
Dal 16 aprile 2007 sono tornato a Milano: faccio il vicecaporedattore di City, il quotidiano free press della Rcs. Fino a quella data qui avreste letto soltanto: "Raccolta di articoli (miei) e di riflessioni (sempre mie o in alcuni casi prese in prestito) che altrimenti leggerebbero solo in Puglia (lavoro per il "Corriere del Mezzogiorno", dorso di cronaca pugliese allegato al "Corriere della Sera")". Ah, dimenticavo: tranquilli/e... Sono consapevole del fatto che, per dirla con Indro Montanelli, "noi giornalisti scriviamo sull'acqua e abbiamo una vita effimera, come le farfalle". Infine: devo forse sottolineare che questo blog non è una testata giornalistica e che viene aggiornato senza alcuna periodicità ? E pure che, pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001? Scriviamolo, visti i tempi che corrono...
![]()
Nome: Marco Brando
Un ex giornalista di provincia ... Ora tornato nella metropoli (beh, Milano - nel suo piccolo - lo è)
:-)
EMAIL: injbr#tin.it *
* sostituisci # con @
vinavil in IL PREMIER NON AMMET...
utente anonimo in IL PREMIER NON AMMET...
----> CERCA NEL BLOG
A Sud del Medioevo
ABELARDO ED ELOISA
Accademia della Crusca
Ammazzare la portinaia
Associazione nazionale partigiani d'Italia
Bartleby, preferirei di no
chiaralice
Chiesa valdese
CITY
Contro il sonno della ragione
Cose buone (da leggere...)
CRONOLOGIA, la Storia a portata di mouse
Dionisio Ciccarese’s blog
Etimologia
Flor
Giozzolino. Storia, Arte, Cultura
Giuseppe Resta
Golem
Gonzo Report
Grande Mare
Grublog
il blog di Beppe Grillo
il FAVOLOSO MONDO di Matteo
IL MESTIERE DI SCRIVERE
IL MONDO DELLE COSE
Il porto ritrovato
Il primo canile on-line d'Italia
In diretta dal Medioevo
IT NEVER SLEEPS
Kilombo
La penna e la spada
La placida signora
LE NOTTI DI MANFRED
Libertà di stampa / Diritto all'informazione
LO STRANO CASO DI FEDERICO II DI SVEVIA
maria luisa saponara
Megachip
NOI BAMBINI DEGLI ANNI '60 E '70
Peace reporter
PeaceLink
Per grazia ricevuta
Premiato Manicomio On Line
Presìdi del Libro
Proibito
Quelli di Zeus
Racconti di viaggio
RICORDANDO MIO PADRE
Romanzo barese
Salviamo il congiuntivo
Slow Food
Slow Food Puglia
Splinder, problemi e soluzioni
Squilibri
Stefania Radman
Storia medievale
Stupor Mundi
SUD EST di Marco Brando
TARTARIA
terrarossa
Ti presto i miei libri
Uolterueltroniisonmymind
Uriatinon
Versacrum
oggi
novembre 2009
ottobre 2009
settembre 2009
giugno 2009
maggio 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
giugno 2003
©
altri tempi
ambiente
animali
anniversari
antifascismo
arte
articoli
assurditÃ
belle pensate
blog
cattolicesimo
censure
cinema
comunismo
consumi
costume
culture
della serie
diritti civili
divagazioni
economia
editoriali
email
fascismo
fotografie erranti
giornalismo
guerre
internet
interviste
istruzione
lettere al corriere
letto e sottoscritto
libri
mafie
media
medioevo
mezzogiorno
morale
nazismo
olocausto
personaggi
poesia
politica
protestantesimo
proverbi
racconti
razzismo
regimi
religione
ricordi personali
riflessioni
salute
scienza
scuola
sesso
societÃ
sogni
soldi
sport
stalinismo
storia
tempi moderni
terrorismo
testimonianze
turismo
visitato *loading* volte
( CLICCA QUI ! <---- scheda, prefazione e altre recensioni )
Quando è un altro a raccontare la tua terra, ti accorgi che è diversa da come la vedi. Così come siamo diversi dall'immagine che di noi rimanda uno specchio. E la prima reazione è di sorpresa, di incredulità. La seconda, di ringraziamento per il giornalista che, sulla scia dei grandi viaggiatori che varcarono «le Puglie», ti aiuta a guardare con distacco la «tua» regione, fondendo nel suo itinerario la curiosità professionale e l'humus di una genìa materna-paterna in cui si mescolò sangue del Lombardo-Veneto con quello della Liguria, dell'Emilia-Romagna e della Campania. Da queste radici multiregionali la rotta a Sud Est di Marco Brando, inchiesta diventata libro per Palomar, trae l'apertura di uno sguardo ora di critica ora di consenso, comunque partecipe.
Franco Cassano sostiene che, se rinunzieranno a osare, i pugliesi resteranno «eterni incompiuti», oscillanti «tra grandi racconti ed epiloghi di terz'ordine»? È questa l'idea che anche lei si è fatto della Puglia?
«È l'idea che mi sono fatto del Paese. E la Puglia ne fa parte a pieno titolo, nel bene e nel male. Certo, nel Sud il rischio che l'oscillazione possa coincidere anche con la stasi esiste di più, per il ruolo cucito sul Sud dalle politiche nazionali, e per i problemi che il Sud davvero ha in più rispetto ad altre zone dell'Italia. Sul Mezzogiorno - lo dico da nipote di nonni paterni napoletani - pesa il ritardo di una classe dirigente che spesso ha mostrato, ancor meno che altrove, salvo eccezioni, l'elasticità necessaria per abbandonare l'oscillazione di cui parla Cassano. È però doveroso sottolineare che la Puglia, nel Sud, è all'avanguardia».
Alla sua conoscenza della Puglia che cosa hanno aggiunto i suoi viaggi?
«Le zone costiere "vendibili", dal punto di vista delle infrastrutture, a turisti settentrionali o stranieri, sono assai limitate rispetto ai 900 chilometri di litorale: un piccolo tratto nella zona di Castellaneta Marina, poi da Porto Cesareo a Torre dell'Orso (in sostanza da Gallipoli e Otranto), un piccolo tratto intorno a Monopoli, il Gargano da Mattinata a Rodi. Per il resto, a parte le zone industriali, ci sono località turistiche su misura per pugliesi o lucani (locali o di ritorno come emigrati): ma il livello qualitativo dell'ambiente e delle infrastrutture non può sedurre chi non ha radici da queste parti».
E per la Puglia interna?
«Forse per me è più affascinate di quella costiera, per le ricchezze paesaggistiche e artistiche, e per le storie che l'interno cela. Ricchezze di cui gli stessi pugliesi sono poco consapevoli. D'altra parte le sole aree interne frequentate dal turismo non stanziale sono Valle d'Itria e Castel del Monte».
Sono così diversi i pugliesi di terra da quelli di mare o, come in alcuni piatti, ritroviamo la tenacia delle radici della terra e l'audacia dello spirare di un vento?
«Io ho nonni liguri, veneti e campani. Ma mi sento intimamente legato alla Liguria. Ebbene, dei "genovesi", come erano chiamati i liguri ai tempi della Repubblica marinara, si racconta che sono montanari costretti a fare i marinai. Da questo punto di vista, i pugliesi mi sembrano simili. D'altra parte Tommaso Fiore, scrittore e politico azionista pugliese, già oltre 80 anni fa non faceva distinzioni tra pugliesi di mare e di terra e parlava di quello pugliese come di un "popolo di formiche", capace di imprese straordinarie, tali da far tremare un "popolo di giganti". La lettura dei libri di Fiore mi ha aiutato a osservare la Puglia di oggi».
La voluta esclusione dei capoluoghi non riduce l'esemplarità dei percorsi? La Puglia rimane, come dice lo storico Giuseppe Poli, regione di "città contadine".
«Raccontare le grandi città avrebbe richiesto grande spazio. La scelta è stata dettata, durante l'inchiesta, anche dall'esigenza di non dilatare il racconto. Però c'è un'altra ragione: le città pugliesi sono simili, come stile di vita, alle altre analoghe grandi città italiane. A me interessano la Puglia e l'Italia dei piccoli centri e delle campagne: i tre quarti degli italiani vivono in cittadine o in paesini di poche migliaia di abitanti. L'essenza dell'italianità, e della pugliesità, si può scorgere di più vagabondando fuori dalle metropoli».
Se potessimo generalizzare, che cosa non sopporta di questa regione?
«Beh, questa è un provocazione? Diciamo che al familismo pugliese, e meridionale, sono un po' allergico. Però ho un alibi: pare che i liguri siano insopportabili e scorbutici».
E la qualità eccelsa dei pugliesi?
«Non lo dico per piaggeria, giuro: il senso dell'ospitalità».
Al di là di pregi e difetti, il tratto che le piace di più?
«Posso sbilanciarmi: le donne pugliesi, che sono molto belle. E il romanico delle vostre chiese».
Il primo dei suoi viaggi si conclude con un "Puglia abbi cura di te". Come se questa terra fosse l'eterna, distratta amante dei forestieri che appare a molti?
«E un augurio che non negherei alle altre regioni italiane, né al Paese. Né alla nostra Europa. Noi dovremmo prima di tutto sentirci consapevoli d'essere europei, poi italiani, poi pugliesi o liguri. È il modo migliore per cercare di evitare che Italia, ed Europa, restino la "nave sanza nocchiere in gran tempesta" di dantesca memoria. Dobbiamo essere meno autolesionisti; e volerci più bene».
| Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: 1 CULTURA - data: 2006-07-28 num: - pag: 12 |
LA STORIA / 28 LUGLIO 1943Bari ricordai caduti di via Dell'Arca |
|
Una cerimonia ufficiale questa mattina rende omaggio alle vittime dell'eccidio |
|
di MARCO BRANDO « In seguito ai luttuosi fatti di Bari, i feriti sono ancora piantonati... Sono in carcere... Tutto ciò ha prodotto e produce penosissima impressione nella cittadinanza, perché la dimostrazione fatta all'avvento del nuovo Governo aveva carattere, non solo pacifico, ma anche di entusiastico consenso per l'opera del Re e del Maresciallo. Un fatale equivoco, provocato dai fascisti, trasse la truppa a sparare sulla folla; perché aggravare l'equivoco infierendo sulle vittime? » Il testo di questa lettera inedita giunse nell'agosto 1943 al Capo del Governo Pietro Badoglio, allora ancora a Roma. |
| Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: 1 CULTURA - data: 2006-07-27 num: - pag: 17 |
CONVERSANOIl Sud Est di Brandoa « Lector in Fabula »( http://sudest.splinder.com/post/8761720 <---- scheda, prefazione e recensioni )
|
![]() |
|
Tutto passa veloce: auto, case, prati, parcheggi, la linea bianca in mezzo all'asfalto, la Puglia, la statale 16 Adriatica, fino su in Emilia Romagna. Potete percorrerla così, d'un fiato. Senza domande. Un biglietto del treno in tasca e non avrete neanche la preoccupazione di guidare. Dal finestrino: agglomerati urbani, spiagge e balere, campi, milioni di storie di cui non vi preoccuperete. Vi sentirete leggeri, in continuo movimento. Eppure non siete gli unici a muovervi, a cambiare. Sembra che l'identità di quest'Italia adriatica perda peso, si stacchi dai luoghi e dalle persone, ci preceda, come un'ombra. Serve qualcuno che provi ad acciuffarla per le orecchie. Lorenzo Marvulli |
| Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-07-26 num: - pag: 11 |
Puglia, sessant'anni di beghein una regione un po' « inventata » |
|
(Ristorante pugliese a Manhattan, New York, Usa) |
|
Ci mancava pure questo! Trovo sconcertante il proposito di dar vita, nella nostra regione, ad un « Grande Nord Pugliese » . Il pessimismo è dettato non già dall'ipotesi di una pura e semplice aggregazione amministrativa e programmatica fra Province, ma dallo spirito, aleggiante a chiare lettere intorno all'idea, di netta contrapposizione e di distinguo utilitaristici rispetto all'analogo progetto, in itinere da qualche tempo, del « Grande Salento » . Quest'ultimo spaccherebbe la Puglia, il « Grande Nord » no. Siamo alle solite diatribe sulle graduatorie auto referenziali dei pubblici amministratori? Purtroppo, un siffatto clima non solo non giova, ma non interessa manco un po' ai pugliesi, i quali di dualismi fini a se stessi hanno ormai piene le tasche e le teste. I cittadini, in cambio dei loro voti, chiedono di essere guidati ovunque dalle personalità più oneste, preparate, illuminate ed equilibrate; auspicano, altresì, che ciascuna figura prescelta, pur seguendo il solco di lavoro autonomamente ritenuto adatto e opportuno, non disdegni, all'occorrenza, di prendere a esempio eventuali comportamenti e azioni originali e geniali dei colleghi. Il tutto, ovviamente, per il bene e lo sviluppo di questa regione e delle sue comunità. Rocco Boccadamo Lecce
IL PUNTO Gentile signore, lo sa che sta evocando un fantasma mai sopito, dal 1946 in poi? Quello della « rivalità » tra Bari e Lecce. O, se vogliamo, tra la Terra di Bari e la Terra d'Otranto, con la Capitanata a sua volta tentata dalla secessione. Una secessione cavalcata, a seconda dei periodi e delle convenienze, da politici e partiti. Roba da far invidia a Bossi e ai leghisti in blocco, arrivati a conclusioni simili, in salsa nordista, solo una ventina d'anni fa. |
| Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-07-21 num: - pag: 19 |
Le liberalizzazioni servonoMa è anche una questione di stile |
![]() |
|
Mentre i taxisti hanno vinto la loro battaglia ( di fatto bloccando, sul loro fronte, il « decreto Bersani » ) , mentre i farmacisti sono in sciopero contro quello stesso decreto, mi capita di leggere, anche in questa rubrica, che in precedenza il Governo Berlusconi non avrebbe concluso niente per quel che riguarda le liberalizzazioni. A parte il fatto che io non sono d'accordo, e che sono tuttora contenta di aver votato il partito che Berlusconi ha fondato, questa fregola di sinistra mi indispone. Con i soliti metodi calati dall'alto, il Governo di Prodi, in cui la fanno da padroni comunisti di varia origine, impone alla gente riforme mai concordate e mai condivise dalle parti, creando ulteriore tensione sociale in un Paese come il nostro, in cui proprio non sentiamo la mancanza di fibrillazioni. Penso che se certe iniziative le avesse prese la coalizione di centrodestra, quando era al governo, avremmo assistito a comizi volanti dei leader della sinistra davanti alle colonne di taxi e di fronte alla farmacie. Siccome questi provvedimenti sono stati firmati dal Governo Prodi, tutti taccioni, tutti acconsentono. E i mass media italiani si distinguono in questa gara tra chi adula di più. Si dovrebbero « liberalizzare » i cervelli di certe persone, altro che i taxi. Anna Cassano Bari Gentile signora, sostenere che i fan delle liberalizzazioni sono tali perché sono « di sinistra » è, francamente, un paradosso. I portabandiera delle liberalizzazioni si pensi alla signora Thatcher in Gran Bretagna tra il 1979 e il 1990 sono stati sempre esponenti della destra liberale; per lo meno, così è accaduto in paesi occidentali con sistemi politici ben diversi da quelli populisti, a seconda delle convenienze elettorali che si sono visti spessissimo nelle storia dell'Italia repubblicana. Infatti nelle ultime settimane è capitato che i provvedimenti « liberalizzatori » del centrosinistra siano stati valutati in maniera non pregiudiziale pure da esponenti del centrodestra. |
|
|
BAMBINI IN GUERRA
|
Carri armati israeliani al confine con il Libano: bambini scrivono sulle bombe (Emblema)
|
La foto di questa bimba israeliana che "firma" le bombe destinate a cadere sul LIbano è terribile.
Per capirci, mi fa impressione quanto le foto dei bimbi palestinesi di Gaza che agitano armi giocattolo, o peggio, durante le manifestazioni.
Purtroppo spetta ai bambini mostrare quello che, di terribile, gli adulti sono riusciti a fare: indurre i loro figli a giocare con la morte; magari incoraggiandoli con pacche sulle spalle, telecamere accese, sorrisi compiaciuti.
I bimbi... Bisognerebbe lasciarli in pace, nel vero senso della parola.
Non succede, in quest 'infinita guerra mediorientale come nelle altre del presente e del passato: penso ai bimbi-soldati africani, ai ragazzini che combatterono fino alla fine per Hitler, a quelli di Belfast (cattolici e protestanti); penso alla piccola vedetta lombarda che ci hanno propinato da piccoli; penso al Balilla genovese; ai bimbi accarezzati da Stalin in certi quadri di regime. E via di questo passo.
Questa foto scattata in Israele / Palestina è solo l'ultima. Però induce a riflettere ulteriormente: perché laggiù c'è stato chi disse <I bambini vengano a me>; mica alle bombe, ai mitra, alla morte.
| Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: 1 PAGINA - data: 2006-07-15 num: - pag: 1 |
Le aree protette non vivono di sole nominePIU' SOLDI PER I PARCHI |
![]() |
|
di MARCO BRANDO Sorpresa: la aree protette — parchi nazionali e regionali, oasi e riserve — non si « proteggono » da sole. O meglio: non basta disegnare in confini e nominare presidenti, consiglieri, commissari e quant'altro; bisogna che siano messi a disposizione soldi sufficienti per far funzionare l'apparato burocratico, quello di vigilanza e per realizzare progetti di sviluppo e promozione. |

|
Non c’è solo la famiglia (tratto da Riforma, SETTIMANALE DELLE CHIESE EVANGELICHE BATTISTE, METODISTE E VALDESI)
|
![]() |
Io credo che l’inferno esista. Ci sono stata nella mia infanzia: in quella stanza, in balia del mio aguzzino, perdevo il senso del tempo e la violenza era infinita. I cambiamenti del suo umore li respiravo prima ancora che si manifestassero con la sua furia. Ogni volta, stremato, mi giurava che non sarebbe più accaduto, ogni volta volevo crederci. Al ritorno da scuola, entrando in casa, mi bastava uno sguardo per capire se sarei scampata ai suoi artigli o se mi avrebbe sbranato. Sapevo che nessuno mi avrebbe soccorso. Oggi sento che ogni dolore, ogni tortura ha necessariamente un limite, sia pure tragico come la morte. Allora il tempo era un luogo indecifrabile, la sofferenza non cessava mai. I bambini sono soli nel loro dolore infinito. Niente di quanto mi succederà nel futuro potrà spaventarmi tanto quanto l’inferno vissuto nell’infanzia. |
|
| Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-07-12 num: - pag: 11 |
|
|
|
LETTERE di chi non è né povero né arretrato
A proposito degli esami venduti alla facoltà di Economia dell'Università di Bari: è una vicenda che mi riempie di amarezza, per la cattiva luce che getta su un'istituzione cittadina deputata all'istruzione dei nostri ragazzi. Quale messaggio possono aver ricevuto le centinaia di studenti che, per esplicita richiesta o per voci di corridoio, hanno saputo di come potevano essere passati alcuni esami? E come avranno guardato i colleghi che, impuniti, hanno usufruito dei « favori » che i magistrati hanno scoperto? E come questi « impuniti » affronteranno il futuro? Pensando di poter comprare anche il posto di lavoro, il partner d'affari, il favore di un politico? Penso che quando si farà luce sui fatti debbano essere questi studenti « impuniti » a pagare, insieme ai docenti e gli assistenti responsabili. E non facciano le verginelle, perchè di fronte alla compravendita di esami non ci si piega, ma si denuncia. Pochi lo hanno fatto, finora. L'università è degli studenti, che lo sanno benissimo: non sono più ragazzini. E l'università, più che i magistrati, deve andare in fondo a questa vicenda per trovare il coraggio di mandare un segnale forte: annullare prove e lauree. Se si vuole salvare il nome dell'Università di Bari è questa forse l'ultima speranza. Alberto Tondo Bari IL PUNTO di Marco Brando Gentile signore, ( presumo giovane, visti i toni) la soluzione che lei propone annullare tutto, esami e lauree potrebbe forse funzionare se l'ateneo di Bari fosse sulla Luna o in altra fantascientifica dimensione spazio temporale.. Visto come stanno le cose, sarebbe già un successo se si riuscisse a fare chiarezza almeno, diciamo...., al 50 % per cento su quel che è accaduto. Non intendo solo chiarezza sul piano giudiziario. Perché la responsabilità penale è personale e i magistrati, quindi, hanno il compito di ben definire il ruolo di indagati con un nome e un cognome; tuttavia l'attribuzione di responsabilità penali personali non necessariamente consente di chiarire qual è il contesto di relazioni sociali e culturali in cui il fattaccio è cresciuto e matu rato. Quest'ultimo compito non può essere delegato ai giudici ma dovrebbe competere al sistema che ha generato quel contesto. Operazione quanto mai complicata ma che se almeno fosse avviata pubblicamente in seno all'ateneo da rebbe un segnale positivo di volontà di rinnovamento. Va precisato che « parentopoli » ed «esamopoli » accadono e sono accadute in quasi tutte le università italiane. E quindi mi guardo bene dall'attribuire l'eventuale voca zione barese a un fenomeno circoscritto al Sud o alla Puglia. Però le sue riflessioni fanno pensare a gruppi che pongono il proprio interesse, sempre e comunque, prima di quello collettivo. E mi fanno quindi venire in mente il termine « familismo amorale » : fu coniato negli anni ' 50 dal sociologo e antropologo americano Edward C. Banfield per interpretare il sistema delle relazioni in una piccola comunità lucana da lui chiamata Montegrano ( era Chiaromonte, nel Potentino), caratterizzata all'epoca da estrema povertà e arretratezza. |
| Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2006-07-10 num: - pag: 1 autore: di GIANNI RIOTTA categoria: BREVI |
IL GIORNO DEI PURI |
| di GIANNI RIOTTA |
|
|
Ps: questo editoriale di Riotta, uscito oggi sul Corriere della Sera, mi piace molto. Così lo ripropongo...
|
Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: 1 PAGINA - data: 2006-07-05 num: - pag: 1 categoria: REDAZIONALE
|
|
Sulla stampa anglosassone è l'unica del Sud
BRAVA PUGLIA: PAROLA DI INGLESE
|
![]() |
|
di MARCO BRANDO
*
Cosa pensano della Puglia i giornali economico politici britannici e statunitensi? « Has long been one of the better performing regions in the otherwise sluggish economy of the Italian south » ( Financial Times ). Traduzione: la Puglia « è stata a lungo una delle regioni con le migliori performance, al contrario di quel che accade nella pigra economia del Sud italiano » . Poi: « Ha sempre attirato il maggior numero di investimenti localizzati in Meridione » . La regione è, tra quelle meridionali, la sola di cui i giornalisti di lingua inglese scrivono bene, più o meno con la stessa, seppur avara, benevolenza dedicata al Nord Italia. Al contrario, trattano quasi sempre male Sicilia e Campania, a causa della criminalità organizzata. Premesso che non siamo tra quelli che pendono dalle labbra dei giornalisti anglosassoni ( come capita spesso nel nostro Paese a seconda delle convenienze politiche), il giudizio benevolo verso Puglia e pugliesi può far riflettere. Anche perché in generale essi sono piuttosto cattivi: per ogni articolo positivo sulla politica italiana ne escono sette negativi. Lo ha rilevato l' « Osservatorio sull'attrattività del Sistema Paese » , della « Fondazione italiana Accenture » e dell'Università Bocconi di Milano: attraverso una ricerca di Elena Dalpiaz e Raffaella Piccarreta ( Bocconi) contenuta in « Reputazione e attrattività del Sistema Paese: l'Italia attraverso l'analisi della stampa anglosassone » , all'interno del volume L'attrattività del Sistema Paese Territori, Settori, Imprese , a cura di Paola Dubini ( Il Sole 24 Ore, 2006). Analizzando un paio di migliaia di articoli apparsi tra il 1999 e il 2004 ( prima, quindi, delle ultime campagne elettorali) su Wall Street Journal e Business Week ( Usa) e su Financial Times ed Economist ( Gran Bretagna), le autrici evidenziano una prevalenza dei giudizi negativi sull'Italia; prevalenza che si radicalizza col passare del tempo. Gli strali colpiscono soprattutto la politica. Mentre i giudizi sono bilanciati sui temi economici e sono spesso positivi quando vengono affrontati temi di business. L'aspetto valutato peggio? Le infrastrutture. Quello con il miglior rapporto tra giudizi positivi e neutri ( non se ne contano di negativi) è l'enogastronomia, seguita da cultura e turismo. Se non stupisce l'ampio spazio dedicato a imprese come Olivetti, Pirelli e Fiat, può colpire il dettaglio con cui sono trattati i settori alimentare e vitivinicolo, con articoli dedicati anche a piccole cantine e formaggi regionali. Sicilia, Veneto, Campania, Piemonte, Lombardia, Puglia ed Emilia Romagna sono i territori di cui i giornalisti anglosassoni scrivono di più. La Sicilia per presenza malavitosa, cattivo governo e povertà infrastrutturale è vista in modo nettamente negativo, mentre le regioni del Nord e la Puglia meritano un giudizio complessivamente positivo. I riferimenti alla Puglia riguardano soprattutto i prodotti enogastronomici, con valutazioni positive. Ci sono poi riferimenti alle imprese Natuzzi e Laterza ( « Utilizzate per descrivere ed evocare le caratteristiche salienti del territorio » , spiega Piccarreta). La buona valutazione sulla Puglia consente di affermare che la regione potrebbe e dovrebbe proporsi più di quanto faccia: per quel che riguarda l'attrazione di investimenti stranieri e lo sviluppo dell'industria turistica ed enogastronomica. Ma non c'è tempo da perdere. Incombe il « rischio Campania ». Della Campania gli anglosassoni mettono in luce le bellezze naturali e archeologiche; ma è definita «spettacolarmente bella con il problema endemico della mafia e della camorra » e col «problema irrisolvibile dello smaltimento rifiuti tossici abbandonati » . Vero o falso (?) che sia, i pugliesi sono avvertiti.
|
|
|
|
|
|
|
|
Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-07-04 num: - pag: 19 categoria: BREVI
|
|
Il Graal? Con Federico II non c'entra
C'entra invece con la grolla valdostana
|
![]() |
|
Sono molto legato a Castel del Monte e a Federico II. Giorni fa, tuttavia, ho quasi litigato con un mio conoscente. Diceva che Castel del Monte è stato voluto da Federico per custodire il « Sacro Graal » , il recipiente, con poteri magici, che avrebbe contenuto il sangue di Gesù Cristo. Io a queste cose non credo. Però ho provato, per curiosità, a cercare « graal » e « Federico II » su Internet, col motore di ricerca Google. E mi sono subito imbattutto nel sito ufficiale del Comune di Cefalù, in Sicilia. C'è scritto: « Sarà varato un gemellaggio tra le città di Glastonbury, Roseto Capo Spulico e Cefalù, depositari nel tempo del calice di Cristo colmo di Sangue, detto " Graal", che Federico II ereditò con la Sindone, le bende e le reliquie di Costantinopoli e che, secondo le ultime rivelazioni dell'archivio segreto federiciano, per un po' di tempo lasciò a Cefalù. Riemerso dai documenti dello Zar Buren Hohenstaufen di Curlandia, venuto in possesso dopo la caduta del muro di Berlino, dalla Principessa Yasmin von Hohestaufen, discendente diretta di Federico II e Isabella d'Inghilterra, l'archivio ha contribuito notevolmente a svelare importanti segreti dello " Stupor Mundi" » . Insomma, ha ragione il mio amico?
Pino Porro
Andria
IL PUNTO di Marco Brando Gentile signore,
lasciamo perdere la principessa e dintorni, che è meglio. E parliamo del suo amico: deve essere una di quelle persone che in buona fede si sono fatte affascinare dalle storie esotoriche intorno a Federico II e al Graal. Fascino incrementato ultimamente dal successo di romanzi come « Il Codice da Vinci » di Dan Brown ( con film annesso); e incoraggiato sia da un alcuni fan irriducibili dell'esoterismo, sia ahimé da molti miei colleghi giornalisti, che a loro volta subiscono il fascino dell'audience a tutti i costi.
Di certo Federico II non c'entra con il Graal. Né, col quel misterioso oggetto, c'entra alcun personaggio realmente esistito. Semplicemente perché la storia del Graal è pura invenzione. Come ha scritto lo storico medievista Franco Cardini ( e come non si stanca di ripetere il suo collega Raffaele Licinio, docente di Storia medievale a Bari) « amar e e rispettare il mistero del Graal non ci esime dal saperne il moltissimo ch'è noto né ci autorizza a seminar segreti dove, invece, tutto è chiaro » . Cardini ha spiegato che la parola « graal » negli idiomi di tipo celtico indica grossi e profondi piatti di portata o grandi coppe. La « grolla » valdostana, per capirci, è parente lessicalmente stretta del graal. Nel XII secolo un poe ta di corte della contessa di Champagne, Chrétien di Troyes, redasse un romanzo in versi, il « Perceval » : vi si racconta della « processione del graal » nel castello del misterioso Re Pescatore. Era un recipiente qualsiasi, d'oro, in cui c'era un'ostia. Lungo tutto il Medioevo il graal fu collegato così all'eucarestia: diventò ora il piatto nel quale Gesù aveva mangiato l'agnello pasquale, ora la coppa nella quale durante l'Ultima Cena avrebbe consacrato il vino e che poi sarebbe servita per raccogliere il sangue della Passione. Nel Duecento un poeta tedesco, Wolfram von Eschenbach, introdusse nel suo « Parzival » una variabile: lì il Graal è una pietra. Dopo il Quattrocento l'interesse per il Graal scomparve. Riemerse alla fine del Settecento, con la voga neoceltistica e neogermanica, da cui scaturì il Romanticismo. I miti esoterici dei nostri giorni hanno queste ultime radici; e Federico II davvero non ne ha alcuna colpa. Così Cardini in un articolo è stato piuttosto lapidario: «Questa società, in cui i figli si parcheggiano davanti alla Tv e si portano in processione nei supermarket senza letteralmente insegnar loro nemmeno le parole dell'Ave Maria, è destinata a produrre sempre più mostriciattoli del genere» . Troppo lapidario? Può darsi. Ma rende l'idea. |
Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: 1 CULTURA - data: 2006-07-01 num: - pag: 19 categoria: REDAZIONALE IL LIBRO LE « CRONACHE » DI GIOVANNI COSI Storie di schiavi e schiavisti nel Salento del Cinquecento La realtà dei continui scambi e scontri con i turchi emerge dalla raccolta di atti notarili e documenti di MARCO BRANDO

C'era una volta un vescovo, monsignor Nicola Antonio Spinelli di Alessano, che nell'anno del Signore 1629 fece un vero affare. Il fatto è che il titolo di « pirata » non era una prerogativa ottomana; pareva uno sbocco professionale interessante, redditizio e stimolante pure ai non musulmani, cioè ai cristiani, compresi quelli del Salento, terra di frontiera. Così il vescovo, che era venuto a sapere del ritorno in patria d'un pirata cristiano di successo, nel febbraio di quell'anno « per 132 ducati comprò vari beni di grande valore » : tra questi « indumenti lavorati in oro » e, udite udite, « uno schiavo » , alla faccia della carità. In omaggio, visto l'investimento, ebbe una treccia di coralli rossi, che fanno sempre la loro bella figura.

Il pirata in questione, nonché il venditore, era il capitano Francesco Bonavia. Mica era un abusivo o un delinquente. Diciamo che amava il suo lavoro. Il vicerè Francesco Fernando della Cueva ( allora il Sud Italia era sotto il dominio spagnolo) il 28 gennaio precedente gli aveva consentito d'iscriversi a quello che oggi sarebbe l' « Ordine professionale dei pirati » . Insomma, ebbe due cosiddette « patenti » . Con tutte le carte in regola, Bonavia s'era così recato verso Levante ( cioè, verso i territori ottomani); e laggiù fece il pirata come si deve. Catturò « molti schiavi, schiave e vari beni » , poi se li portò fino alla Marina di Leuca: « Qui vendette a basso costo tutta la merce e in parte la regalò » .

Rese felice pure il vescovo di Alessano. Però ecco l'inghippo: quel pirata di sani principi era stato autorizzato, sì, a depredare ma non a vendere senza l'autorizzazione del suo armatore. Come al solito, ci scappò una denuncia; anche perché il monsignore ormai s'era affezionato ai vestiti, ai coralli e pure allo schiavo. Non voleva proprio disfarsene. Il verdetto fu emesso dal vescovo di Gallipoli, monsignor Consalvo de Rueda: « Il Vescovo di Alessano restituisca lo schiavo ed i beni malamente comprati, nonché i coralli avuti in dono » . Tutto annotato dal notaio Vito Stamerra in una lunga e dettagliata relazione sulla vicenda.

Una favola? Un racconto salentino tramandato di nonna in nipote? Il canovaccio di un film in costume? Un romanzo inedito di Salgari, «trasferitosi » dalla Malesia alla Puglia per raccontare le gesta del capitano Bonavia piuttosto che di Sandokan? Macché. È tutto vero. Anzi, è storia, per quanto possa sembrare strana. Testimonianze preziose, tratte dagli archivi notarili salentini e risalenti al XV-XVI secolo. Il merito va tutto a un ricercatore di lungo corso, il professor Giovanni Cosi di Gagliano del Capo, che ha scritto queste Cronache del Cinquecento salentino ( edizioni Pubbligraf di Alessano, 288 pagine) traducendo in italiano fluido e comprensibile, incluso un buon tocco di sana ironia, il linguaggio usato all'epoca. Ne emerge un quadro inedito e divertente di un periodo storico importante. Dunque il professor Cosi dall'alto dei suoi vitalissimi 86 anni, alle spalle una ventina di saggi e volumi ci dimostra come la storia raccontata dai vincitori ( o sedicenti tali) spesso sia diversa da quella vera: tanto che noi italiani cresciamo con il mito del « Mamma, li Turchi! » , salvo poi scoprire che c'era pure chi urlava, dal punto di vista dei saraceni, «Mamma, li Italiani! » : salentini, veneziani, genovesi o pisani che fossero.
Un'altra « fa vola vera » tratta dalla sua ultima opera? Succedeva pure che gli schiavi si ribellassero. Ad esempio, una volta c'era una nave ottomana, al largo delle coste salentine. Era l'estate del 1570. Ai remi languivano ventotto schiavi incatenati: in parte erano d'origine italiana, catturati durante le tante scorrerie dei pirati turchi. Anche questa spedizione sarebbe andata a finire come le altre: bottino, massacri, rapimenti. Ma gli schiavi si ribellarono. Agli ordini di un loro compagno di sventura, « Manolio figlio di Giorgio di Malvasia dell'Arcipelago » , fecero secchi i loro padroni e si fregarono la nave; già che c'erano, la misero in bella mostra nel porto di Brindisi. In vendita. Risultato: per 120 ducati se la comprò Barnaba De Pasca di Tursi, che fece l'affare per conto di tal « Bartolomeo Barbuto, regio consigliere e uditore nelle province di Terra d'Otranto e di Bari » .
Il bello è che il corposo volume del professor Cosi mica parla solo di schiavi e schiavisti, di assalti di turchi e barbareschi nel Capo di Leuca ( finirono solo nel 1830), di navi fantasma abbandonate. Dagli archivi degli scupolosi notai escono storie a rivoli. Ecco musicisti spagnoli di passaggio in Salento. E fornai tedeschi, pittori fiamminghi, contrabbandieri di tabacco ( e poi si dice che il contrabbando non è una tradizione...), mercanti bergamaschi e liguri. Tutta gente che si dava da fare un sacco: sottoscrivevano contratti, compravano licenze, si sposavano. Ed ecco pure la cronaca delle botte da orbi, pure armata manu , tra frati francescani osservanti e riformati. Poi: feudi che si scambiano baroni e principi; ricche doti e appalti per palazzi e conventi; storie di magia, come la ricerca dell' « acchiatura » , il tesoro nascosto, magari con l'aiuto di un eremita turco. Pure rivendicazioni che oggi chiameremmo «democratiche » : comunità che facevano causa ai potenti, per tasse inique o illegittimi privilegi.
Per finire, nel libro di Cosi ci sono tantissimi nuovi particolari sulla vita di illustri artisti e letterati salentini. In appendice, l'elenco di trecento del Salento laureatisi, cinquecento anni fa, in Legge, altri in Medicina e Filosofia (andavano fino a Bologna e Padova). Non resta che scovare altre curiosità leggendo il volume. Ma senza perdere troppo tempo. Il granitico professor Cosi per nulla stanco d'una vita trascorsa a scavare negli archivi dello Stato, dei comuni, delle parrocchie e pure in archivi privati è già presissimo dalla stesura del suo prossimo libro. I lettori sono avvertiti.
----------------------------------------------------------------
UN QUADRETTO DELL'EPOCA
Tra colture di zafferano e allevamenti di bachi da seta
C'è stata un'epoca in cui una delle colture praticate nel Salento era quella dello zafferano. Molti documenti notarili del ' 500 rileva il professor Cosi nel suo libro testimoniano che le zone coltivate erano molte estese. Lo zafferano erano chiamato « crocus » . E la sua produzione era legata all'allevamente dei bachi da seta. Il fisco infatti aveva il monopolio di entrambi i prodotti. Tuttavia ne dava in appalto la riscossione; questione di cui si occupavano, appunto, i notai. Così si scopre che il barone di Pisignano, Orazio Vignes, aveva delegato il fratello Carlo, affinché «durante la di lui assenza attendesse all'esazione di un carlino ( circa 13 euro dei giorni nostri come potere d'acquisto) per ogni libbra ( circa 320 grammi) di zaf ferano » . A quanto pare da queste tasse lo Stato ricavava un bel po', tanto è vero che gli « arrendatori » giravano con la scorta armata a spese delle autorità locali. Inoltre essi potevano essere giudicati soltanto dalla Summaria ( autorità superiore alle altre) o dai « maestri portolani provinciali » : « Nisciuno Barone, governatore di provincia, auditori, capitanei, assessori et altri officiali demaniali o di Baroni si possino né debbiamo impacciare » . Lo zafferano comunque, se era molto tassato, era anche assai caro: all'epoca costava al chilo quasi 2.000 euro dei giorni nostri. Il calcolo, dopo cinquecento anni, può forse essere opinabile. In ogni caso al giorno d'oggi costa ancora di più: 3.500 euro al chilo, quando è purissimo.