colonne di taxi e di fronte alla farmacie. Siccome questi provvedimenti sono stati firmati dal Governo Prodi, tutti taccioni, tutti acconsentono. E i mass media italiani si distinguono in questa gara tra chi adula di più. Si dovrebbero « liberalizzare » i cervelli di certe persone, altro che i taxi.

Anna Cassano

Bari


 
IL PUNTO
di Marco Brando

Gentile signora, sostenere che i fan delle liberalizzazioni sono tali perché sono « di sinistra » è, francamente, un paradosso. I portabandiera delle liberalizzazioni si pensi alla signora Thatcher in Gran Bretagna tra il 1979 e il 1990 sono stati sempre esponenti della destra liberale; per lo meno, così è accaduto in paesi occidentali con sistemi politici ben diversi da quelli populisti, a seconda delle convenienze elettorali che si sono visti spessissimo nelle storia dell'Italia repubblicana. Infatti nelle ultime settimane è capitato che i provvedimenti « liberalizzatori » del centrosinistra siano stati valutati in maniera non pregiudiziale pure da esponenti del centrodestra.
Ribadisco: semmai desta meraviglia il fatto che Berlusconi si sia definito erede di Margaret Thatcher promettendo liberalizzazioni o privatizzazioni, senza agire quasi mai di conseguenza. Invece Bersani vuol realizzare cose che, assieme a molte altre, in Inghilterra fece proprio la Thatcher. Non è il caso di disquisire, ora, se era comunista pu re la suddetta baronessa di Kesteven, oppure se non lo è più il nostro ministro Bersani. Il fatto è che, « liberando » il mercato, si creano opportunità. Specialmente per i cittadini che bene non stanno affatto. E in Italia ce ne sono molti, perché la nostra economia è piuttosto ferma.
Basti pensare che le proiezioni di crescita per il nostro Paese viaggiano tra l' 1 e il 2 %, mentre erano al 3 % all'inizio degli anni ' 80, tra il 3 e il 4 % negli anni ' 70 e al 6 % negli anni ' 50 e ' 60. Un declino cui hanno contribuito pure le barriere che hanno impedito all'Italia di fronteggiare la concorrenza internazionale e di adeguare le proprie specializzazioni produttive.
Quindi concordo con chi affermna che non bisogna chiedersi se le liberalizzazioni sono giuste, dato che la risposta è scontata. Bisogna invece chiedersi se i provvedimenti varati per giungere alle liberalizzazioni sono fatti nel modo e con lo stile giusti. Perché la concorrenza deve essere un processo che investe i vari settori economici in modo coerente e uniforme. Perché introdurre maggiori elementi di concorrenza serve, e rende più vitale l'economia, a patto che si riescano ad abbattere sia i prezzi che le tensioni sociali; e a patto che si sia in grado di facilitare l'ingresso di nuovi lavoratori e professionisti in vari settori fino ad oggi « blindati » dalle corporazioni, senza però peggiorare la qualità dei servizi offerti. Un'esigenza che vale a maggior ragione per il Mezzogiorno. Questa è davvero una sfida, soprattutto in un Paese poco disciplinato come l'Italia.

 

Postato da: vinavil a 11:56 | link | commenti (3) |
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mercoledì, luglio 19, 2006

BAMBINI IN GUERRA

Carri armati israeliani al confine con il libano bambini scrivono sulle bombe (Emblema)
Carri armati israeliani al confine con il Libano: bambini scrivono sulle bombe (Emblema)

La foto di questa bimba israeliana che "firma" le bombe destinate a cadere sul LIbano è terribile.

Per capirci, mi fa impressione quanto le foto dei bimbi palestinesi di Gaza che agitano armi giocattolo, o peggio, durante le manifestazioni.

Purtroppo spetta ai bambini mostrare quello che, di terribile, gli adulti sono riusciti a fare: indurre i loro figli a giocare con la morte; magari incoraggiandoli con pacche sulle spalle, telecamere accese, sorrisi compiaciuti.

I bimbi... Bisognerebbe lasciarli in pace, nel vero senso della parola.

Non succede, in quest 'infinita guerra mediorientale come nelle altre del presente e del passato: penso ai bimbi-soldati africani, ai ragazzini che combatterono fino alla fine per Hitler, a quelli di Belfast (cattolici e protestanti); penso alla piccola vedetta lombarda che ci hanno propinato da piccoli; penso al Balilla genovese; ai bimbi accarezzati da Stalin in certi quadri di regime. E via di questo passo.

Questa foto scattata in Israele / Palestina è solo l'ultima. Però induce a riflettere ulteriormente: perché laggiù c'è stato chi disse <I bambini vengano a me>; mica alle bombe, ai mitra, alla morte.

Postato da: vinavil a 16:05 | link | commenti (5) |
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sabato, luglio 15, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: 1 PAGINA - data: 2006-07-15 num: - pag: 1

Le aree protette non vivono di sole nomine

PIU' SOLDI PER I PARCHI

di MARCO BRANDO

Sorpresa: la aree protette — parchi nazionali e regionali, oasi e riserve — non si « proteggono » da sole. O meglio: non basta disegnare in confini e nominare presidenti, consiglieri, commissari e quant'altro; bisogna che siano messi a disposizione soldi sufficienti per far funzionare l'apparato burocratico, quello di vigilanza e per realizzare progetti di sviluppo e promozione.
Sembreranno concetti banali ma è la verità pura e semplice. Questa considerazione è suscitata da un pugliesissimo anniversario: il decennale del Parco nazionale del Gargano, la cui ricorrenza è stata celebrata il 6 luglio scorso a Manfredonia, presenti le alte cariche istituzionali della Capitanata e della Puglia, compreso l'assessore regionale all'Ambiente Michele Losappio. Con gran soddisfazione del volenteroso presidente Giandiego Gatta, che ha voluto fortemente festeggiare la ricorrenza.
In quell'occasione l'assessore Losappio ha garantito che la Regione non si tirerà indietro. Forte del fatto che la giunta Vendola sta sponsorizzando con foga nuovi parchi ( malgrado ci siano associazioni, imprenditori ed enti locali « concorrenti » ) , da Gallipoli alla Murgia.
Però è chiaro a tutti che negli ultimi anni le risorse pubbliche destinate alla tutela concreta della natura sono state inversamente proporzionali a quelle promesse. Insomma, ironia della sorte…, i parchi d'Italia rischiano di rimanere al « verde » . Pure gli stanziamenti regionali, ha rilevato la rivista Parchi , « risentono gravemente delle fluttuazioni dovute a congiunture politiche o a tagli delle finanziarie » .
Peccato: perché oggi un parco permette di rivitalizzare il tessuto sociale ed economico di una regione, sia attraverso l'effetto diretto su occupazione e investimenti, sia grazie agli effetti indotti in tutti i settori. Per non parlare del marchio di qualità, che può contraddistingue re il « prodotto » del parco, e della capacità d'attrarre turisti « qualificati » , com'è accaduto — in entrambi i casi — sul Gargano. S'affermerà che bisogna essere austeri, di questi tempi. Certo. Se non fosse che, ad esempio, sulla rivista di Legambiente La Nuova Ecologia pochi giorni fa si leggeva: « La tanto sbandierata stretta sulle auto blu s'è risolta con un nulla di fatto. O quasi. Concessa la deroga per il 92 % delle vetture censite. E il ministero dell'Ambiente taglia solo sui mezzi degli enti parco » .
Così, per restare in Puglia, è opportuno sapere che il Parco del Gargano deve vigilare su un'area enorme — 121.118 ettari abitati da 200.000 persone ( più un milione di turisti in estate) — con 4 vetture ( un vecchio fuoristrada, uno seminuovo e due vissute utilitarie). I dipendenti sono solo 27, compresi gli impiegati ( e ci sono turni, ferie, indisposizioni, maternità…). I bilanci sono fermi ad alcuni anni fa, con grossi vincoli di spesa. Non solo. Il Parco vorrebbe acquistare la riserva naturale di Santa Tecla, oggi di proprietà dell'Eni: su 2100 ettari di estensione vivono in libertà mufloni, daini, caprioli garganici e cinghiali; ci sono specie vegetali, incluse tantissime rare orchidee.
Il presidente Gatta ha chiesto di recente un incontro con il ministro Alfonso Pecoraro Scanio, dato che gira voce di un interesse del gruppo Marcegaglia ( già proprietario del villaggio di Pugnochiuso, ex Eni) per la riserva. « Il Parco ha un diritto di prelazione. Ma il problema non consiste tanto nei fondi per acquistarla, che comunque dovremmo avere in forma straordinaria dal ministero. Il problema è la gestione ordinaria » , ha spiegato Gatta. Ogni anno infatti la riserva costa all'Eni 400.000 euro. Una somma che il Parco non ha, tanto meno in questo periodo di vacche magre: incluse, ovvio…, quelle podoliche, care al Gargano.

 
 
 

Postato da: vinavil a 13:02 | link | commenti (4) |
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venerdì, luglio 14, 2006

SUD EST 
 Vagabondaggi estivi
di un settentrionale in Puglia
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Cari amici vicini e lontani,
 è arrivato nelle librerie italiche (oppure bisognerà, eventualmente, ordinarlo) il mio libro <SUD. Vagabondaggi estivi di un settentrionale in Puglia>, edito da Palomar, con prefazione del sociologo Franco Cassano.
 
Qui sotto ci sono la scheda e la prefazione.
 
Il libro si può acquistare anche attraverso il sito della casa editrice ( http://www.edizioni-palomar.it/schedaprodotti.asp?IDProdotto=346 ) e nelle librerie on line (tra qualche giorno), come Internetbookshop .
 
 
EDIZIONI PAL˜MAR
di Alternative srl
 
 
COLLANA:     altreStorie                                
 
TITOLO:         SUD EST – Vagabondaggi estivi
di un settentrionale in Puglia
 
con prefazione di Franco Cassano
 
AUTORE:       Marco Brando
 
PREZZO:        € 14,00
 
PAGG.:           176
 
ISBN:              88-7600-169-7
 
 
 
IL LIBRO: SUD EST nasce da un'inchiesta giornalistica condotta sulle pagine del «Corriere del Mezzogiorno», dorso di cronaca pugliese distribuito col «Corriere della Sera», nel corso delle estati 2004 e 2005.
Lo scopo è quello di descrivere e raccontare - con spirito critico e una buona dose di ironia - luoghi più o meno turistici, personaggi di ieri e di oggi, fenomeni di costume, radici storiche, pregi e difetti della Puglia (estiva e non solo) e dei pugliesi.
Sono due gli itinerari principali: un primo percorso lungo gli oltre 800 chilometri di costa; il secondo «dentro» la Puglia, attraversata da sud a nord senza mai toccare il mare. Completano il testo due «fuori rotta»: una notte su un peschereccio in compagnia dei pescatori di Molfetta; un viaggio attraverso gli scenari incantevoli percorsi dalle Ferrovie Sud-Est.
Un viaggio intenso, divertente, ricco di riferimenti alla storia e al costume, raccontato da chi non nasconde di subire il fascino di questa regione così bella e complessa. Tanto che il suo racconto si conclude con un augurio: «Arrivederci, Puglia. Abbi cura di te».
 
L’AUTORE: Marco Brando è nato a Genova Sampierdarena nel febbraio del 1958 e ha un albero genealogico piuttosto variegato.
Dal 1982 ha cominciato a scrivere per «L’Unità» come corrispondente da Pavia; per poi lavorare nella redazione di Milano del quotidiano, prima come redattore e poi come inviato, fino al 1998 (con un biennio di parentesi a Roma), dedicandosi soprattutto alla cronaca giudiziaria e in particolare all’inchiesta «Mani pulite».
Dopo un’esperienza nelle vesti di autore del programma «Film Dossier - Linea d’ombra» a Mediaset e dopo un anno e mezzo di lavoro per «Tv Sorrisi e Canzoni», dal novembre 2000 fa il giornalista a Bari nella redazione del «Corriere del Mezzogiorno» dove, tra l’altro, risponde ai lettori nella pagina «Lettere - La voce del cittadino».
 
 
 
Via Nicolai, 47 – 70122 Bari
Tel.: 080/5227262 – Fax 080/5227250
P.I. 05372730720
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PREFAZIONE
di Franco Cassano
L’eterna incompiuta
Ormai da decenni la Puglia è sospesa nel limbo. Di essa nel mondo e in Italia si alternano due immagini, quella ottimistica e speranzosa della «California del sud» e quella opposta, di una Puglia risucchiata dalle sue deficienze e patologie. E questa continua oscillazione tiene in sospeso una terra che sembra sempre sul punto di decollare e di accentuare la sua differenza rispetto al Mezzogiorno, ma è costretta, dopo qualche ebbrezza, ad accorgersi che le sue ali sono fragili o bruciate; e sente ritornare il peso di vecchi incubi, la disoccupazione, l’esodo dei giovani più capaci, il peso crescente della malavita, eccetera.
Questo continuo stop and go sembra un destino invalicabile, un limbo nel quale la Puglia è condannata a rimanere per sempre, rifluendo nel ruolo di eterna incompiuta: da un lato essa è troppo diversa dallo stereotipo dominante di un Sud fermo e addormentato, dall’altro il suo dinamismo è pieno di false partenze, e ogni volta dopo uno scatto bruciante, arriva l’affanno.
Quest’alternanza continua non è solo una successione nel tempo di euforie e delusioni, ma, come testimonia il libro di viaggio di Marco Brando, è una dissonanza che si incontra anche nello spazio, perché capita di ritrovare entrambe le facce a pochi metri o
chilometri di distanza l’una dall’altra. Il cemento bracca continuamente la bellezza, e non appena la decenza e la legge guardano altrove (e capita troppo spesso), la degrada e la deturpa: le cabine sulla spiaggia diventano case, avviando quella spirale dei condoni
che ha saldato piccoli e grandi interessi, società «incivile» e politica in un blocco sociale tanto vorace quanto resistente. Ma accanto all’affollamento distruttivo esistono ancora «bellezze da sogno ignorate»; oppure capita di scoprire che la tutela del Gargano, la sua sottrazione alla ferocia cementizia, la si deve non solo a un ente preposto alla tutela dell’ambiente, ma moltissimo all’Eni, che a prima vista sembrerebbe il suo peggior nemico. E il libro è pieno di scoperte come queste, di accostamenti sorprendenti.
Brando viene dal Nord ed è arrivato in Puglia per ragioni di lavoro. Questo viaggio nasce dal desiderio di conoscere un territorio sconosciuto, di guardare da vicino i luoghi e le persone di cui ogni giorno si parla sulle colonne del giornale. I suoi resoconti ripropongono, nelle descrizioni e negli stati d’animo del viaggiatore, questa alternanza continua tra le promesse e le delusioni, la scoperta della ricchezza insospettata delle storie, della bellezza dei luoghi, dell’intraprendenza delle persone e la delusione per le diserzioni dello spirito pubblico, per un assalto alle coste e al mare, che diventa l’inquietante metafora del rapporto con il bene pubblico e dell’assalto particolaristico alle istituzioni.
Nel libro, che volutamente trascura le grandi città per attraversare la Puglia minore, questo alternarsi di emozioni e di scoperte non fa che accentuare la rabbia. Non si è di fronte a una stasi che uccide lo spirito, recidendo la speranza, ma neanche a un dinamismo stabile, che permette di distogliere lo sguardo, sicuri che poi tutto continui a funzionare per il meglio. La Puglia che Brando attraversa, in questi anni diventata nota nel mondo, è la Puglia del Salento, della Valle d’Itria, del Gargano oppure è la Puglia più riposta della Murgia e dell’Appennino. Ma anche in questa nuova immagine, che, tramite i nuovi strumenti di comunicazione, rende noti nel mondo i nostri luoghi e attira i turisti, torna a riproporsi, come una condanna, l’oscillazione. La riscoperta dei luoghi, del territorio e della tradizione è un nuovo punto di partenza oppure una ritirata, la ricerca di un piccolo lucro alle spalle di un mondo che ci sorpassa e ci sfugge? È l’inizio di un nuovo equilibrio tra modernità e tradizione oppure è un chiudersi nel piccolo cabotaggio, nello sfruttamento feroce del territorio, una vendita all’incanto senza pudore e misura?
Ovviamente Brando non si propone di rispondere a questa domanda, e il suo libro, molto saggiamente, si fa prendere dal ritmo della scoperta, della meraviglia, della cronaca, delle osservazioni di chi è solo di passaggio, e per questo è più sereno sia nei riconoscimenti che nelle critiche. Ma sembra anch’esso alla fine suggerire una morale ai pugliesi: possedete una terra bella e varia, ricca di caratteri e di lingue, di chiese e di mari diversi, in una posizione di collegamento che si respira anche soltanto ripercorrendone la storia. Non fatevela sfuggire dalle mani, sfruttatela, ma con saggezza e gentilezza, non ripiegate sul piccolo cabotaggio, che vi fa rimanere sotto costa, osate un
po’ di più. Lo scetticismo non è realismo o prudenza, ma solo mediocrità e paura di volare. Se rinunzierete a rischiare, rimarrete sempre a metà strada, eterni incompiuti, che continuano a oscillare tra grandi racconti ed epiloghi di terz’ordine.
 
RECENSIONI:
SU "METRO"
(di ANTONELLA FIORI)
CHE CI FA un settentrionale in Puglia? Di solito il turista estivo che poi rientra nelle nebbie,
spesso padane, dopo poche settimane. Diverso il caso di Marco Brando, genovese di nascita
e milanese d’adozione, emigrato a Bari da qualche anno (lavora a “Il Corriere del Mezzogiorno”), che ha raccolto in questo libro i suoi vagabondaggi estivi in terra pugliese seguendo gli 800 chilometri di costa e la regione da nord a sud. Risultato: né una guida né un saggio, piuttosto un racconto incredibilmente ricco di fenomeni di costume e di personaggi: di ieri e di oggi. Scoperti con curiosità da viaggiatore, osservati con l’attenzione del cronista.
 
Marco Brando, “Sud Est. Vagabondaggi estivi di un settentrionale in Puglia”,
Palomar, p. 173, 14 euro
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SUL "CORRIERE DEL MEZZOGIORNO"
(di Maddalena Tulanti. caporedattore)
La Puglia
del mare
e dell’interno
Marco Brando di sicuro è settentrionale, quasi certamente è anche «vagabondo». Perché è vero che una delle caratteristiche di un giornalista, è quella di «andare», (e i «vecchi» dicevano che scrive con le «scarpe» e non con la penna) può senz’altro essere apparentata a una sorta di «vagabondaggio». Ma Marco Brando, che nel giro di due estati ha «vagabondato » per la Puglia e l’ha raccontata ai lettori delCorriere del Mezzogiorno, vi ha aggiunto un condimento in più, il particolare punto di vista di un «settentrionale ». Quando decidemmo di raccontare la Puglia estiva due anni fa ovviamente partimmo dalle coste: più note, brillanti, vivaci, affollate. Il compito sembrava facilissimo visto che il Salento o il Gargano non sono certo luoghi complicati da descrivere; e tuttavia proprio per questo il rischio di scrivere banalità era molto alto. L’antidoto non poteva che essere l’«estranietà» di chi guardava e raccontava. Un «settentrionale» appunto. Brando non ha mai lusingato chi ha incontrato lisciandolo magari per il verso dela cartolina o del folclorico. Le bellezze sono rimaste bellezze, i problemi, problemi. Il cronista ha avuto il sopravvento quasi sempre sul «pittore». Ecco allora il viaggio sul trenino della ferrovia sud-est che è un vero e proprio piano di lavoro per un amministratore che volesse utilizzare quel piccolo gioiello turistico noto solo per i ritardi e i disagi che provoca ai pendolari. Il «settentrionale» ha trovato anche delle storie. Anzi delle «altrestorie», come Palomar ha voluto battezzare la collana. Ma meglio cercarle nel libro, ne vale la pena.
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MARTEDÌ, 04 LUGLIO 2006
Pagina XII - La Repubblica - edizione di Barii
Un vagabondo in terra di Puglia
La Puglia minore bella e contraddittoria. La Puglia del mare e dei paesi dell'entroterra, quella delle grandi vicende della storia e quella del degrado ambientale. Sud Est vagabondaggi estivi di un settentrionale in Puglia (Palomar editore) è il racconto di una regione del sud guardata dagli occhi di un settentrionale. Con le sue incongruenze la Puglia si offre piacevole e meravigliosa, inconsapevole e disattenta agli occhi di Marco Brando, giornalista del Corriere del Mezzogiorno . Genovese trapiantato a Bari per lavoro, Brando descrive con spirito critico e una buona dose di ironia luoghi più o meno turistici, personaggi del passato e di oggi, fenomeni di costume, radici storiche, pregi e difetti di una terra e dei pugliesi. Sono due gli itinerari principali: un primo percorso lungo gli oltre 800 chilometri di costa; il secondo "dentro" la Puglia, attraversata da Sud a Nord senza mai toccare il mare. Completano il testo due «fuori rotta»: una notte su un peschereccio in compagnia dei pescatori di Molfetta e un viaggio attraverso gli scenari incantevoli delle Ferrovie Sud-Est. Il libro ha il ritmo «saggio della scoperta e della meraviglia dice il sociologo Franco Cassano nella prefazione della cronaca (il volume nasce da due inchieste estive del 2004 e del 2005), delle osservazioni di chi è solo di passaggio e per questo è più sereno sia nei riconoscimenti che nelle critiche». La fine del viaggio non è un addio ma solo una arrivederci a tratti malinconico a una Puglia a cui si chiede di «prendersi cura di se stessa». Perché dal racconto di Brando emerge «la Puglia sospesa nel limbo continua Cassano quella ottimistica e speranzosa della California del sud e quella risucchiata dalle sue deficienze e patologie. E questa continua oscillazione tiene in sospeso una terra che sembra sempre sul punto di decollare e di accentuare la sua differenza rispetto al Mezzogiorno, ma che è costretta, dopo qualche ebrezza ad accorgersi che le sue ali sono fragili o bruciate».
(micaela abbinante)
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Recensione Sud Est
 
Cerchiamo tutti un Altrove, Marco Brando (giornalista con radici liguro-lombarde sceso in Puglia nel 2000) l’ha trovato salendo sul trenino delle Ferrovie Sud Est, uno “slow tour”(velocità di crociera 50 km/h) per l’Apulia meno conosciuta ma non meno ricca di sorprese. Un moderno flaneur che ora pubblica con l’editrice Palomar il suo diario di bordo: “Sud Est-Vagabondaggi estivi di un settentrionale in Puglia”. Anche noi lettori possiamo far nostra la filosofia che ha ispirato il libro e vagabondare per le centosettanta  pagine nelle quali l’autore ha racchiuso brevi ritratti dei luoghi visitati tratteggiati con uno stile vivace e piacevolmente fresco. Certo Marco Brando sarà d’accordo con Goethe:“Pensare è più interessante di conoscere, ma non così interessante come guardare”, infatti è il suo sguardo curioso il protagonista di questo libro, che può diventare bussola per chi desideri mettersi in viaggio alla ricerca di posti defilati, lontani dalla pazza folla. E’ un itinerario storico-culturale interessante perchè ricco d’informazioni colte anche on-the-road. Queste caratteristiche ne fanno quasi un libro da cruscotto, da consultare strada facendo. I viaggi in realtà sono due:il primo, seguendo il perimetro della regione, quasi 900 km di costa lambiti dal mare, il secondo, “passeggiando” nell’entroterra, la spina dorsale del Tacco d’Italia. L’ultimo tratto, dal capoluogo pugliese alla punta estrema del Salento, a bordo delle Fse. I treni delle Sud Est potrebbero diventare una risorsa per il turismo, mentre invece esistono ma non se ne conosce l’esistenza, un paradosso tutto pugliese. E’ come se - dice l’autore -“nella laguna veneta si <<nascondesse>> ai villeggianti che ci sono i vaporetti”, incredibile! “La formula magica per sedurre i turisti” potrebbe essere proprio la lentezza, quello che è un vizio per chi abitualmente se ne serve, i pendolari, sarebbe una virtù per il turista che godrebbe di scenari inconsueti e fascinosi, immerso in un tempo-lungo. E’ così che si valorizzano le risorse, altrimenti come può la Puglia, “terra del rimorso” di Demartiniana memoria, riscattarsi? E se non li scopriamo noi pugliesi  i punti di forza della nostra regione, se non diamo loro visibilità, chi lo farà? “Viene da chiedersi cosa potrebbero diventare queste romantiche ferrovie se i turisti sapessero della loro esistenza…”, così s’interroga l’autore. Sembra quasi che una forma di pudore atavico ci porti a mantenere nell’ombra le ricchezze che abbiamo, quel laborioso “popolo di formiche” ha creato Bellezza che è un peccato non condividere. In un mondo di tante immagini allettanti costruite spesso sul nulla, dov’è quella della Puglia alla quale basterebbe solo mettere in luce quello che ha per farsi notare? Con “Sud Est” Marco Brando riesce ad illuminare angoli inesplorati, grazie alle sue parole aggiungiamo un piccolo tassello al grande mosaico delle Puglie.
 
Margherita De Napoli
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"Sud Est", a zonzo per la Puglia
Metti un genovese innamorato di una regione in bilico. Metti un'inchiesta giornalistica condotta per due estati sulle pagine del «Corriere del Mezzogiorno» (dorso di cronaca pugliese distribuito col «Corriere della Sera»). Nasce così "Sud Est" di Marco Brando, un libro che chiunque voglia conoscere la Puglia dovrebbe leggere. Con una buona dose di ironia Brando percorre, con gli occhi del viaggiatore e lo spirito critico del giornalista, luoghi più o meno turistici, personaggi di ieri e di oggi, fenomeni di costume, radici storiche, pregi e difetti della Puglia (estiva e non solo) e dei pugliesi. Sono due gli itinerari principali: un primo percorso lungo gli oltre 800 chilometri di costa; il secondo dentro la Puglia, attraversata da sud a nord senza mai toccare il mare. Completano il volume due fuori rotta: una notte su un peschereccio in compagnia dei pescatori di Molfetta e un viaggio attraverso gli scenari incantevoli percorsi dalle Ferrovie Sud-Est. Un percorso intenso, divertente, ricco di riferimenti alla storia e al costume, raccontato da chi non nasconde di subire il fascino di questa regione così bella e complessa. Tanto che il suo racconto si conclude con un augurio: «Arrivederci, Puglia. Abbi cura di te».
 
(su City nazionale del 05-07-2006)
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Puglia on the road
(su Quaderni radicali del 19-07-2006)
Da secoli la Puglia è soggetta a continue definizioni ed analisi; Marco Brando, invece, nel suo viaggio non cede a tentazioni sociologiche e si fa trascinare da un misto di istinto e saggezza in una scoperta di luoghi a volte snobbati a volte ignorati.

Passa tra ombrelloni e ferrovie, monumenti ed estrosi personaggi, mari e pastori, questo viaggio che scova il meglio e il peggio della regione con ironia, spirito d’osservazione e tanta curiosità.
L’autore, giornalista del “Corriere del Mezzogiorno”, ha prima percorso 800 chilomentri di costa (dal Salento ai confini col Molise) per poi dedicarsi ad un viaggio a zig-zag dall’interno attraverso paesi e frazioni, senza mai sfiorare né il mare né le grandi città.
Nessun cedimento alle analisi sociologiche, dicevamo, e nessun pregiudizio da parte di Brando. Di certo, però, un forte spirito critico e di osservazione che ne tradisce il passato-presente di cronista.

Una sola è la premessa dell’autore, confessata (che impertinenza!) anche nel sottotitolo del libro: Brando è settentrionale.
Ossia non è pugliese; e con questa apparente ovvietà l’autore evita il rischio di apparire “propagandista” o “disfattista” a seconda dei casi.
In altre parole, con la scusa di essere “forestiero” si becca la lussuosa licenza di dire ciò che pensa senza doversi confrontare con la retorica della provincia.

Le sue vengono presentate come impressioni, anche se sono ritratti nitidi di un mondo che Brando stesso conosce in profondità e di cui è rispettoso estimatore.
Il libro spazia dai riferimenti storici a quelli artistici, dalle note sulla gastronomia alle segnalazioni delle architetture nascoste.

E così se ci si trova a Calimera, a sud di Lecce, si scopre la vitale comunità di lingua ellenofona, a Sammichele di Bari, una rude storia di una comunità serba del ‘600 prima ospitata, poi scacciata. Si passa per Altamura, Orsara di Puglia, Vieste. In una notte con alcuni pescatori di Molfetta si vive il bello e il tragico della vita di mare, in un viaggio con le Ferrovie del sud est si assaporano paesaggi selvaggi.

L’autore non risparmia critiche a quei limiti e quelle contradizioni che putroppo abbondano in Puglia.
La precarietà del’agricoltura, l’isolamento delle zone interne, il turismo gestito a volte poco e male.

E poi una continua ricerca degli uomini e delle loro storie; forse la migliore riflessione su ogni luogo.
E con gli uomini gli interrogativi sul loro futuro. Senza risposta, ma con tanti spunti perché ognuno possa provare a dare la sua.

Severino Di Marco
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giovedì, luglio 13, 2006

Non c’è solo la famiglia

(tratto da Riforma, SETTIMANALE DELLE CHIESE EVANGELICHE BATTISTE, METODISTE E VALDESI)

 

 
Se, nella reciprocità e responsabilità, c’è pieno rispetto della persona che ami, il patto d’amore, di dolcezza e solidarietà che ne scaturisce non minaccia la famiglia

Lidia Maggi

Io credo che l’inferno esista. Ci sono stata nella mia infanzia: in quella stanza, in balia del mio aguzzino, perdevo il senso del tempo e la violenza era infinita. I cambiamenti del suo umore li respiravo prima ancora che si manifestassero con la sua furia. Ogni volta, stremato, mi giurava che non sarebbe più accaduto, ogni volta volevo crederci. Al ritorno da scuola, entrando in casa, mi bastava uno sguardo per capire se sarei scampata ai suoi artigli o se mi avrebbe sbranato. Sapevo che nessuno mi avrebbe soccorso. Oggi sento che ogni dolore, ogni tortura ha necessariamente un limite, sia pure tragico come la morte. Allora il tempo era un luogo indecifrabile, la sofferenza non cessava mai. I bambini sono soli nel loro dolore infinito. Niente di quanto mi succederà nel futuro potrà spaventarmi tanto quanto l’inferno vissuto nell’infanzia.
Sono le parole di Sara, una delle tante vittime della violenza domestica. Picchiata di continuo dai genitori, Sara porta dentro di sé ferite relazionali che le impediscono di aprirsi all’amore. La sua testimonianza dolorosa vuole essere provocatoriamente l’incipit per cercare di tessere una riflessione sulla famiglia che faccia i conti con la complessità delle vicende familiari, in grado di affrontare anche le zone d’ombra e i rischi insiti in ogni esperienza intima. Quando penso a storie come quella di Sara, quando, come pastora, ascolto le tante fatiche di coppia, non posso che provare un certo disagio verso i tanti paladini che si ergono in difesa di una famiglia sempre generica e idealizzata, ridotta a modello, a istituzione, del tutto sganciato dalla vita delle persone concrete. Se poi constato che in prima fila tra questi fedeli difensori del focolare domestico ci sono proprio coloro che hanno fatto una scelta celibataria, il mio disagio diventa indignazione.
Le famiglie non sono tutte uguali. I distinguo in questo ambito sono davvero importanti. Ho incontrato coppie meravigliose, ma anche situazioni malate. Ho visto persone perdere la propria dignità nella vita di coppia e altre affermarla in un contesto familiare. Ho conosciuto chi, pur avendo fallito in una relazione affettiva, ha trovato la forza di rimettersi in gioco, imparando dagli errori precedenti; e chi, ferito negli affetti, si è chiuso nella solitudine. Questa complessità di paesaggi mi rende allergica a tutti coloro che, troppo genericamente, parlano di famiglia al singolare. Il linguaggio usato è spesso battagliero, rivolto contro coloro che hanno difficoltà a condividere la prospettiva familista.
I paladini della famiglia si lanciano in battaglia contro quel relativismo morale, la cui traduzione politico-legislativa viene da loro identificata nel riconoscimento delle coppie di fatto, attraverso la stipula di contratti che possano garantire diritti e doveri. Un linguaggio battagliero forse legittimo nell’agone politico, ma del tutto controproducente al fine di una più profonda comprensione della posta in gioco. Per questo ho parlato di cautela, la quale non significa tacere. Del resto sarebbe difficile farlo, dal momento che il cristianesimo si presenta come particolarmente attento alla cura degli affetti. E come potrebbe non esserlo, visto che tutta la Scrittura è una narrazione di relazioni?
La sapienza biblica, tuttavia, è cauta nel proporre modelli familiari. Essa ci fa intravedere un mondo lontano, abitato da beduini, pastori, re, contadini e pescatori, popolato di storie arcaiche, con strutture familiari complesse, a tratti inquietanti. Già nella creazione, la vicenda dei nostri progenitori, archetipo della coppia, sembra tessuta con il linguaggio alto della vocazione all’amore e la verifica esperienziale del continuo fallimento. E così proprio il luogo dello stupore e dell’amore diventa quello dello scandalo: nella relazione si sperimentano anche la crisi, la caduta, le parole che feriscono e ingannano. La sessualità, sigillo divino per la coppia, degenera facilmente in sopraffazione e morte. La nudità, simbolo della fiducia e della vulnerabilità accolta, è anche luogo di vergogna.
Le cose non migliorano in seguito. Le famiglie, di cui si parla nella Bibbia, sono protagoniste di storie nelle quali gli stessi ingredienti originari di stupore e crisi vengono impastati in contesti storici ed epoche particolari. Talvolta la cultura e l’ambiente segnano talmente in profondità l’esperienza di coppia che il progetto delle origini sembra sfigurato. Le famiglie bibliche, se possono essere additate come esempio, lo sono particolarmente come modello negativo: «ma tra voi non sia così…». È necessario dunque ripartire da un maggiore ascolto sia della pluralità delle storie concrete sia del variegato panorama biblico. Questo per fedeltà al mondo e a Dio. Con le parole sapienti di Gabriella Caramore su Avvenire(!): «Quanto alla Legge di Dio sarebbe ben triste pensare che essa tenga conto più della condizione biologica che della dedizione reciproca, più di norme formali che dell’amore condiviso. Se “L’amore non fa nessun male al prossimo” e “pieno compimento della legge è l’amore” (Rom 13, 10) perché non provare ad includere in questo orizzonte tutte le forme d’amore che non nuocciono agli altri, si esprimono nella tenerezza e nel rispetto, nella responsabilità e nella sincerità di cuore?».
Eppure, è proprio la Bibbia a essere utilizzata come stendardo per rivendicare l’ortodossia familiare. Su questi temi assistiamo a una particolare convergenza ecumenica tra la chiesa cattolica, che ha fatto della morale sessuale lo specifico della sua identità, e quelle chiese evangeliche meno legate al protestantesimo storico che rivendicano una necessità di moralizzazione della fede. Il problema sembra dunque non solo confessionale, ma trasversale. Riguarda anche il mondo evangelico. Occorre interrogarsi sulle motivazioni che spingono l’altro a una tale insistenza su temi di etica sessuale. Da quale paura nasce l’ossessione familista? Che tutto si equivalga, che non ci sia differenza tra il gesto pubblico e la scelta privata? Che venga meno l’ultimo baluardo nei confronti di una realtà ormai del tutto disgregata e precarizzata? Che si violi una legge naturale? Ma i figli della grazia e della libertà possono ancora fare appello a un ordine naturale? Non è forse vero, come ci ricorda Gabriella Caramore che «l’essere umano e tale proprio perché sporge dalla natura, la eccede, la disordina, la contesta, la contraddice»? Può risultare «riduttivo considerare il patto d’amore tra due persone dentro i confini di una legge naturale». E nel dialogo, come far comprendere che dietro la battaglia per il riconoscimento delle coppie di fatto non c’è tanto la contrattazione sindacale, la rivendicazione di diritti a oltranza, quanto piuttosto quella stessa cura per le relazioni, di cui pensa di farsi interprete esclusiva la chiesa cattolica? Dietro le coppie di fatto ci sono persone in carne ed ossa!
Appurate le divergenze, è possibile andare oltre le reciproche schermaglie polemiche per riconoscere sia la buona fede dell’altro sia l’opinabilità delle diverse traduzioni della stessa passione evangelica che chiama a farsi carico della cura degli affetti? Nel concreto: è possibile coniugare la cura degli affetti con una pluralità di modelli senza che questo venga vissuto come un attacco al matrimonio? Così come siamo sollecitati dal mondo cattolico a riconoscere nella scelta celibataria un modo singolare ed evangelico di vivere la vocazione, è possibile chiedere all’interlocutore di rivisitare quel modello tradizionale di famiglia? Questo oltretutto non solo non fotografa la realtà, ma rischia di non affrontare le vere difficoltà familiari. Il matrimonio, anche quello cattolico, non tutela dagli abusi e dalla violenza. Come aiutare le coppie in difficoltà? Come soccorrere le tante vittime domestiche?
C’è infine una ragione altrettanto importante che ci spinge a non rinunciare al confronto su temi legati alla famiglia, ragione legata alla nostra responsabilità come cittadini. La conseguenza sulla sfera politica della crociata familista si concretizza nell’impossibilità di arrivare a una legislazione laica su temi fondamentali per la vita sociale. E così lo Stato non è in grado di tutelare i diritti di tutti i cittadini, alcuni vengono discriminati per ragioni biologiche (le coppie omosessuali), altri per ragioni formali (le coppie di fatto e non di diritto). Viene proposto ancora una volta un modello di Stato tutt’altro che laico, più preoccupato di fare da specchio all’etica cattolica che di tutelare tutti i suoi cittadini. E questo non è giusto.

Postato da: vinavil a 12:46 | link | commenti (5) |
riflessioni, religione, culture, società, protestantesimo, morale

mercoledì, luglio 12, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-07-12 num: - pag: 11

 

 

LETTERE
La voce del cittadino

Università, il « familismo amorale »

di chi non è né povero né arretrato

A proposito degli esami venduti alla facoltà di Economia dell'Università di Bari: è una vicenda che mi riempie di amarezza, per la cattiva luce che getta su un'istituzione cittadina deputata all'istruzione dei nostri ragazzi. Quale messaggio possono aver ricevuto le centinaia di studenti che, per esplicita richiesta o per voci di corridoio, hanno saputo di come potevano essere passati alcuni esami? E come avranno guardato i colleghi che, impuniti, hanno usufruito dei « favori » che i magistrati hanno scoperto? E come questi « impuniti » affronteranno il futuro? Pensando di poter comprare anche il posto di lavoro, il partner d'affari, il favore di un politico? Penso che quando si farà luce sui fatti debbano essere questi studenti « impuniti » a pagare, insieme ai docenti e gli assistenti responsabili. E non facciano le verginelle, perchè di fronte alla compravendita di esami non ci si piega, ma si denuncia. Pochi lo hanno fatto, finora. L'università è degli studenti, che lo sanno benissimo: non sono più ragazzini. E l'università, più che i magistrati, deve andare in fondo a questa vicenda per trovare il coraggio di mandare un segnale forte: annullare prove e lauree. Se si vuole salvare il nome dell'Università di Bari è questa forse l'ultima speranza.

Alberto Tondo

Bari


IL PUNTO

di Marco Brando

Gentile signore,

( presumo giovane, visti i toni) la soluzione che lei propone annullare tutto, esami e lauree potrebbe forse funzionare se l'ateneo di Bari fosse sulla Luna o in altra fantascientifica dimensione spazio temporale.. Visto come stanno le cose, sarebbe già un successo se si riuscisse a fare chiarezza almeno, diciamo...., al 50 % per cento su quel che è accaduto. Non intendo solo chiarezza sul piano giudiziario. Perché la responsabilità penale è personale e i magistrati, quindi, hanno il compito di ben definire il ruolo di indagati con un nome e un cognome; tuttavia l'attribuzione di responsabilità penali personali non necessariamente consente di chiarire qual è il contesto di relazioni sociali e culturali in cui il fattaccio è cresciuto e matu rato. Quest'ultimo compito non può essere delegato ai giudici ma dovrebbe competere al sistema che ha generato quel contesto. Operazione quanto mai complicata ma che se almeno fosse avviata pubblicamente in seno all'ateneo da rebbe un segnale positivo di volontà di rinnovamento. Va precisato che « parentopoli » ed «esamopoli » accadono e sono accadute in quasi tutte le università italiane. E quindi mi guardo bene dall'attribuire l'eventuale voca zione barese a un fenomeno circoscritto al Sud o alla Puglia. Però le sue riflessioni fanno pensare a gruppi che pongono il proprio interesse, sempre e comunque, prima di quello collettivo. E mi fanno quindi venire in mente il termine « familismo amorale » : fu coniato negli anni ' 50 dal sociologo e antropologo americano Edward C. Banfield per interpretare il sistema delle relazioni in una piccola comunità lucana da lui chiamata Montegrano ( era Chiaromonte, nel Potentino), caratterizzata all'epoca da estrema povertà e arretratezza.
Il familismo è per Banfield un comportamento specifico di singoli individui, volto a massimizzare gli interessi all'interno della propria cerchia familiare, senza costruire solidarietà al di fuori. Per questo egli vi aggiunge l'aggettivo amorale. Col passare del tempo l'espressione « f amilismo amorale » è stata usata per « spiegare » semplicisticamente vari fenomeni sociali e per alimentare lo stereotipo nordista del meridionale. Tuttavia colpisce il fatto che nell'ateneo di Bari ( certo non povero e non arretrato come la Montegrano del 1958) ci possa essere stato chi ai giorni nostri e alla faccia dei titoli accademici e dei mezzi economici avrebbe fatto la gioia del professor Banfield.

Postato da: vinavil a 12:50 | link | commenti (1) |
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lunedì, luglio 10, 2006

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2006-07-10 num: - pag: 1
autore: di GIANNI RIOTTA categoria: BREVI

IL GIORNO DEI PURI

di GIANNI RIOTTA

 

Ritmi di calciatori, 1983. Guttuso


Fra venticinque anni, quando sarà adulta la generazione di ragazzi e ragazze che ancora dorme beata dopo la notte di festa per l'Italia campione, resteranno i ricordi. Un matrimonio con il riso che vola, il castello di sabbia con una bambina al mare, l'addio a un volto caro, un bel giorno al lavoro. Nell'album dei souvenir di una vita, il 9 luglio 2006 sarà gioia candida, «Quando l'Italia vinse, io...». Felicità delle maglie, gol, parate che i nostri colleghi dello sport hanno annunciato con maestria. Ma nel ricordo, scolorite tattiche, 4-4-1-1, Zidane teppista qualunque, Totti avanti, si fissa la gioia di identità e comunità. Siamo campioni perché italiani, abbiamo vinto con la grinta, la sorte e i difetti nazionali e nel Bar del Mondo abbiamo diritto di sfottò su tutti, bleus di Francia, carioca do Brasil, bianchi di Germania, malmostosi argentini. Ovunque sul pianeta Terra il passaporto bianco-rosso- verde verrà timbrato con ammirazione, «Italia Paolo Rossi», «Italia Baggio», «Italia Grosso». È sbagliato cercare in un trionfo sportivo i segni del destino. È sbagliato ma non resistiamo, non sappiamo vivere senza vaticinare il futuro, nei fondi del caffè, nel palmo di una mano, in una palla di vetro o di fibre sintetiche Teamgeist, incubo di Barthez. Bartali, Coppi e Valentino Mazzola segnano la rinascita del dopoguerra; Berruti, Rivera e la Grande Inter il boom anni 60; Bearzot l'Italia Paese globale, come la Germania '54 aveva dissolto l'ombra totalitaria e la Francia multirazziale '98 dato l'addio alla spocchia coloniale. Solo segni, mai certezze, dopo Bearzot venne il crac Prima Repubblica e dopo il mondiale a Parigi il rogo delle periferie arabe. Oggi, rauchi per i troppi «Goool! Goool!» quelle profezie ci appaiono precise e ineluttabili nella loro fragilità. Diamo sempre il meglio quando siamo alle corde, scandali, processi, meschinità. Spogliati di ogni gloria, nudi davanti a sé stessi e a un Paese di innamorati delusi, i nostri calciatori, il mister Lippi e lo staff tecnico hanno lavorato solo per il calcio.
I cinici diranno che gli assi in cerca di contratto dopo il declassamento dei loro club galoppavano in vista di ingaggi. Non noi. Noi crediamo che, dopo intercettazioni, accuse, intrighi e truffe, ognuno degli azzurri sia tornato per un mese quello che era da ragazzo in periferia, quando il calcio era sogno, non racket. E giocando nel sogno ci hanno fatto innamorare. I cinici sbagliano sempre nella vita, i boss del calcio corrotto sono più ingenui dell'ultimo tifoso insonne, irriducibile in piazza con la bandiera sdrucita. La passione vince sull'imbroglio, i puri di cuore sono più efficienti dei furbi, il gioco di squadra delle persone perbene prevale su vanità, egoismi, lobby. Questa è la morale di ogni festa, all'Olympiastadion, in strada, nel tinello, effimera e indimenticabile come un replay. Lavorare insieme, con serietà, ci porta avanti nel mondo e per questo esultava ieri Napolitano, presidente gentleman. Complottare per cupidigia di clan ci ha perduto tante volte nel passato e ancora ci perderà se recidivi nel lasciarci rapire il Paese da chi «sa stare al mondo». Ora il calcio dei campioni commina le pene al calcio marcio: lo faccia con fermezza, senza vendette, in garanzia equanime di limpida rinascita per tutti. Grazie Italia.

 

Ps: questo editoriale di Riotta, uscito oggi sul Corriere della Sera, mi piace molto. Così lo ripropongo...

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giovedì, luglio 06, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: 1 PAGINA - data: 2006-07-05 num: - pag: 1 categoria: REDAZIONALE

Sulla stampa anglosassone è l'unica del Sud
BRAVA PUGLIA: PAROLA DI INGLESE
 
di MARCO BRANDO
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Cosa pensano della Puglia i giornali economico politici britannici e statunitensi? « Has long been one of the better performing regions in the otherwise sluggish economy of the Italian south » ( Financial Times ). Traduzione: la Puglia « è stata a lungo una delle regioni con le migliori performance, al contrario di quel che accade nella pigra economia del Sud italiano » . Poi: « Ha sempre attirato il maggior numero di investimenti localizzati in Meridione » . La regione è, tra quelle meridionali, la sola di cui i giornalisti di lingua inglese scrivono bene, più o meno con la stessa, seppur avara, benevolenza dedicata al Nord Italia. Al contrario, trattano quasi sempre male Sicilia e Campania, a causa della criminalità organizzata. Premesso che non siamo tra quelli che pendono dalle labbra dei giornalisti anglosassoni ( come capita spesso nel nostro Paese a seconda delle convenienze politiche), il giudizio benevolo verso Puglia e pugliesi può far riflettere. Anche perché in generale essi sono piuttosto cattivi: per ogni articolo positivo sulla politica italiana ne escono sette negativi. Lo ha rilevato l' « Osservatorio sull'attrattività del Sistema Paese » , della « Fondazione italiana Accenture » e dell'Università Bocconi di Milano: attraverso una ricerca di Elena Dalpiaz e Raffaella Piccarreta ( Bocconi) contenuta in « Reputazione e attrattività del Sistema Paese: l'Italia attraverso l'analisi della stampa anglosassone » , all'interno del volume L'attrattività del Sistema Paese Territori, Settori, Imprese , a cura di Paola Dubini ( Il Sole 24 Ore, 2006). Analizzando un paio di migliaia di articoli apparsi tra il 1999 e il 2004 ( prima, quindi, delle ultime campagne elettorali) su Wall Street Journal e Business Week ( Usa) e su Financial Times ed Economist ( Gran Bretagna), le autrici evidenziano una prevalenza dei giudizi negativi sull'Italia; prevalenza che si radicalizza col passare del tempo. Gli strali colpiscono soprattutto la politica. Mentre i giudizi sono bilanciati sui temi economici e sono spesso positivi quando vengono affrontati temi di business. L'aspetto valutato peggio? Le infrastrutture. Quello con il miglior rapporto tra giudizi positivi e neutri ( non se ne contano di negativi) è l'enogastronomia, seguita da cultura e turismo. Se non stupisce l'ampio spazio dedicato a imprese come Olivetti, Pirelli e Fiat, può colpire il dettaglio con cui sono trattati i settori alimentare e vitivinicolo, con articoli dedicati anche a piccole cantine e formaggi regionali. Sicilia, Veneto, Campania, Piemonte, Lombardia, Puglia ed Emilia Romagna sono i territori di cui i giornalisti anglosassoni scrivono di più. La Sicilia per presenza malavitosa, cattivo governo e povertà infrastrutturale è vista in modo nettamente negativo, mentre le regioni del Nord e la Puglia meritano un giudizio complessivamente positivo. I riferimenti alla Puglia riguardano soprattutto i prodotti enogastronomici, con valutazioni positive. Ci sono poi riferimenti alle imprese Natuzzi e Laterza ( « Utilizzate per descrivere ed evocare le caratteristiche salienti del territorio » , spiega Piccarreta). La buona valutazione sulla Puglia consente di affermare che la regione potrebbe e dovrebbe proporsi più di quanto faccia: per quel che riguarda l'attrazione di investimenti stranieri e lo sviluppo dell'industria turistica ed enogastronomica. Ma non c'è tempo da perdere. Incombe il « rischio Campania ». Della Campania gli anglosassoni mettono in luce le bellezze naturali e archeologiche; ma è definita «spettacolarmente bella con il problema endemico della mafia e della camorra » e col «problema irrisolvibile dello smaltimento rifiuti tossici abbandonati » .  Vero o falso (?) che sia, i pugliesi sono avvertiti.
 
 
 

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martedì, luglio 04, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-07-04 num: - pag: 19 categoria: BREVI
Il Graal? Con Federico II non c'entra
C'entra invece con la grolla valdostana
 
Sono molto legato a Castel del Monte e a Federico II. Giorni fa, tuttavia, ho quasi litigato con un mio conoscente. Diceva che Castel del Monte è stato voluto da Federico per custodire il « Sacro Graal » , il recipiente, con poteri magici, che avrebbe contenuto il sangue di Gesù Cristo. Io a queste cose non credo. Però ho provato, per curiosità, a cercare « graal » e « Federico II » su Internet, col motore di ricerca Google. E mi sono subito imbattutto nel sito ufficiale del Comune di Cefalù, in Sicilia. C'è scritto: « Sarà varato un gemellaggio tra le città di Glastonbury, Roseto Capo Spulico e Cefalù, depositari nel tempo del calice di Cristo colmo di Sangue, detto " Graal", che Federico II ereditò con la Sindone, le bende e le reliquie di Costantinopoli e che, secondo le ultime rivelazioni dell'archivio segreto federiciano, per un po' di tempo lasciò a Cefalù. Riemerso dai documenti dello Zar Buren Hohenstaufen di Curlandia, venuto in possesso dopo la caduta del muro di Berlino, dalla Principessa Yasmin von Hohestaufen, discendente diretta di Federico II e Isabella d'Inghilterra, l'archivio ha contribuito notevolmente a svelare importanti segreti dello " Stupor Mundi" » . Insomma, ha ragione il mio amico?
Pino Porro
Andria

 

IL PUNTO

di Marco Brando
Gentile signore,
lasciamo perdere la principessa e dintorni, che è meglio. E parliamo del suo amico: deve essere una di quelle persone che in buona fede si sono fatte affascinare dalle storie esotoriche intorno a Federico II e al Graal. Fascino incrementato ultimamente dal successo di romanzi come « Il Codice da Vinci » di Dan Brown ( con film annesso); e incoraggiato sia da un alcuni fan irriducibili dell'esoterismo, sia ahimé da molti miei colleghi giornalisti, che a loro volta subiscono il fascino dell'audience a tutti i costi.
Di certo Federico II non c'entra con il Graal. Né, col quel misterioso oggetto, c'entra alcun personaggio realmente esistito. Semplicemente perché la storia del Graal è pura invenzione. Come ha scritto lo storico medievista Franco Cardini ( e come non si stanca di ripetere il suo collega Raffaele Licinio, docente di Storia medievale a Bari) « amar e e rispettare il mistero del Graal non ci esime dal saperne il moltissimo ch'è noto né ci autorizza a seminar segreti dove, invece, tutto è chiaro » . Cardini ha spiegato che la parola « graal » negli idiomi di tipo celtico indica grossi e profondi piatti di portata o grandi coppe. La « grolla » valdostana, per capirci, è parente lessicalmente stretta del graal. Nel XII secolo un poe ta di corte della contessa di Champagne, Chrétien di Troyes, redasse un romanzo in versi, il « Perceval » : vi si racconta della « processione del graal » nel castello del misterioso Re Pescatore. Era un recipiente qualsiasi, d'oro, in cui c'era un'ostia. Lungo tutto il Medioevo il graal fu collegato così all'eucarestia: diventò ora il piatto nel quale Gesù aveva mangiato l'agnello pasquale, ora la coppa nella quale durante l'Ultima Cena avrebbe consacrato il vino e che poi sarebbe servita per raccogliere il sangue della Passione. Nel Duecento un poeta tedesco, Wolfram von Eschenbach, introdusse nel suo « Parzival » una variabile: lì il Graal è una pietra. Dopo il Quattrocento l'interesse per il Graal scomparve. Riemerse alla fine del Settecento, con la voga neoceltistica e neogermanica, da cui scaturì il Romanticismo. I miti esoterici dei nostri giorni hanno queste ultime radici; e Federico II davvero non ne ha alcuna colpa.
Così Cardini in un articolo è stato piuttosto lapidario: «Questa società, in cui i figli si parcheggiano davanti alla Tv e si portano in processione nei supermarket senza letteralmente insegnar loro nemmeno le parole dell'Ave Maria, è destinata a produrre sempre più mostriciattoli del genere» . Troppo lapidario? Può darsi. Ma rende l'idea.

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sabato, luglio 01, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: 1 CULTURA - data: 2006-07-01 num: - pag: 19 categoria: REDAZIONALE

IL LIBRO

LE « CRONACHE » DI GIOVANNI COSI

Storie di schiavi e schiavisti

nel Salento del Cinquecento

La realtà dei continui scambi e scontri con i turchi

emerge dalla raccolta di atti notarili e documenti

di MARCO BRANDO

 

C'era una volta un vescovo, monsignor Nicola Antonio Spinelli di Alessano, che nell'anno del Signore 1629 fece un vero affare. Il fatto è che il titolo di « pirata » non era una prerogativa ottomana; pareva uno sbocco professionale interessante, redditizio e stimolante pure ai non musulmani, cioè ai cristiani, compresi quelli del Salento, terra di frontiera. Così il vescovo, che era venuto a sapere del ritorno in patria d'un pirata cristiano di successo, nel febbraio di quell'anno « per 132 ducati comprò vari beni di grande valore » : tra questi « indumenti lavorati in oro » e, udite udite, « uno schiavo » , alla faccia della carità. In omaggio, visto l'investimento, ebbe una treccia di coralli rossi, che fanno sempre la loro bella figura.

Il pirata in questione, nonché il venditore, era il capitano Francesco Bonavia. Mica era un abusivo o un delinquente. Diciamo che amava il suo lavoro. Il vicerè Francesco Fernando della Cueva ( allora il Sud Italia era sotto il dominio spagnolo) il 28 gennaio precedente gli aveva consentito d'iscriversi a quello che oggi sarebbe l' « Ordine professionale dei pirati » . Insomma, ebbe due cosiddette « patenti » . Con tutte le carte in regola, Bonavia s'era così recato verso Levante ( cioè, verso i territori ottomani); e laggiù fece il pirata come si deve. Catturò « molti schiavi, schiave e vari beni » , poi se li portò fino alla Marina di Leuca: « Qui vendette a basso costo tutta la merce e in parte la regalò » .

Rese felice pure il vescovo di Alessano. Però ecco l'inghippo: quel pirata di sani principi era stato autorizzato, sì, a depredare ma non a vendere senza l'autorizzazione del suo armatore. Come al solito, ci scappò una denuncia; anche perché il monsignore ormai s'era affezionato ai vestiti, ai coralli e pure allo schiavo. Non voleva proprio disfarsene. Il verdetto fu emesso dal vescovo di Gallipoli, monsignor Consalvo de Rueda: « Il Vescovo di Alessano restituisca lo schiavo ed i beni malamente comprati, nonché i coralli avuti in dono » . Tutto annotato dal notaio Vito Stamerra in una lunga e dettagliata relazione sulla vicenda.

Una favola? Un racconto salentino tramandato di nonna in nipote? Il canovaccio di un film in costume? Un romanzo inedito di Salgari, «trasferitosi » dalla Malesia alla Puglia per raccontare le gesta del capitano Bonavia piuttosto che di Sandokan? Macché. È tutto vero. Anzi, è storia, per quanto possa sembrare strana. Testimonianze preziose, tratte dagli archivi notarili salentini e risalenti al XV-XVI secolo. Il merito va tutto a un ricercatore di lungo corso, il professor Giovanni Cosi di Gagliano del Capo, che ha scritto queste Cronache del Cinquecento salentino ( edizioni Pubbligraf di Alessano, 288 pagine) traducendo in italiano fluido e comprensibile, incluso un buon tocco di sana ironia, il linguaggio usato all'epoca. Ne emerge un quadro inedito e divertente di un periodo storico importante. Dunque il professor Cosi dall'alto dei suoi vitalissimi 86 anni, alle spalle una ventina di saggi e volumi ci dimostra come la storia raccontata dai vincitori ( o sedicenti tali) spesso sia diversa da quella vera: tanto che noi italiani cresciamo con il mito del « Mamma, li Turchi! » , salvo poi scoprire che c'era pure chi urlava, dal punto di vista dei saraceni, «Mamma, li Italiani! » : salentini, veneziani, genovesi o pisani che fossero.

Un'altra « fa vola vera » tratta dalla sua ultima opera? Succedeva pure che gli schiavi si ribellassero. Ad esempio, una volta c'era una nave ottomana, al largo delle coste salentine. Era l'estate del 1570. Ai remi languivano ventotto schiavi incatenati: in parte erano d'origine italiana, catturati durante le tante scorrerie dei pirati turchi. Anche questa spedizione sarebbe andata a finire come le altre: bottino, massacri, rapimenti. Ma gli schiavi si ribellarono. Agli ordini di un loro compagno di sventura, « Manolio figlio di Giorgio di Malvasia dell'Arcipelago » , fecero secchi i loro padroni e si fregarono la nave; già che c'erano, la misero in bella mostra nel porto di Brindisi. In vendita. Risultato: per 120 ducati se la comprò Barnaba De Pasca di Tursi, che fece l'affare per conto di tal « Bartolomeo Barbuto, regio consigliere e uditore nelle province di Terra d'Otranto e di Bari » .

Il bello è che il corposo volume del professor Cosi mica parla solo di schiavi e schiavisti, di assalti di turchi e barbareschi nel Capo di Leuca ( finirono solo nel 1830), di navi fantasma abbandonate. Dagli archivi degli scupolosi notai escono storie a rivoli. Ecco musicisti spagnoli di passaggio in Salento. E fornai tedeschi, pittori fiamminghi, contrabbandieri di tabacco ( e poi si dice che il contrabbando non è una tradizione...), mercanti bergamaschi e liguri. Tutta gente che si dava da fare un sacco: sottoscrivevano contratti, compravano licenze, si sposavano. Ed ecco pure la cronaca delle botte da orbi, pure armata manu , tra frati francescani osservanti e riformati. Poi: feudi che si scambiano baroni e principi; ricche doti e appalti per palazzi e conventi; storie di magia, come la ricerca dell' « acchiatura » , il tesoro nascosto, magari con l'aiuto di un eremita turco. Pure rivendicazioni che oggi chiameremmo «democratiche » : comunità che facevano causa ai potenti, per tasse inique o illegittimi privilegi.

Per finire, nel libro di Cosi ci sono tantissimi nuovi particolari sulla vita di illustri artisti e letterati salentini. In appendice, l'elenco di trecento del Salento laureatisi, cinquecento anni fa, in Legge, altri in Medicina e Filosofia (andavano fino a Bologna e Padova). Non resta che scovare altre curiosità leggendo il volume. Ma senza perdere troppo tempo. Il granitico professor Cosi per nulla stanco d'una vita trascorsa a scavare negli archivi dello Stato, dei comuni, delle parrocchie e pure in archivi privati è già presissimo dalla stesura del suo prossimo libro. I lettori sono avvertiti.

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UN QUADRETTO DELL'EPOCA

Tra colture di zafferano e allevamenti di bachi da seta

C'è stata un'epoca in cui una delle colture praticate nel Salento era quella dello zafferano. Molti documenti notarili del ' 500 rileva il professor Cosi nel suo libro testimoniano che le zone coltivate erano molte estese. Lo zafferano erano chiamato « crocus » . E la sua produzione era legata all'allevamente dei bachi da seta. Il fisco infatti aveva il monopolio di entrambi i prodotti. Tuttavia ne dava in appalto la riscossione; questione di cui si occupavano, appunto, i notai. Così si scopre che il barone di Pisignano, Orazio Vignes, aveva delegato il fratello Carlo, affinché «durante la di lui assenza attendesse all'esazione di un carlino ( circa 13 euro dei giorni nostri come potere d'acquisto) per ogni libbra ( circa 320 grammi) di zaf ferano » . A quanto pare da queste tasse lo Stato ricavava un bel po', tanto è vero che gli « arrendatori » giravano con la scorta armata a spese delle autorità locali. Inoltre essi potevano essere giudicati soltanto dalla Summaria ( autorità superiore alle altre) o dai « maestri portolani provinciali » : « Nisciuno Barone, governatore di provincia, auditori, capitanei, assessori et altri officiali demaniali o di Baroni si possino né debbiamo impacciare » . Lo zafferano comunque, se era molto tassato, era anche assai caro: all'epoca costava al chilo quasi 2.000 euro dei giorni nostri. Il calcolo, dopo cinquecento anni, può forse essere opinabile. In ogni caso al giorno d'oggi costa ancora di più: 3.500 euro al chilo, quando è purissimo.

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