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Professione Reporter

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Dal 16 aprile 2007 sono tornato a Milano: faccio il vicecaporedattore di City, il quotidiano free press della Rcs. Fino a quella data qui avreste letto soltanto: "Raccolta di articoli (miei) e di riflessioni (sempre mie o in alcuni casi prese in prestito) che altrimenti leggerebbero solo in Puglia (lavoro per il "Corriere del Mezzogiorno", dorso di cronaca pugliese allegato al "Corriere della Sera")". Ah, dimenticavo: tranquilli/e... Sono consapevole del fatto che, per dirla con Indro Montanelli, "noi giornalisti scriviamo sull'acqua e abbiamo una vita effimera, come le farfalle". Infine: devo forse sottolineare che questo blog non è una testata giornalistica e che viene aggiornato senza alcuna periodicità? E pure che, pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001? Scriviamolo, visti i tempi che corrono...

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Utente: vinavil
Nome: Marco Brando
Un ex giornalista di provincia ... Ora tornato nella metropoli (beh, Milano - nel suo piccolo - lo è) :-)

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venerdì, aprile 28, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-04-28 num: - pag: 11categoria: BREVI

Sanità e morale, lo strano divieto

dei farmaci a base di cannabis

Desidero intervenire sulla questione dell'utilizzo di farmaci a base di cannabinoidi nella sclerosi multipla. Si tratta di farmaci che, in base a numerose sperimentazioni ( compiute tutte all'estero), hanno una buona azione contro sintomimolto comuni nella sclerosi multipla. Di certo la cannabis, fra mille ostacoli ed infiniti problemi, sta aiutando sempre più medici e pazienti. In quasi tutti i Paesi occidentali si è arrivati all'inserimento nel prontuario farmaceutico di cannabinoidi sintetici. Come malato di sclerosi multipla ed esponente della Rosa nel Pugno chiedo: perché in Italia, dove tante sostanze chimiche ( Prozac e altre) sono legali è sempre più difficile venire in possesso di sostanze naturali? La canapa e i suoi derivati continuano ad essere illegali ( anzi si parifica questa sostanza ad altre droghe ben più pesanti); anche se esiste su Internet un modulo ministeriale per la richiesta di importazione dei farmaci a base di cannabis, che il medico compila, la Asl riconosce, timbra e invia al ministero della Salute per l'autorizzazione. Non voglio istigare all'uso di una sostanza illegale; voglio solo che sia data la possibilità a ogni paziente di informarsi, di valutare e di decidere del proprio corpo come meglio crede.

Andrea Trisciuoglio

 Foggia


 



IL PUNTO


di Marco Brando

Gentile signor Trisciuoglio,

la penso come lei. E ritengo pure che la sua riflessione alzi il sipario su una questione tutta italiana: la via ipocrita alla politica e, di conseguenza, alla creazione delle leggi. Il nostro è sulla carta un Paese di sani, cattolicissimi ( quando conviene), principi. Salvo offrire scappatoie, ipocrite: più o meno consapevole ammissione del fatto che dietro la facciata c'è carenza di presupposti a quella « morale » sancita per legge.
Ipocrisia ancora più deleteria in campo sanitario. Mi trovo d'accordo, in questo senso, con la battaglia che è stata condotta dai radicali Luca Coscioni e Camillo Colapinto ( l'uno umbro, l'altro pugliese, recentemente scomparsi), colpiti da un'altra grave malattia: per quel che riguarda la sanità, ogni discorso sull'efficienza e l'organizzazione dev'essere affiancato dalla ricerca di maggiore libertà e autonomia. Penso, ad esempio, che si debba consentire, ponendo pure regole e limiti chiari, la ricerca sulle cellule staminali, per poter curare malattie che colpiscono decine di migliaia di italiani; e sono convinto del fatto, per venire al problema da lei sollevato, che si debba garantire la libertà terapeutica, affidata al rapporto tra paziente e medico, per quel che riguarda la somministrazione di farmaci ampiamente testati e autorizzati in tutti i Paesi civili, ma ostacolati ( e in alcuni casi proibiti) nel nostro Paese: è il caso della cannabis per uso terapeutico.
Ammesso che siano condivisibile il divieto della pillola RU486, quale giustificazione può mai avere il divieto d'utilizzo della cannabis sintetica? Chi può pensare che una persona gravemente malata usi quei medicinali solo perché ha voglia di passare una serata in compagnia e li trova più comodi di una cosiddetta « canna » ? Eppure il divieto c'è; e se un malato dovesse usare quei farmaci senza sottoporsi all'ipocrita, lunga, macchinosa trafila burocratica da lei citata rischierebbe d'essere inquisito come un trafficante di droghe pesanti.
Immagino i sorrisini sarcastici che questa situazione provoca tra i boss delle vere narcomafie. E immagino pure l'amarezza che può provare una persona malata, in una società in cui trangugiare alcol e ingolfarsi di tranquillanti è considerato molto « trendy » . Molto meno rispettare il diritto alla salute.


Postato da: vinavil a 12:58 | link | commenti (7) |
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Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: 1 CULTURA - data: 2006-04-28 num: - pag: 12 categoria: REDAZIONALE

E' morto ieri a Conversano dopo aver lottato fino alla fine  contro la sclerosi laterale amiotrofica e per i diritti della ricerca

Camillo Colapinto non c'è più

Resta la sua lezione civile

E' stato un uomo in rivolta. Sempre. Quando stava bene. E, ancor più, dopo, malgrado fosse completamente immobilizzato da una rara malattia, la sclerosi laterale amiotrofica. In rivolta contro un sistema sociale che esclude, a volte anche con inconsapevole ( si spera) cattiveria, chi pare aver pochi mezzi per difendersi. Ieri Camillo Colapinto, avvocato, 59 anni, padre di due figli, ha smesso di vivere, nella sua Conversano ( oggi i funerali, in Cattedrale, alle 16.30). Già da alcuni anni poteva muovere solo le palpebre: attraverso i cui battiti « dettava » ciò che desiderava comunicare. E aveva tantissimo da dire: così tanto che nel dicembre 2004 il presidente Carlo Azeglio Ciampi attribuì a lui, e a sua moglie Maria Di Mise, i titoli di commendatori. « La prima domanda - osservò Camillo durante la cerimonia - è questa: ma adesso come dovrò chiamare Maria? Commendatrice? » . A casa sua, quel giorno, tutti risero. Lui appena nominato « Commendatore al merito della Repubblica italiana » non sorrideva come gli altri. O meglio, sorrideva più degli altri. Ma solo con gli occhi: potevano svelare gioia, rabbia quando serviva, tristezza quando era ineludibile. Maria gli poneva di fronte un cartello con stampate le lettere dell'alfabeto; e lui indicava con gli occhi ogni lettera: una alla volta, fino a comporre una parola, poi una frase, infine un concetto. Così riusciva persino ad arrabbiarsi e infervorarsi.
Gli era stata diagnosticata la Sla quattordici anni fa. « Per i malati come me, o con malattie simili, l'unica speranza di sopravvivenza è riposta nella ricerca scientifica, in particolare nell'utilizzazione delle cellule staminali » . Così l'an no scorso aveva condotto la sua battaglia in occasione del referendum che avrebbe potuto abrogare la legge 40 sulla procreazione assistita, che limita tale sperimentazione. Una legge che definì « famigerata e oscurantista » . Non ottenne soddisfazione. Ma ha continuato fino all'ultimo a battersi contro una burocrazia sanitaria, compresa quella pugliese, che rende difficilissimo ottenere i mezzi e i medicinali necessari per garantire a migliaia di malati un'esistenza decorosa. Invece, diceva, « i malati continuano a barcollare nel buio, privi di qualsiasi informazione, costretti ad affrontare lunghi e costosi viaggi della speranza » . Camillo pretendeva che il nostro Paese s'assumesse le sue responsabilità, dando garanzie di buona volontà, per garantire la ricerca e un decorso dignitoso a chi si batte contro malattie come la Sla. Aveva fondato un'associazione per raggiungere l'obiettivo: ne era il presidente, porta il suo nome.
L'ultima offensiva? Contro la legge elettorale che impediva a persone come lui di votare a casa. Nel novembre 2005 affiancandosi a Luca Coscioni, l'esponente radicale affetto dallo stesso morbo e deceduto poco prima del voto scrisse al Presidente della Camera Casini chiedendo che si facesse qualcosa: Casini gli rispose assicurandogli che si sarebbe provveduto. Così è successo. Tante battaglie, dunque, che Camillo Colapinto ha condotto in nome della gente, affrontandole con l'entusiasmo dell'uomo tenace e combattivo che è sempre stato; con l'animo dell' « Uomo in rivolta » , come aveva intitolato un suo libro. « Sono un cittadino di serie A. Io non ho mai fatto affidamento sulla pietà. Pretendo però i diritti che mi spettano » , diceva. Ci ha lasciato in eredità una grande voglia di ribellione: sana, vitale, salutare.

Marco Brando

Postato da: vinavil a 12:53 | link | commenti |
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giovedì, aprile 27, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-04-27 num: - pag: 16 - categoria: BREVI

Infortuni sul lavoro, tante leggi

ma pochissimi risultati

L'ennesimo infortunio sul lavoro all'Ilva ha creato grande clamore, com'è giusto. Io sono pugliese ma vivo al Nord, in Emilia, e torno spesso in Puglia. Ho vissuto al lungo nelle fabbriche. Anche in alcune che comportavano rischi elevati. Sono stato responsabile della sicurezza; e la cosa mi pesava molto. Non tanto per le eventuali conseguenze legali in caso di problemi, ma perché era davvero difficile, quasi impossibile, garantire che nessuno s'infortunasse. Ricordo pure che fino a non moltissimi anni fa, le leggi in materia erano assai più vaghe. Poi sono arrivate nuove norme ma, come capita spesso nel nostro Paese, sono state fatte leggi assai restrittive, sapendo che è quasi impossibile rispettarle. Leggi all'avanguardia, che alimentano solo le tasche di consulenti. Si è data grande importanza alla carta, ai documenti in regola, all'attestato dei corsi, ai verbali di formazione. Poi? La gente muore ugualmente. Le procedure, i corsi, i cartelli, non proteggono dagli infortuni. Occorre mettere al centro della discussione il lavoratore e rivalutarne il ruolo, chiedendogli, certo, senso di responsabilità.

Andrea Romano

Taranto / Bologna

IL PUNTO

 

di Marco Brando

Gentile signor Romano,

ha ragione. Il lavoratore dovrebbe essere al centro dell'attenzione. Ma quest'Italia, malgrado la stagnazione economica, è sicuramente al primo posto nella produzione di leggi, norme, regolamenti, interpretazioni, decreti attuativi. Non solo sul fronte della sicurezza nelle aziende, ovvio. Più difficile farle rispettare, le leggi. Intanto ogni anno ci sono in Italia oltre un milione di incidenti sul lavoro, con conseguenze che provocano quasi 25000 invalidità permanenti e più di 1200 morti. Ogni giorno tre persone muoiono sul lavoro. L'andamento del fenomeno, purtroppo, non suscita alcun ottimismo, perché il lieve calo degli ultimi anni, era dovuto alla diminuzione delle ore lavorate: conseguente alla crisi occupazionale nei settori tradizionalmente più a rischio, metalmeccanica ed edilizia. Circostanza che mica è sfuggita ai nostri ormai ex parlamentari. Pensi che il Senato, con la deliberazione del 23 marzo 2005, ha istituito una « Commissione parlamenta re di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro » , composta da venti senatori. I compiti? Eccoli ( testuale): « La dimensione del fenomeno degli infortuni sul lavoro » , ... individuando altresì « le aree in cui il fenomeno è maggior mente diffuso » ; « l'entità della presenza dei minori » ; « le cause degli infortuni sul lavoro » ; « il livello di applicazione delle leggi antinfortunistiche e l'efficacia della legislazione vigente » ; « l'idoneità dei controlli » ; « nuovi strumenti legislati vi e amministrativi » ( e daje..., direbbero a Roma); « l'incidenza nel fenomeno della presenza di imprese controllate direttamente o indirettamente dalla criminalità organizzata » . Benissimo. La Commissione avrebbe dovuto « concludere i lavori entro sei mesi dal suo insediamento » , per poi « entro trenta giorni presentare al Senato una relazione sulle risultanze delle indagini » . Guardando nel sito del Senato le ultime notizie sulla Commissione risalgono all' 8 marzo 2006 ( dodici mesi dopo l'istituzione!), quando s'è svolta la seduta n. 21, conclusasi con l'approvazione all'unanimità dello « schema di relazione finale » . Stop. Dopo un mese ci sono state elezioni e tanti saluti, anche se in teoria le commissioni del Senato potrebbero continuare al lavorare, fino ad oggi, 27 aprile ( ma il vecchio Senato non c'è più). Non si sa quale sia stato il destino di quello schema, frutto di un duro anno di lavoro. Di certo, non risulta che a quei senatori siano capitati infortuni.

 

Postato da: vinavil a 13:28 | link | commenti |
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mercoledì, aprile 26, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: 1 PAGINA - data: 2006-04-26 num: - pag: 1 categoria: REDAZIONALE

Punta Perotti: favorevoli o contrari, tutti coinvolti

DOPO IL GRANDE «BOTTO»

BARI MANTENGA LE PROMESSE 

di MARCO BRANDO

Ora che ci sono solo i monconi di quello che era l'ecomostro, il rito consumatosi di fronte a una sterminata platea, sul lungomare, fa riflettere. Non si può negare che l'evento abbia avuto un grande successo di pubblico e di critica; successo sancito dai tanti che erano a favore della dinamite ma pure da coloro che erano contrari.
La circostanza induce a questa considerazione: la distruzione dei palazzi di Punta Perotti è stata uno dei rari casi in cui tutta la città — con tutte le sue categorie sociali, dal centro alla periferia — s'è ritrovata unita, senza distinzioni, nello spettacolo. Una rappresentazione di cui i baresi sono stati spettatori e protagonisti, tra bancarelle allestite per l'occasione, foto con i telefonini, barche appostate a largo.
A Bari eventi del genere sono rari. E quello che s'è svolto sul lungomare in varie puntate — come un serial televisivo — è stato particolare: perché ha unito i baresi intorno alla distruzione di qualcosa, invece che intorno alla costruzione di qualcosa. Complice il gran botto, che prometteva effetti speciali. Però il capoluogo pugliese avrebbe anche bisogno di poter festeggiare qualcosa di nuovo, una costruzione o altro. Un esempio tra tanti: s'attendeva da anni la fine dell'ecomostro così come s'attende da anni un nuovo inizio per il Teatro Petruzzelli. Certo, il sindaco Michele Emiliano ha ottenuto un successo e titoloni su giornali e tv nazionali; ma, conoscendolo, è consapevole di questa necessità di costruire, materialmente e idealmente.
D'altra parte quella demolizione, al di là dei significati politici, è stata davvero una catarsi per Bari: rispetto a un passato e a una fama mal sopportati, a torto o a ragione. Quindi la capacità che ha avuto l'evento di unire « le » Bari più diverse fa pensare all'altra circostanza in cui tale unità appare manifesta.
Quale? Escludendo la tradizionale visita alla Fiera campionaria, che alle élite cittadine piace poco, spicca la Festa di San Nicola, il patrono: ha da secoli le caratteristiche che, in modo occasionale, ha avuto la fine dell'ecomostro. L'analogia non è dovuta solo al peso della fede religiosa. Frugando nella storia si può trovare un bandolo comune dal punto di vista sociale. Ne abbiamo parlato un paio d'anni fa con Raffaele Licinio, professore di Storia medievale nell'ateneo barese e direttore del Centro di Studi normanno svevi.
Dunque, prima che nel 1087 fossero portate a Bari le reliquie di San Nicola, la basilica non c'era ( fu costruita per l'occasione) mentre c'era la cattedrale.
All'epoca Ursone era l'arcivescovo. E il potere politico e sociale in città era conteso tra un ceto di proprietari terrieri, vicini a Ursone, e un ceto emergente di commercianti, legati soprattutto al mare.
Quando a Bari arrivarono le reliquie, i traslatori fecero capire che non sarebbero dovute finire nella cattedrale. Così un corteo attraversò tutta la città, toccando ogni luogo importante, tranne uno: la cattedrale, appunto, dove c'è la cattedra dell'arcivescovo. Si trattò di uno sgarro, voluto, nei confronti di Ursone. La fazione dei commercianti lo accusava di non essere riuscito a sciogliere le tensioni tra i ceti sociali, di non aver assolto al ruolo di guida che all'epoca gli competeva.
Quasi mille anni dopo, la fine dell'ecomostro è stata propagandata come un'occasione unica: come se ci dovesse essere di nuovo un « prima » e un « dopo » . Si può non essere d'accordo; ma il messaggio è stato così proposto sul fronte politico e così è stato recepito. Non ci sarà mai, ovvio, un corteo commemorativo, ogni anno, per ricordare il botto. Forse resterà solo il moncone ricordo perorato dal sindaco. Tuttavia deludere le aspettative, più o meno consapevoli, dei baresi potrebbe fare un botto ancora più forte.

Postato da: vinavil a 13:46 | link | commenti |
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sezione: OPINIONI - data: 2006-04-26 num: - pag: 11categoria: BREVI

Lo strano caso dei marciapiedi

sporcati dai cani di padroni maleducati

 

Premetto che i cani, e gli animali, mi piacciono molto. Anch'io ho un cane. Lo preciso perché non vorrei essere fraintesa, dato che sto per denunciare una situazione barese che mi sta dando molto fastidio. E non credo d'essere l'unica persona ad aver notato il fattaccio. Dunque: basta provare a fare una passeggiata lungo i marciapiedi che costeggiano e circondano, esternamente, i giardini di piazza Garibaldi: è in una zona centrale ed è uno dei pochi spazi verdi della città; frequentato da anziani, mamme con bambini, ragazzi in vena di romanticherie, cittadini che vogliono leggersi con calma il giornale. Ebbene quel marciapiede è stato scelto da molti proprietari di cani maleducati ( intendo i padroni, non i cani, che sono senza colpa) come toilette riservata ai bisogni dei loro animali. Adesso che fa più caldo basta l'odore per capire che lì s'è consolidata l'insana abitudine. I pedoni, poi, devono fare lo slalom. Credo se ne siano accorti anche gli addetti dell'Amiu, quando ( di rado, a giudicare dalla situazione) provano a pulire. Eppure la legge prevede che i padroni di cani ( come faccio io con tanti altri) devono essere muniti di paletta e sacchetti, per pulire. Possibile che dalle nostre parti la gente capisca solo a suon di contravvenzioni?

Anita Abbrescia

Bari

 


 

 IL PUNTO


di Marco Brando

Gentile signora Abbrescia,

premetto che anch'io a scanso di equivoci amo gli animali. E quindi non sarò mai coinvolto in una crociata contro i cani; più allettante invece la crociata contro i loro proprietari maleducati ( anche perché chi ha non ha rispetto per il prossimo bipede probabilmente ne ha ancora meno per il quadrupede scondinzolante). Detto questo, oggi come oggi essendo la giustizia di piazza ( Garibaldi e non solo) fortunatamente vietata l'unica soluzione per insegnare a certi proprietari che bisogna pulire dove il loro cane sporca resta quella della contravvenzione. Quindi non si può che invitare la polizia urbana a fare sacrosante multe.
Il problema consiste nel beccare i malviventi sul fatto. Pensi che a Bologna il Comune ha appena proposto di ricorrere all'esame del Dna per identificare prima i cani e, di conseguenza, i padroni colpevoli. Sistema ingegnoso ma un po' costoso, oltre che assai complicato. Per di più il sindacato autono mo di polizia ha sostenuto che il « sindaco Cofferati dovrebbe prima rendersi conto del fatto che i problemi di Bologna sono altri e che andrebbero affrontati secondo una gerarchia di importanza al cui primo posto non possono essere collocati gli escrementi dei cani » .
Opinione che qualcuno potrebbe avere anche a Bari. D'altra parte Bologna vorrebbe imitare Dresda, in Germania, dove con teutonica efficienza hanno già avviato il progetto, dato che tutit i cani sono già schedati anche in base al loro Dna. In Italia invece non si riesce a far rispettare nemmeno l'obbligo di comunicare ai Comuni che si possiede un cane.
C'è poi il recente esempio di San Francisco ( Usa): sta per avviare un programma pilota che punta all'utilizzo degli escrementi canini ( 10 milioni di tonnellate a livello nazionale!) per produrre energia: il lavoraccio spetterebbe a microorganismi capaci di digerire il mallopo e di emetterlo in forma di metano. Ma in Puglia siamo alla preistoria persino nella raccolta differenziata di rifuti normali, figurarsi di quelli un po' più elaborati.
Insomma, a Bari e non solo il vero deterrente è la vecchia cara salata multa. Si spera che il Comune vigili. Certo, sarebbe meglio la legge del contrappasso: ad esempio, costringere i fuorilegge umani a raccogliere cacche canine ( proprie e altrui) per una settimana di fila; o trasferire sul loro zerbino di casa i corpi del reato. Ma bisogna sapersi accontentare...

Postato da: vinavil a 13:36 | link | commenti |
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martedì, aprile 25, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: 1 CULTURA - data: 2006-04-25 num: - pag: 12 categoria: ALTRI OGGETTI
 
 

25 APRILE

NEGLI ARCHIVI DELL'ANPI DI BARI

La Resistenza negata

dei militari italiani

In Grecia come nei Balcani in prima fila contro i nazisti


di MARCO BRANDO

Il titolo: « Bari democratica celebra il 25 Aprile » . Il testo: « Per celebrare il contributo arrecato dal Paese alla comune causa della Libertà, oggi si svolgeranno a Bari le seguenti manifestazioni: Ore 8, arrivo dei Partigiani dalla provincia; ore 9: Messa officiata dall'E. Mons. Mimmi in San Ferdinando; ore 10: Deposizione di corone di alloro sulle tombe dei Caduti al Cimitero; ore 11: Manifestazione al Teatro Piccinni; ore 13: Distribuzione di buoni pranzo; ore 15,30: Consegna dei premi di solidarietà alle famiglie dei caduti. Si invitano tutti i reduci e le famiglie dei prigionieri a prendere parte alle manifestazioni » .
Potrebbe sembrare l'invito alle manifestazioni in programma oggi a Bari, così come nel resto della Puglia e dell'Italia. Invece il testo risale al 25 aprile 1946 ed è tratto dal quotidiano La Voce , giornale uscito a Bari tra 1946 e 1948. Esattamente sessant'anni fa si svolse la prima delle commemorazioni dell'Anniversario della Liberazione dal nazifascismo; così come accadrà oggi, per il 61 Ëš Anniversario, nel Sacrario dei caduti d'Oltremare di Bari, per iniziativa del Comitato provinciale dell'Anpi, l'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia. All'epoca il Sacrario, dove sono previste le manifestazioni odierne, non esisteva ( è stato inaugurato nel 1967), quindi i caduti erano sepolti nel cimitero civico.
Così il 27 aprile 1946 La Voce riportò una breve cronaca dell'evento: « La celebrazione del 25 Aprile s'è svolta a Bari con manifestazioni alle quali hanno partecipato combattenti, partigiani, reduci e aderenti a partiti politici e associazioni. Al Teatro Piccinni, affollatissimo alla presenza di autorità e personalità politiche, ha parlato il dottor Raffaele Conte, a nome dei Partigiani di Puglia, illustrando il significato della ricorrenza. Ha presentato l'oratore il prosindaco avvocato Alcozer e hanno preso la parola Remo Scappico del Pci, la signora Orabona dell'Udi e la signora De Martino del Psi. La manifestazione è stata una spontanea affermazione di fede repubblicana » . In coda all'articolo seguiva l'elenco dei « Partigiani Caduti in Terra di Bari » .
Da questa cronaca emerge il nome di Raffaele Conte, primo presidente dell'Anpi barese. Un personaggio che, a causa delle contraddizioni della memoria e della storiografia, è più noto nell'ex Jugoslavia che a Bari e in Italia; tanto da aver ricevuto molti riconoscimenti dalle autorità jugoslave e dal loro premier Tito. Perché? Nato a Foggia nel 1913, tenente medico del Reparto « Divisione Murge » in Croazia, Conte, dopo l'armistizio dell' 8 settembre 1943, passò, come tanti altri soldati e ufficiali italiani, nelle file delle resistenza contro i tedeschi, a fianco dell'Esercito di liberazione jugoslavo. Nelle vesti di medico, curò i feriti italiani e slavi. Poi si cimentò in un epico viaggio di ritorno verso Bari: ferito nella battaglia di Babin Potok, nel maggio del 1944 s'imbarcò, in Dalmazia, su un peschereccio. Alla guida di altri centoventi feriti. Destinazione Bari, dove nella Puglia liberata sperava di poter far ricoverare quei reduci. Ma l'imbarcazione fu attaccata da un cacciatorpediniere tedesco. Morirono ottanta persone. Lo stesso Conte fu colpito gravemente al viso. Ciò malgrado, il peschereccio riuscì a raggiungere la costa pugliese. I superstiti furono accolti negli ospedali di tutta la regione, col consenso dei comandi alleati.
Raffaele Conte assunse nel Dopoguerra la presidenza dell'Anpi. E a lui spetta il merito di aver ricordato per la prima vol ta, nel corso di quel discorso del 1946, il ruolo svolto dai militari italiani nei Balcani a fianco della resistenza antinazista. Un tema sottaciuto, a causa del maggior rilievo dato per decenni alla resistenza partigiana nel Nord Italia; se n'è cominciato a parlare solo negli anni Ottanta, quando tornò alla ribalta nazionale grazie a un intervento dell'allora Capo dello Stato Sandro Pertini.
Conte, lasciata la presidenza dell'Anpi alla fine degli anni Quaranta per passare a quella Anmig ( Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra), continuò a fare il medico a Bari, dove s'è spento alla fine degli anni Ottanta. A quest'ultimo succedette, come presidente dell'Anpi bares e , A r a m i s Guelfi, ex portuale di Livorno, partigiano che aveva partecipato alla liberazione della sua città e si era poi trasferito a Bari per ragioni politiche. Il successore di Guelfi è stato l'attuale presidente, Giorgio Salamanna, soldato, partigiano nei Balcani, prigioniero in un lager: da trent'anni è ai vertici dell'Associazione dei partigiani e anche oggi porterà il suo saluto nel corso della cerimonia al Sacrario.
La storia di Conte contribuisce a ricordare che la Puglia, una volta liberata, dalla fine del 1943 diventò anche la retrovia dei partigiani slavi. Nel Tacco d'Italia il 3 giugno 1944 giunse anche il maresciallo Josip Broz Tito, accompagnato da Randolf Churchill, figlio del premier britannico Winston Churchill. Circostanze di cui si trova testimonianza nel cimitero di Barletta: ospita il Sacrario jugoslavo, dove sono sepolti oltre ottocento partigiani slavi morti nell'Italia meridionale, dov'erano giunti, per lo più feriti, dopo i combattimenti affrontati al di là dell'Adriatico.
Non solo. Ricorda Vito Antonio Leuzzi, direttore dell'Ipsaic: « Gr azie all'eredità lasciata da Conte, l'archivio dell'Anpi barese è tuttora il più ricco di documentazione, preziosissima, sulla resistenza dei militari italiani nei Balcani e nelle isole greche, compresa Cefalonia » . In particolare, tra le montagne jugoslave combatterono: i battaglioni partigiani « Mameli » , « Budicin » , « Fontanot » e « Zara » , in Dalmazia e Istria; la « Brigata Italia » , costituita dai battaglioni « Garibaldi » , « Matteotti » , « Mameli » e « Fratelli Bandiera » , che combatté dalla Bosnia al Montenegro e fino a Zagabria; la Divisione « Garibaldi » , unica grande unità italiana partigiana all'estero, che seppe mantenere i caratteri nazionali, con le sue uniformi e i regolamenti del nostro Esercito. E nel 1953 fu il presidente della Repubblica Luigi Einaudi ad accogliere proprio nel porto di Bari la nave che aveva riportato in patria le prime salme dei militari caduti nell'isola di Cefalonia combattendo contro i tedeschi.

Postato da: vinavil a 16:05 | link | commenti (5) |
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sabato, aprile 22, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: 1 CULTURA - data: 2006-04-22 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE

ANNIVERSARI

« Merceologo » e ambientalista

Auguri a Giorgio Nebbia per i suoi splendidi 80 anni

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« Il mio sogno era studiare » . E Giorgio Nebbia, che domani compirà ottant'anni, non ha mai smesso di studiare. Né di sognare. Bolognese di nascita ma barese di adozione, professore emerito di Merceologia nell'ateneo del capoluogo pugliese ( dove ha insegnato Merceologia ed Ecologia fino al 1995), deputato e senatore della Sinistra indipendente, Nebbia giunge a questo giro di boa con l'entusiamo di sempre.
Ce ne voleva di entusiasmo, nell'immediato Dopoguerra, per portare nel cuore della Puglia la sua vita e il suo cognome così padano. E poi? A partire dell'ateneo barese dov'era destinato a rimanere dopo essersi laureato in Chimica nel 1949 Nebbia ha costruito la sua fama di « merceologo inquieto » . Tanto da diventare il padre dell'ambientalismo, italiano e non solo. E da trasformare una disciplina sconosciuta ai più, la merceologia, in un grimaldello per comprendere, e far capire, i rapporti delle « cose » con le persone e col mondo circostante. « Perché la merceologia ci ha raccontato Nebbia nel marzo del 2002 è una scienza sovversiva. Nel momento in cui i cittadini si interrogano su che cosa sono gli oggetti che comprano e che sono pubblicizzati, su come tali merci sono fatte e da chi e dove, c'è un reale pericolo che vogliano ficcare il naso nel regno proibito delle fabbriche, delle aziende agricole, del commercio » . Il risultato? « A questo punto una persona può chiedersi se le merci e i consumi sono fatti per migliorare le condizioni di vita di ciascuno di noi o per tenere in moto una grande ruota di sfruttamento dei lavoratori e della natura, per rendere ogni persona schiava del possesso di sempre più cose, spesso un mondo di oggetti ostili » . Concetti ancora oggi rivoluzionari. Figurarsi quando Nebbia cominciò a parlarne, più di quarant'anni fa: un marziano, per giunta sovversivo.
Ma perché scelse Bari? « Dopo la fine della guerra per vivere lavoravo in una piccola ditta metalmeccanica, facendo disegni e un po' di lavori meccanici, che mi piacevano. Ma il mio sogno era studiare: quando potevo andavo in qualche biblioteca universitaria, mi pareva di mettere piede in paradiso » . Quindi conobbe un professore, Walter Ciusa, di cui poi è stato assistente. Ciusa gli offrì di pagargli di tasca sua lo stesso stipendio che prendeva in officina: « Per aiutarlo in ufficio, per qualche traduzione e per qualche ricerca nel laboratorio di Merceologia » . Bello? « Mi sembrò un sogno. Siccome i lavori avevano molti aspetti chimici, cambiai facoltà e mi iscrissi a Chimica. E seguii il professore, che nel frattempo era andato a insegnare a Bari. Qui mi sono laureato. Poi ci sono ritornato, ben felice. L'Istituto dove lavoravo era bellissimo: il palazzo in largo Fraccacreta, dove adesso c'è l'anagrafe comunale. Con i laboratori sull'attico e in una torretta, da cui si vedeva il mare sterminato » . Dopo la laurea Nebbia diventò assistente di Merceologia a Bologna. Nel 1958 eccolo di nuovo in Puglia, con la sua cattedra.
E oggi cosa pensa dell'università italiana? Ci disse nel 2002: « Non mi piacciono, e non capisco, i discorsi di privatizzazione delle università, di università finalizzate ad avere rapporti, come si usa dire, col territorio. Che cosa significa? Col potere economico o con i contadini e gli operai? Con le imprese? » Secondo lei? « Mi pare che talvolta le ricerche siano orientate a studiare quello che è gradito a chi elargisce i soldi, più che ciò che si ritiene giusto e divertente: questo rappresenta la somma libertà di uno studioso. Sono cresciuto con l'orgoglio del servizio dello Stato, della collettività. Per questo mi azzardo a raccomandare il dovere di studiare e usare le proprie conoscenze " pro bono publico ". Per il bene collettivo, appunto » . Ne avremmo proprio bisogno. Tutti. Tanti auguri, professore, per suoi formidabili ottant'anni.

Marco Brando

 

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giovedì, aprile 20, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-04-20 num: - pag: 16 categoria: BREVI

Bulli e bullismo nelle scuole pugliesi:

occorrono fermezza e comprensione

 

La questione è delicata e vi chiedo di non citare il mio nome per intero. Dunque, mio figlio è vittima del bullismo, in una scuola media inferiore della provincia di Bari. « Bullismo » è una parola che ho imparato da poco, perché ho scoperto che le molestie, talvolta violente, tra adolescenti si definiscono così. In ogni caso, per il mio ragazzo è un grande dolore, che sta compromettendo anche il suo rendimento scolastico, oltre all'umore in generale. Sono davvero indignata e delusa, oltre che preoccupata. Mi sento persino in colpa. Credevo di avere fatto la scelta migliore per lui. Devo ammettere che non c'entra il metodo d'insegnamento di qualche professore. Ciò non toglie che mio figlio sia stato preso di mira da certi compagni di scuola che lo maltrattano fisicamente e moralmente; e lo spaventano per far sì che non parli. Tanto è vero che non l'ho saputo da lui. Infatti molti docenti sapevano ma nessuno mi aveva mai reso noto quello che stava accadendo. Per fortuna una professoressa , dopo aver assistito ad una scena che stava oltrepassando i limiti, ha avuto il coraggio di contattarmi. Dopo il mio intervento mi sono state fatte molte promesse, con il palese tentativo di tutelare il nome della scuola. Sembra che il clima sia migliorato. Intanto però il mio ragazzo è in crisi nera. Non si posso prevenire questi fenomeni?

 Rita V.

IL PUNTO

 

di Marco Brando

Gentile signora Rita,

 il fenomeno di cui è stata testimone è preoccupante. Ed è difficile affrontarlo quando si passa dalle citazioni statistiche e sociologiche a un problema vissuto direttamente, attraverso il disagio vissuto dal proprio figlio. Negli ultimi anni la questione è giunta alla ribalta anche in Italia. A Bari, dove persino alcune ragazzine si sarebbero cimentate in prepotenze, di recente è stato presentato dal Comando provinciale dei carabinieri un programma antibullismo, in collaborazione con le scuole. Programma che mira a sensibilizzare non solo i ragazzi, ma anche gli adulti, genitori e educatori.

Tuttavia non si sa bene, malgrado il dibattito in Italia sia aperto da un decennio, come prevenirlo. Lo stesso termine « bullismo » risale a pochi anni fa. Sui dizionari a « bullo » corrisponde la definizione « prepotente, bellimbusto, che si mette in mostra con spavalderia » . Bisogna attendere il 1996 perché il termine « bullismo » compaia su alcuni dizionari nella sezione « neologismi » . E il significato che noi oggi diamo deriva da quello anglosassone. Sull' « Oxford Dictionary » ( 1990) « bully » denotava una « persona che usa la propria forza o potere per intimorire o danneggiare una persona più debole » .

Dalla comune radice derivano sia il verbo « to bully » che il sostantivo « bullying » . « Il significato inglese del termine spiega lo piscologo Dario Bacchini denota una specifica modalità di relazione tra due persone, un " più forte" che si avvale della propria superiorità per danneggiare un soggetto più debole » .

Quando, per iniziativa della professoressa Ada Fonzi dell'Università di Firenze, anche in Italia il fenomeno ha cominciato a essere studiato, l'interesse, nelle scuole e nella pubblica opinione, è stato molto elevato. « Come se finalmente spiega Bacchini fosse stato dato un nome per descrivere un disagio che i docenti, i familiari e soprattutto i ragazzi percepivano da tempo in modo pervasivo e disturbante all'interno della scuola » . Ma se ancora è aperto il dibattito scientifico, di certo, sul campo, l'omertà e la sottovalutazione non servono; anzi, aumentano i rischi. Nelle scuole, pure nella sua, deve essere trovato lo spazio per discutere apertamente di bulli e bullismo. Senza dimenticare che prima viene la fermezza poi, quando ci sono le condizioni per un dialogo produttivo, c'è spazio per la comprensione.

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giovedì, aprile 06, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-04-06 num: - pag: 16 - categoria: BREVI  

Parolacce presidenziali, la bacchettata

del prof barese ( e l'invidia giapponese)  

  


Sono un docente barese della Scuola secondaria di Primo grado ( l'ex Scuola media). Vorrei che il Presidente Silvio Berlusconi leggesse questa mia lettera: « Le scrivo per comunicarLe il mio sgomento dopo la Sua esternazione... È il mio senso etico e deontologico che mi impone di parlare. Signor Presidente, Lei sa fin troppo bene quanto ogni Sua espressione, proprio in virtù del ruolo che ricopre, venga ripresa e amplificata dai mezzi d'informazione: è inevitabile ( e in un regime democratico è legittimo) che sia così. Per tali ragioni Ella rappresenta un modello ( positivo o negativo che si voglia) implicitamente o esplicitamente confrontato col sistema di valori di cui ogni persona è portatrice. Si rende conto della portata dirompente che un'esternazione come quella di ieri può avere, non già sul piano generico della « civiltà » ma dell'educazione, in particolare delle giovani generazioni? Sto parlando di un concetto semplice e banale: l'esempio. Quale esempio ritiene di aver fornito ai giovani con quella sua « rozza ma efficace » scelta lessicale? Spero di non dover fronteggiare da domani ragazzi che utilizzino nei confronti del loro docente ( e degli altri) l'epiteto da Lei utilizzato: avrei grosse difficoltà a farne intendere la negatività.

Lucio D'Abbicco

Torre a Mare - Bari

  

IL PUNTO  

  

di Marco Brando

Gentile professor D'Abbicco,

nella sua lettera aggiunge: « È l'insegnante e l'educatore che Le parla: un insegnante che ogni giorno, a scuola, si impegna a mettere in pratica non solo le istanze che gli provengono dal personale bagaglio morale e culturale, ma anche i dettati ( con valore di legge) che disegnano la scuola. Vi è scritto fra le altre cose che " nel Primo ciclo di istruzione il ragazzo... scopre la difficoltà, ma anche la necessità dell'ascolto delle ragioni altrui, del rispetto, della tolleranza, della cooperazione e della solidarietà, anche quando richiedono sforzo e disciplina interiore. ... Alla fine del Primo Ciclo di istruzione il ragazzo ... usa un vocabolario ... adeguato agli scambi sociali ... È consapevole di essere titolare di dirit ti, ma anche di essere soggetto a doveri per lo sviluppo qualitativo della convivenza civile. ... Si comporta ... in modo da rispettare gli altri". Questo è il profilo di cittadino che la scuola, in base alla riforma varata dal Suo governo, è chiamata a formare. Come si conciliano queste indicazioni con la testimonianza che il Presidente del Consiglio ha offerto ieri alla Nazione tutta? » . Beh, caro professore, nel rispetto della par condicio vogliamo da re un giudizio su questa campagna elettorale, a destra e a sinistra, ricorrendo alle indicazioni fornite dall'ordinamento della nostra scuola, da lei giustamente citato? Quanti esempi di «rispetto» , «tolleranza» , «cooperazione » , «solidarietà» e «disciplina interiore» abbiamo avuto nel corso di dibattitti e confronti pubblici in tv e altrove? Non molti. È però probabile che l'esternazione presidenziale possa vincere l'Oscar del cattivo gusto. Anche se mancando alcuni giorni alle mitiche elezioni potrebbe capitare pure di « meglio » . Nell'attesa, le segnalo una email arrivatami proprio ieri da un'amica giapponese, Tomoko. In italiano, scrive testualmente così: « Ooops... capo del governo ha fatto scena di nuovo no? Mi dispiace per voi. A me questo diventato piu interessante, pero'. Ma allora Marco anche tu sei uno dei questi coglixxx?? Dicono che le stampe estere abbiano difficolta di traddurla. Non so se la stampa giapponese nota quest'ariticolo! Vorrei tanto vedere come traduce. La politica giapponese e' come noioso... nessuno guarda la tv sulla politica che sempre procede sotto stretto regola. Qui difficile esprimersi come voi in Italia » . Che cu..., pardon, che fortuna. 

 

 

 

 

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mercoledì, aprile 05, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-04-05 num: - pag: 11 categoria: BREVI

L'insostenibile flessibilità del lavoro

Storia ( vera e dura) di un quarantenne

Sono disperato! Non è un incipit dei migliori ma rappresenta il mio stato d'animo. In campagna elettorale tutti parlano di flessibilità, di lavoro per i neolaureati. E gli altri? I quarantenni o giù di lì come me, con esperienza di lavoro, laurea, master, corsi universitari e para universitari pagati con i propri risparmi che devono fare? Sono ormai due anni che provo a « ricollocarmi » , cercando lavoro; e non parlo di « posto fisso » ma di LAVORO. Sono titolare di partita Iva ( e quindi non risulto disoccupato) perché solo così avrei potuto lavorare con la « Business School » con la quale ho intrattenuto un rapporto continuativo fino al 2003 ( per quasi 5 anni) e che deve ancora pagarmi per attività svolte nel 2001! Sono in credito di oltre ottomila euro! So che sono momentacci per tutti ma mi si rivolta lo stomaco e non solo quello quando sento parlare della creazione di nuovi posti di lavoro. Le aziende nemmeno rispondono ai curricula: non parlo delle candidature spontanee ma degli annunci che fanno pubblicare su quotidiani nazionali e locali. Sono stato anche in alcune agenzie di lavoro interinale e ho sostenuto colloqui con addetti che, non voglio sembrare presuntuoso, forse ne sapevano meno di me. Ma l'amara realtà e che loro stanno lavorando, io no.

L. D.

Bisceglie

IL PUNTO

di Marco Brando

Caro L.,

prima di tutto accolgo la sua richiesta: non pubblico il suo nome. Le ho chiesto via email se potevo farlo e lei mi ha risposto: « Ho ancora un briciolo di dignità e mi pesa molto questo gesto » . Capisco. E le sono vicino come un fratello maggiore. Non lo scrivo tanto per darmi un tono: ho un fratello che ha la sua età e problemi comuni alla vostra generazione. Però vorrei pubblicare, senza commenti, il seguito della lettera: le sue parole sono più che sufficienti per delineare una situazione che, nei dibattiti televisivi elettorali, appare astratta. Invece non lo è>. Dunque, ci scrive: « Non sto chiedendo un lavoro da dirigente ma vorrei che qualcuno leg gesse il mio curriculum, mi chiedesse che cosa so fare, quali esperienze ho avuto, che competenze ho acquisito, quali sono i miei pregi e miei difetti, quali sono le mie aspirazioni... » . Poi: « So che cos'è un " assessment center" o un bilancio delle competenze. Ma, evidentemente non basta. Ripeto, sono disperato perché ho un mutuo da pagare e tra un po'  non saprò dove andare a sbattere la testa. Sto rinunciando a molte cose. E per fortuna io e la mia famiglia godiamo di ottima salute. Un medico, uno specialista non potrei permettermelo. Ogni bolletta che arriva è per me un incubo...Non mi si parli di flessibilità perché è dalla fine del liceo che so no un tipo flessibile ( nonostante non sia proprio un fuscello!) » .Quindi: « Probabilmente, e mi scuso per questo, lo stile di questa mia comunicazione non è dei migliori ma, non potendo permettermi un collegamento Internet da casa, sto " sfruttando" l'ospitalità di un parente. La cosa che più di tutto mi fa rabbia, a parte il basilare aspetto finanziario, è che mi rendo conto di avere ancora tanta energia, molti anni ancora, un cervello ancora funzionante e la consapevolezza di poter essere utile. Ho voglia di vivere per veder crescere mio figlio; ed è forse la ragione per cui non ho dato retta a quella parte di me che s'è trovata davvero sull'orlo di un precipizio » .No comment, caro L.. Davvero, non ho parole. Posso solo impegnarmi a far avere il suo curriculum ( che mi ha inviato) a chi vorrà chiedermelo, scrivendo al mio indirizzo email. Con affetto. Buona fortuna. A lei. E a questo Paese.

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Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: 1 CULTURA - data: 2006-04-05 num: - pag: 12 categoria: ALTRI OGGETTI 

In un libro le responsabilità dell'aviazione tedesca e le «leggerezze» degli Alleati, che causarono oltre cinquanta vittime

Canosa, i segreti di quell'incursione 

Francesco Morra chiarisce i misteri del bombardamento del 6 novembre 1943

di MARCO BRANDO

 La guerra era finita, in Puglia, da meno di due mesi. Ma pareva un secolo. « Stavano ballando il Tango dell'Amapola » , ricorda Vincenzo Caporale di quella sera del 6 novembre 1943. Quando ci fu una serie di terribili esplosioni: morirono in cinquantatrè, decine i feriti. Nessuno fece in tempo a capire chi era stato. E perché.

Pare un giallo a sfondo bellico. Invece è tutto vero. Per capire bisogna fare un passo indietro. Nel resto d'Italia la guerra stava continuando. Il fronte da una parte i nazifascisti, dall'altra gli alleati e gli italiani impegnati nella guerra di liberazione risalivano la penisola. Tanti meridionali erano lontani, militari sparpagliati in Europa e in Africa; ma a questo Sud la distruzione e il dolore parevano aver fatto un piccolo sconto, in termini di vittime e di distruzioni. Così la gente, come le truppe alleate, parevano volersi godere una pace anticipata, nelle retrovie. Dunque i canosini accolsero con sollievo l'annuncio firmato « Royal Corps of Signal » , l'Unità inglese delle Radiostrasmissioni che aveva posto la base in città. Anche perché quell'annuncio era un'ulteriore iniezione d'ottimismo: « Gli Ufficiali, i Sottufficiali e gli uomini del Royal Corps of Signals sono lieti d'invitare ad intervenire a un Gran ballo, che avrà luogo Sabato venturo 6 novembre 1943, alle ore 19,30. Dei rinfreschi saranno offerti » . Firmato: « R. T. Stone Csm Maestro di Cerimonie » . La festa iniziò nel Salone dell'ex Gioventù italiana del Littorio( Gil). C'erano tutti: le autorità del paese e almeno duecento canosini e soldati alleati. Ore 21,15. Pasquale Verderosa ricorda che stava per « entrare nel salone della Gil » quando vide « l'aereo sganciare le prime bombe sul corso » : «Poi vidi l'aereo ritornare di nuovo e sganciare le bombe sul castello. Scaricò tutte quelle che aveva » .

Ma chi bombardò Canosa? E soprattutto: perché? Per oltre sessant'anni queste domande non hanno trovato risposta, avvolgendo la tragedia in un alone di mistero e di segretezza. Così quella vicenda ha generato tutta una serie di ipotesi, supposizioni, illazioni. Si è detto che fosse stato un velivolo britannico, per errore. E pure che, addirittura, un italiano « vendicatore » avesse pilotato un aereo prestato dai tedeschi: forse un ufficiale repubblichino originario di Canosa. Tutto falso. In com penso ci fu un lunghissimo rimpallo di responsabilità, di quelli cui la storia italiana, purtroppo, ci ha abituati anche negli anni successivi al Dopoguerra.

Solo adesso il libro I segreti di una incursione aerea. Canosa di Puglia. 6 novembre 1943 ( Aracne Editrice, 2006, Roma; 10 euro, 108 pagine) scritto da un giovane canosino Francesco Morra, classe 1972 ha finalmente chiarito qual è stata la storia di quel bombardamento dimenticato. E lo ha fatto attraverso un'analisi scientifica, da storico, sulla base dei documenti dell'epoca: carte ritrovate, dato che sono state a lungo « secretate » dalle massime autorità italiane e alleate. Morra ha la preparazione giusta e la formazione adatta per trovare il bandolo della matassa: si è laureato in Scienze politiche all'Università La Sapienza di Roma; durante il servizio di leva è stato ricercatore presso il Centro Militare di Studi Strategici (CeMiSS), dove si è occupato di geopolitica. Èd è appassionato di sto ria della Seconda Guerra Mondiale. Il libro rappresenta così la sua opera prima, frutto di una tesi svolta per il master in Storia e storiografia multimediale dell'Università degli Studi Roma Tre.

Chi bombardò dunque quella festa danzante nella Canosa di 63 anni fa? «Dalla mia ricerca ci spiega Morra emergono con chiarezza due elementi: l'attacco aereo porta la firma delle Luftwaffe; cioè fu un'azione di disturbo dell'aviazione militare tedesca sui cieli della Puglia e della Campania » . E perché bombardarono Canosa? « Colpirono anche Molfetta. E fu una scelta del tutto casuale dovuta a gravi inosservanze delle norme sull'oscuramento da parte delle truppe alleate. A Canosa certamente queste inosservanze furono dovute ai mancati allarmi causati dalle requisizioni, da parte degli Alleati, dei collegamenti telegrafici » .

Insomma, la « colpa » fu angloamericana; le bombe furono tedesche. All'epoca questa responsabilità però non se la volle assumere nessuno. Poi calò il segreto militare. E tutto il resto? Il vendicatore? « Leggende metropolitane » , commenta Morra. Di certo, il libro si può leggere non solo con gli occhi dello storico ma anche con quelli dell'appassionato di «gialli » . Senza dimenticare che per l'autore è anche un esplicito omaggio a quei suoi compaesani, per decenni vittime dimenticate di un bombardamento di cui nessuno si era mai voluto assumere la responsabilità.

Postato da: vinavil a 18:35 | link | commenti |
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