
Dal 16 aprile 2007 sono tornato a Milano: faccio il vicecaporedattore di City, il quotidiano free press della Rcs. Fino a quella data qui avreste letto soltanto: "Raccolta di articoli (miei) e di riflessioni (sempre mie o in alcuni casi prese in prestito) che altrimenti leggerebbero solo in Puglia (lavoro per il "Corriere del Mezzogiorno", dorso di cronaca pugliese allegato al "Corriere della Sera")". Ah, dimenticavo: tranquilli/e... Sono consapevole del fatto che, per dirla con Indro Montanelli, "noi giornalisti scriviamo sull'acqua e abbiamo una vita effimera, come le farfalle". Infine: devo forse sottolineare che questo blog non è una testata giornalistica e che viene aggiornato senza alcuna periodicità? E pure che, pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001? Scriviamolo, visti i tempi che corrono...
![]()
Nome: Marco Brando
Un ex giornalista di provincia ... Ora tornato nella metropoli (beh, Milano - nel suo piccolo - lo è)
:-)
EMAIL: injbr#tin.it *
* sostituisci # con @
vinavil in IL PREMIER NON AMMET...
utente anonimo in IL PREMIER NON AMMET...
----> CERCA NEL BLOG
A Sud del Medioevo
ABELARDO ED ELOISA
Accademia della Crusca
Ammazzare la portinaia
Associazione nazionale partigiani d'Italia
Bartleby, preferirei di no
chiaralice
Chiesa valdese
CITY
Contro il sonno della ragione
Cose buone (da leggere...)
CRONOLOGIA, la Storia a portata di mouse
Dionisio Ciccarese’s blog
Etimologia
Flor
Giozzolino. Storia, Arte, Cultura
Giuseppe Resta
Golem
Gonzo Report
Grande Mare
Grublog
il blog di Beppe Grillo
il FAVOLOSO MONDO di Matteo
IL MESTIERE DI SCRIVERE
IL MONDO DELLE COSE
Il porto ritrovato
Il primo canile on-line d'Italia
In diretta dal Medioevo
IT NEVER SLEEPS
Kilombo
La penna e la spada
La placida signora
LE NOTTI DI MANFRED
Libertà di stampa / Diritto all'informazione
LO STRANO CASO DI FEDERICO II DI SVEVIA
maria luisa saponara
Megachip
NOI BAMBINI DEGLI ANNI '60 E '70
Peace reporter
PeaceLink
Per grazia ricevuta
Premiato Manicomio On Line
Presìdi del Libro
Proibito
Quelli di Zeus
Racconti di viaggio
RICORDANDO MIO PADRE
Romanzo barese
Salviamo il congiuntivo
Slow Food
Slow Food Puglia
Splinder, problemi e soluzioni
Squilibri
Stefania Radman
Storia medievale
Stupor Mundi
SUD EST di Marco Brando
TARTARIA
terrarossa
Ti presto i miei libri
Uolterueltroniisonmymind
Uriatinon
Versacrum
oggi
novembre 2009
ottobre 2009
settembre 2009
giugno 2009
maggio 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
giugno 2003
©
altri tempi
ambiente
animali
anniversari
antifascismo
arte
articoli
assurdità
belle pensate
blog
cattolicesimo
censure
cinema
comunismo
consumi
costume
culture
della serie
diritti civili
divagazioni
economia
editoriali
email
fascismo
fotografie erranti
giornalismo
guerre
internet
interviste
istruzione
lettere al corriere
letto e sottoscritto
libri
mafie
media
medioevo
mezzogiorno
morale
nazismo
olocausto
personaggi
poesia
politica
protestantesimo
proverbi
racconti
razzismo
regimi
religione
ricordi personali
riflessioni
salute
scienza
scuola
sesso
società
sogni
soldi
sport
stalinismo
storia
tempi moderni
terrorismo
testimonianze
turismo
visitato *loading* volte
| Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-03-30 num: - pag: 16 categoria: BREVI |
Quando il look dei media va in tiltOvvero: l'invasione degli inglesismi |
![]() |
|
Cari giornalisti, leggendo i giornali, compreso il vostro, si nota che c'è qualcosa che non va; capita questa sensazione pure ascoltando la tv o la radio, però come dicevano i latini « verba volant, scripta manent » , quindi leggere i quotidiani dà di più il senso dell'esagerazione cui siamo arrivati. Ho preso appunti su certe parolacce che saltano fuori sempre più spesso. Qualche esempio? Facile: gossip, coming out, factory outlet... E poi: baby gang, look, welfare, feeling, management, ticket, trendy, educational, eccetera eccetera. Non mi si venga a dire che sono uno all'antica, magari poco aperto alle novità. L'inglese lo parlo pure abbastanza bene. Però sono molto legato alla mia lingua, l'italiano. E poi mettetevi nei mie panni: quando alla sera devo raccontare a mio padre, ultraottantenne, quel che è successo a Bari e lui non sa l'inglese faccio prima a « tradurre » in dialetto, se non altro una lingua più nostra. È chiaro che i giornalisti possono comportarsi come meglio credono. Però poi non veniteci a dire che quello italiano è un popolo di « non lettori » . Sarebbe carino se si facesse un sondaggio per capire quanti lettori supersiti capiscono il significato di certi inglesismi. Mi attendo sorprese divertenti. Dario Carella Bari IL PUNTO
Gentile signor Carella, non ha mica tutti i torti. Pensi che tempo fa un amico e collega lombardo, il direttore del quotidiano « La Provincia di Como » Michele Brambilla, ci ha detto d'aver ricevuto una lettera analoga alla sua. Scritta in dialetto comasco, per protesta. Insomma, come vede non è solo. Come ha risposto Brambilla? Come faremmo noi: prendendosi in giro. Tipo? Beh, pensi che la sua email mi è giunta mentre stavo navigando sul Web con il mio Pc, usando le impostazioni di default. Tra l'altro, sul mio screen saver ho una bella foto del water front di Bari. Ho aperto un file, poi ho scelto un link. Ma il computer e andato in tilt. Un problema di database o di software? Macché. Il nostro tutor mi ha det to che è colpa dell'hard disk. Poi mi ha tranquillizzato: « No problem, avevo g i à f a t t o i l back up » . A quel punto mi è caduto l'occhio sul giornale; e ho scoperto che i cinesi ci stanno portando via non solo il business ma pure il know how, quindi è ora di accettare la sfida dell'e governement e dell'e commerce. Anche se ho pensato che questo discorso è un work in progress: servirebbe un brain storming. Accidenti, ammetto che que sto masochistico esercizio d'anglo italiano stressa pure un giornalista. Figuarsi un lettore avveduto. Quindi cercheremo d'usare meno inglesismi; e mica per fare un favore a lei, questa scelta garantirebbe più chiarezza e rende rebbe omaggio alla nostra bella lingua italiana. Detto questo, un alibi lo abbiamo pure noi, vituperati cronisti: chi sta in alto non ci dà il buon esempio. Basti considerare che il nostro ministero del Lavoro e delle Politiche sociali è chiamato abitualmente dallo stesso ministro « ministero del Welfare » ( e il suo sito internet istituzionale è infatti www. welfare. gov. it): parola che sta per « benessere » , « prosperità » ( ottimista...). Qualcuno pensa che in Gran Bretagna, per riconoscenza, chiamerebbero mai il loro dicastero corrispondente usando una parola italiana? Figurarsi. Tanto più che i britannici per primi non usano per quel ministro il termine « Welfare » : si chiama « Secretary of State for Work and Pensions » . A proposito, il nostro collega comasco? Giura di essersi salvato leggendo un libro che il suo quotidiano ha pubblicato a puntate. S'intitola « Parla ' me ta mànget » . Traduzione: « Parla come mangi » . |
Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-03-28 num: - pag: 16 categoria: BREVI Bari, il primato dei ragazzi «difficili»: ci ricordano che lo sport è popolare Forse pochi ci hanno fatto caso. Però lo scorso 25 marzo i ragazzi dell'Istituto di rieducazione « Fornelli » di Bari sono stati i primi a inaugurare « Vivicittà » , la manifestazione podistica dell'Uisp. Hanno gareggiato nel cortile della struttura, nell'ambito della « Primavera dello Sport e della Solidarietà » . Un assaggio della maratona che a Bari si correrà il 2 aprile, a più di 23 anni dalla prima edizione. Gli organizzatori hanno scritto che « di questo i ragazzi del " Fornelli" hanno bisogno: di riscoprire i valori di amicizia e lealtà, attraverso l'incontro quotidiano con testimoni credibili. Crediamo che fare sport non voglia dire solo vincere e primeggiare; significa anche, e spesso, rallentare la propria corsa per adattarsi al ritmo di chi non ce la fa, chinarsi per soccorrere chi è caduto. In questa società, spietata e competitiva, servono iniziative che richiamino tutti al dovere d'essere vicini al nostro prossimo, che inducano all'impegno gratuito e solidale a favore degli altri » . Io penso che di fronte al cattivo esempio che si dà spesso negli stadi, dove il calcio è divenuto sinonimo di business o di violenza tra i tifosi l'attività sportiva, tra i ragazzi del « Fornelli » e nei quartieri, sia un vero antidoto contro il male di vivere che colpisce sempre di più la nostra società. Donato Strippoli Bari IL PUNTO di Marco Brando Gentile signor Strippoli, in effetti la manifestazione podistica di cui parla, sostenuta a Bari dall'Unione italiana sport per tutti ( Uisp) e dal suo presidente Elio Di Summa, si presta a farci ragionare. Non solo sulla distanza che c'è tra lo sport popolare e quello ultramilionario dei « Gran Premi » e degli stadi di serie A, dove spesso il business detta le regole e dove la violenza tra ultras fa spettacolo. Può indurre a riflettere pure sulla distanza che c'è tra il concetto di solidarietà e partecipazione che quel tipo di attività sportiva evidenzia e certi stili « agonistici » che caratterizzano la campagna elettorale in corso: tra esibizionismo, beghe, insulti, piazzate e « televisionate » . Il termine « popolare » , ad esempio, andrebbe rispolverato. E non bisogna temere l'accusa di vetero marxismo, non improbabile visti i tempi. Basti ricordare che « popolare » è stato il primo nome del partito fondato da Don Luigi Sturzo dopo la I Guerra mondiale e da cui è nata la Dc. Che « popolare » è stato il fronte della sinistra nel Dopoguerra. Che « popolari » si chiamano ancora i posti più sacrificati negli stadi; così come si parla sempre di « case popolari » . Che « in nome del popolo italiano » è nata la nostra Costituzione, così come vengono emesse le sentenze dei tribunali. Che « gl i italiani » cui fanno appello tutti gli schieramenti politici convinti di detenerne a priori la rappresentanza maggioritaria sono quel « popolo » . Certo, in nome dei popoli sono stati ( e sono) commessi pure tanti errori, cause di molte tragedie; ma erano ( e sono) errori prodotti da visioni distorte della rappresentanza, sia nei regimi fascisti che in quelli comunisti. Invece il popolo esiste ancora e sebbene le democrazie non siano perfette dalle nostre parti è ancora lui che, alla fine, decide. E proprio lo sport, dai tempi delle Olimpiadi, è stato la sublimazione dei conflitti nel popolo e tra popoli, la scelta della via pacifica al confronto: per crescere con uno spirito di squadra, grande o piccola che sia. Oggi, purtroppo, il popolo rischia di essere secondario, degradato a oggetto asettico e virtuale di sondaggi pre elettorali, indagini di mercato, auditel. Così facciamo fatica a sentirci parte di una comunità vitale e matura. Ci manca, tra l'altro, lo sport inteso ancora come occasione di solidarietà e d'incontro. Così spetta proprio a quei ragazzi del « Fornelli » , impegnati in un momento difficile della loro vita, ricordarci chi siamo e come potremmo essere. 
orriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: PRIMO PIANO - data: 2006-03-28 num: - pag: 4categoria: REDAZIONALE IN TRIBUNALE Oggi inizia il processo per il libro « Il governatore » di Marco Brando BARI — Ci sono processi che, se dovessero finire con una sentenza di colpevolezza, potrebbero provocare effetti quasi fantapolitici: ad esempio, potrebbero « condannare » alla non pubblicazione ogni editoriale, ogni libro, ogni articolo, ogni vignetta satirica giudicata « offensiva » dal politico di turno; a prescindere dalla sua collocazione politica. Forse potrebbe anche determinare la non pubblicazione di un articolo come questo. Ovvio, la speranza, con il buon senso, sono gli ultimi a morire. Però oggi inizierà a Lecce un processo a carico del giornalista salentino Lino De Matteis.L'accusa: diffamazione a mezzo stampa anzi, a mezzo libro dell'ex governatore della Puglia Raffaele Fitto, il querelante.Il libro s'intitolata Il Governatore , scritto appunto da De Matteis ( e da lui autopubblicato nel 2004, per indisponibilità di editori) qualche mese prima delle elezioni regionali del 2005, quelle che portarono in sella Nichi Vendola. « È un processo per lesa maestà, un processo politico, visto che Fitto mi accusa anche di avergli fatto perdere le elezioni regionali e, per ora, mi chiede 100000 euro di provvisionale » , dice il giornalista. In effetti pare, in base a capi di imputazione giudicati già fondati da un pm e da un gup, che possa essere considerato reato penale: scrivere ( o dire) che un politico « sta occupando le istituzioni e mettendo a rischio la democrazia » , che è « insensibile » , citare la « favola del povero orfanello » , dire che «controlla l'ambiente » , che sembra « un grande fratello » , che ha un «conflitto d'interessi parentale » , che ha « svenduto » beni della Regione. Questo sono le frasi incriminate.De Matteis ha ricevuto la solidarietà del sindacato dei giorna listi, la Fnsi, di tanti cittadini, politici, colleghi e associazioni.Intanto però oggi il processo inizierà. « Io sono assolutamente sereno » , afferma il cronista, per giunta sono certo del fatto che quelle frasi trovano riscontro nella realtà dei fatti. « Ma aggiunge devo constatare che mi ritrovo rinviato a giudizio. Anche se, in trent'anni di giornalismo impegnato, non solo non ho mai ricevuto una denuncia ma neanche una semplice lettera di smentita. Perché è mio costume professionale lavorare con grande scrupolo e documentandomi sempre » . Poi: « Mi sembra veramente inverosimile finire in tribunale per espressioni simili » .Cosa si aspetta De Matteis, stupore a parte? « Ho grande fiducia nei giudici e sono certo che sapranno riconoscere, insieme alla mia professionalità e serietà, il pieno esercizio della libertà di stampa e di critica, oltre al diritto dei cittadini di essere informati senza censure». . Ma sarà vero che quel libro ha contribuito a far perdere le elezioni a Fitto? « Mi accusa di averlo danneggiato. Ma io il libro ho cominciato a concepirlo nel 2000, quando è stato eletto. Ho scritto su di lui, non contro di lui. E il testo era pronto già nell'aprile del 2003, a metà legislatura ». Perché non è stato pubblicato prima? « Per la difficoltà nel trovare un editore.Quando l'ho dato alle stampe, nel settembre 2004, ancora non i conoscevano i candidati alle regionali dell'anno dopo » . E se avesse aspettato il dopo elezioni per distribuirlo? « Avrei rischiato di andare contro un mio legittimo interesse editoriale se non fosse stato eletto, come poi è avvenuto » . Morale? « Fitto ha dimostrato di essere prevenuto già con la vicenda della querela preventiva, annunciata ufficialmente con una lettera ai giornali il 12 novembre 2004, prima ancora di aver avuto modo di leggere il libro, in distribuzione proprio in quei giorni; salvo poi a presentarla il 24 marzo 2005, poco dopo la chiusura della campagna elettorale » .Vedremo. La parola alla corte. In attesa della sentenza, il libro si può leggere pure sul sito www. linodematteis. it.
Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-03-24 num: - pag: 16 categoria: BREVI Magistrati in politica: l’equilibrio che bisogna garantire La candidatura dell’ex magistrato D’Ambrosio nelle liste diessina ha generato un sacco di polemiche. Perché tanto scandalo solo per lui? Sia chiaro: non penso che sia bellissimo, anche se legittimo, lasciare le aule di giustizia, che dovrebbero essere il tempio dell’imparzialità, per entrare nei ring della politica. Però è arduo perdere tempo a ribadire il concetto. Anche perché da anni Camera, Senato e Parlamento europeo sono popolati da ex giudici ed ex pm: nel Dopoguerra mi sa che iniziò Scalfaro. Poi man mano - da destra e sinistra - sono giunti, ad ingrossare le file dei giudici/parlamentari, i vari Violante, Ayala, Parenti, Mancuso, Paciotti, Cirami, eccetera. Senza dimenticare Antonio Di Pietro. Devo dire che anche i pugliesi non sono messi male: mi riferisco a Michele Emiliano, Alfredo Mantovano, Carlo Madaro, Alberto Maritati. Cito a memoria, ma forse sono di più. Voglio solo ricordare che un cittadino come me non capisce più dove sta la separatezza dei ruoli; e resta il sospetto che una poltrona non sia offerta dai partiti in modo disinteressato. Ma so che mi devo illudere: lo sconsigliano i tempi che viviamo. Di certo, non mi consola il fatto che il fenomeno riguardi fraternamente entrambi gli schieramenti. Luca Bellomo Bari IL PUNTO di Marco Brando Gentile signor Bellomo, chiaro che in un ipotetico Paese, tanto democratico quanto immaginario, sarebbe meglio i rappresentanti dei cittadini fossero persone a prova di sospetto: che non hanno avuto modo,prima, d’esercitare poteri talmente «forti» da far supporre possano aver acquisito consensi o fornito servigi, sfruttando la loro posizione. D’altra parte pensi che un certo Platone già secoli fa non cessò di meditare su come sarebbe stato possibile migliorare la vita politica. La conclusione? «Io vidi che il genere umano non sarebbe mai stato liberato dal male se prima non fossero giunti al potere i veri filosofi, o i reggitori di stato non fossero per divina sorte divenuti veramente filosofi» (Lett. VII, 325 c). E stiamo ancora rimuginando. Invece, nel mondo reale, ha avuto ragione il vicepresidente del Csm Virginio Rognoni quando ha chiesto che i magistrati (oggi in Parlamento sono 25) eletti non tornino in magistratura. In questo caso D’Ambrosio - il quale è in pensione dal 2002 e, quando era magistrato, ha rifiutato di candidarsi - non dovrebbe sollevare obiezioni. Semmai le suscitano coloro che dalla pensione sono lontani. Rognoni infatti ha chiarito che «un magistrato ha gli stessi diritti di ogni cittadino, però c’è un problema di opportunità». Detto questo, è pur vero che la «seconda Repubblica» è stata contraddistinta da molti conflitti d’interesse: a parte l’attuale premier/imprenditore/imputato, c’è anche un prefetto che s’è candidato, senza soluzione di continuità (o quasi) come sindaco della stessa città (il salentino Ferrante a Milano, per l’Unione). E ci sono avvocati del suddetto premier con un bel posto in parlamento (a proposito, gli avvocati parlamentari sono oggi oltre 150). E poi ci sono tra i candidati alle prossime elezioni molti condannati con sentenza definitiva, circostanza che - a occhio - dovrebbe preoccupare più della candidatura di toghe più o meno colorate. Morale: discriminare certe categorie per principio, sarebbe sbagliato. Occorre invece indurre i partiti a garantire un equilibrio nel ventaglio delle scelte offerte agli elettori. Così da sostenere quel sistema di pesi e contrappesi che è il sale della democrazia. Ammesso che l’attuale legge elettorale possa agevolare questo ideale compito.
| Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Terza Pagina - data: 2006-03-25 num: - pag: 37 categoria: REDAZIONALE |
DIBATTITOUn saggio riapre le polemiche sulle responsabilità per le stragi nei Balcani
|
Oliva: militari stupratori e crudeli. Simoncelli: fu solo guerra tra bande |
|
di Dario Fertilio
|
|
Per non essere più invisibili ( da http://www.riforma.it/, IL SETTIMANALE DELLE CHIESE EVANGELICHE BATTISTE, METODISTE E VALDESI) |
![]() |
Sono 170.000 i permessi di soggiorno previsti dal decreto ministeriale che regola i flussi d’ingresso dei lavoratori extracomunitari per l’anno 2006. Circa 1 milione e mezzo i kit (buste contenenti i moduli necessari per la domanda di regolarizzazione) distribuiti in tutta Italia. 6244 gli uffici postali che, collegati mediante un sistema di rilevazione elettronico centralizzato, hanno accolto le domande certificando data e ora di accettazione in modo univoco su tutto il territorio nazionale. Sì, perché, oltre alla corretta compilazione della documentazione, le quote saranno assegnate in base all’ordine di presentazione. Per la serie «chi tardi arriva male alloggia». |
|
| Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-03-16 num: - pag: 16 categoria: BREVI |
Quegli immigrati in coda alle Postetra burocrazia e calcoli sbagliati |
|
|
|
Ho visto anche a Bari molti stranieri in coda davanti agli uffici postali, a causa del sistema con cui si vorrebbero regolarizzare i lavoratori giunti in qualche modo dai paesi poveri. Erano assai meno rispetto a molte città del Centro Nord, ma comunque c'erano. Mi chiedo: se si sottopongono a una coda per « vincere » , come al Superenalòotto, una delle mitiche 170000 regolarizzazioni, vuol dire che lavorano già; altrimenti non potrebbero presentare la domanda. A quanto pare, si sono fatti avanti in mezzo milione, lungo tutta la Penisola. Insomma, saranno tagliate fuori dal provvedimento alcune centinaia di migliaia di persone. Tutta gente che, malgrado la buona volontà, dovrà tornare a lavorare in nero, al servizio di noi taliani. Facciamo un po' di conti? Posto che guadagnino, in nero, 800 euro al mese ( poco più di diecimila all'anno), e moltiplicando 400mila esclusi per diecimila, ne esce la cifra di quattro miliardi di euro: una montagna di soldi su cui nessuno paga i contributi previdenziali e che, ovviamente, sfuggono al fisco. Risultato: una massa enorme di persone resta in balìa dei profittatori di turno; e parecchi decine di milioni di euro in tasse non entrano nelle casse dello Stato. Complimenti ! Benedetto Bruno Bari
Gentile signor Bruno, in effetti le file mostruose, createsi soprattutto nel Nord e nel Centro Italia, in Puglia, e nel Sud, sono state meno evidenti. Sia chiaro che non s'è trattato di una sanatoria, ma di una procedura d'ingresso per lavoratori che, al momento di presentazione della domanda, devono trovarsi all'estero o soggiornare legalmente ad altro titolo in Italia. Detto questo, secondo l'ultimo rapporto della Caritas sull'immigrazione, ci sono in Italia 2,8 milioni d'immigrati: è il numero dei soggiornanti stranieri regolari. Rispetto alla popolazione italiana sono il 4,8 %; nell'Ue veniamo dopo Germania ( 7,3 milioni di immigrati) e Francia ( 3,5 milioni), e siamo alla pari con Spagna e Gran Bretagna. È la provincia di Roma a detenere il record di presenze ( 340000). Segue Milano con 300000; con 100000 Torino e Brescia; con 50 70000 Padova, Treviso, Verona, Bergamo, Modena, Firen ze, Napoli. L'immigrazione è più concentrata nel Nord ( 59 %), è media nel Centro ( 27 %) e si riduce nel Sud ( 14 %). Per quanto riguarda i flussi irregolari, riguardano quasi esclusivamente le coste siciliane, non più quelle calabresi e pugliesi. I clandestini sarebbero mezzo milione, giunti soprattutto da Egitto, Corno d'Africa, Sudan, Sierra Leone, Burkina Faso, Nigeria. « Nella nostra epoca – recita il rapporto Caritas le migrazioni sono andate aumentando in maniera considerevole perché sono una tra le più significative espressioni del mondo globalizzato. Per l'Italia gli immigrati sono una risorsa soprattutto dal punto di vista demografico e occupazionale. Si tratta, perciò, di una opportunità piuttosto che di una minaccia al nostro benessere, alla nostra cultura, alle nostre istituzioni e al nostro senso religioso » . Per Caritas « la questione di fondo consiste nel considerare l'immigrato come un nuovo cittadino, parte essenziale dell'Italia di oggi e soprattutto di quella di domani » . |
Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: 1 PAGINA - data: 2006-03-15 num: - pag: 1 categoria: REDAZIONALE ELEZIONI 1946 PUGLIA, SESSANT'ANNI FA ESERCIZI DI DEMOCRAZIA di MARCO BRANDO Era il 1946, in Puglia. Altri tempi, altre elezioni, sessant'anni fa. Le prime davvero democratiche. Le prime multipartitiche, dopo 20 anni di fascismo e altri tre di guerra e dopoguerra; con la possibilità di scegliere un sindaco, cancellato dal regime a favore dei podestà. Le prime in cui le donne ebbero la possibilità di votare. Così successe quello che in epoche appena precedenti sarebbe parso inconcepibile. Ad Andria, ad esempio, diventò consigliere comunale «la serva » ( come si diceva allora) delle due sorelle Porro ( di fede democristiana) sopravvissute alla rivolta contadina di Andria del 7 marzo, in cui altre due Luisa e Carolina erano state uccise. Una donna, comunista, d'umile estrazione. Quella consigliera eletta il 27 ottobre 1946 nelle liste andriesi del Pci è proprio il simbolo di un'epoca. Le due sorelle Porro superstiti erano stata sottrattate alla folla inferocita proprio da Giuseppe Di Vittorio, il padre della Cgil, cerignolano. Era adAndria per un comizio sfociato, dopo alcuni spari, nell'ira funesta dei braccianti affamati. Una tragedia, rievocata di recente da Federico Pirro nel libro La fame violenta ( Palomar). Eppure da quella e da altre tragedie rinacquero nella democrazia la Puglia e l'Italia. Con quelle donne e quegli uomini. Di loro racconta un altro libro delle « Edizioni dal Sud » La Puglia libera. Cln, partiti e prime elezioni tra reazione e democrazia ( 1943 1946) scritto da Vito Antonio Leuzzi, direttore dell'Istituto pugliese per la storia dell'antifascimo e dell'Italia contemporanea. Il volume è stato presentato ieri dall'autore e dal presidente del Consiglio regionale Pietro Pepe. Lo scopo? « Far conoscere e valorizzare la fase costitutiva della storia politico istituzionale regionale » . Ricostruire « una memoria collettiva relativa alla formazione di una coscienza e di una nuova identità democratica e repubblicana nella regione » . Come? Offrendo « un quadro ilpiù possibile esauriente delle prime elezioni libere: le amministrative della primavera e dell'autunno del 1946, quelle per la Costituente e il referendum del 2 giugno 1946 » . Non solo. Vi si racconta anche della ripresa della vita sindacale, della ricostituzione della Camere del Lavoro,della nascista della nuova Cgil. Tuttavia proprio le elezioni amministrative rappresentano oggi, in questi nostri tempi di vigilia elettorale, una testimonianza particolare. Il voto per il rinnovo dei consigli comunali fu, in parte dell'Italia, davvero un'anticipazione straordinaria del regime democratico: il governo De Gasperiaveva decisio infatti di chiamare gli italiani alle urne in due momenti diversi. La prima fase iniziò tra il 10 marzo e il 7 aprile e coinvolse in Puglia il 40 per cento dei comuni, tra i quali un solo capoluogo, Brindisi. L'altra tornata elettorale si svolse tra 6 ottobre e 24 novembre 1946. Ebbene, le votazioni di marzo e aprile anticiparono sia il voto per il referendum dedicato alla scelta tra Monarchia e Repubblica e quello per l'Assemblea costituente ( si svolsero in maggio e giugno). Le donne ebbero la possibilità di votare per la prima volta, in base a un decreto del febbraio 1945. Grazie a un altro decreto del 10 marzo 1946, le italiane avevano poi conquistato anche il diritto d'essere elette. Fino ad allora la vita amministrativa era stata condizionata, dopo il 28 luglio 1943, dalle scelte conservatrici di Badoglio. Questi aveva dato indicazioni precise ai prefetti: per sostituire gli amministratori locali scegliete « persone di sicura fede monarchica » . Tanto che l'azionista Michele Cifarelli, segretario del Cln di Bari, descrisse così la vita politica pugliese: « Nel Mezzogiorno sono rimaste in piedi quasi tutte le situazioni amministrative, politiche, economiche, sociali... Permane il peso dell'intatta legislazione del Ventennio » . Ed ecco il 1946. A Brindisi i socialisti diventarono il primo partito; sindaco Francecso Lazzaro, del Psi. Ad Andria il Pci ottenne il 51,8 %. Altrove ebbe la meglio la Dc con i suoi alleati. C'era ancora molta strada da percorrere. M aintanto tra rivolte popolari e intransigenze padronali, tra barricate e incursioni militari la democrazia pugliese riuscì a prendere quota.
Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-03-15 num: - pag: 11 categoria: BREVI I partiti politici dimenticano « i vecchi » Ma un'élite di anziani detiene il potere Caro Brando, assisto dalla Puglia alla campagna elettorale. E mi chiedo: come mai i partiti italiani, e quelli europei, non dedicano abbastanza attenzione ai vecchi, a un pezzo di società in rapida crescita? Come ricorda Régis Debray ( nel libro « Fare a meno dei vecchi. Una proposta indecente », Marsilio), « tutti i partiti hanno una commissione Cultura, Educazione, Gioventù. Nessuna commissione Noia, Solitudine, Vecchiaia. Il legislatore e le nostre più alte autorità non cessano di lottare contro tutte le forme di discriminazione, che vengono dal razzismo, dall'intolleranza religiosa, dal sessismo e dall'omofobia; e nessuno ha ancora pensato d'aggiungere " e dall'età" » . Lo scrittore francese pensa che « quando i vecchi si sveglieranno, l'Europa tremerà » . Personalmente credo che sia ormai necessario essere tutti più consapevoli che non si può continuare a ragionare come se le aspettative di vita in buona salute che ciascuno di noi ha oggi siano quelle di venti anni fa. L'Istat ha elaborato scenari che arrivano a pensare che si possa, in breve tempo, arrivare a vivere mediamente più di novant'anni; e in buona salute fino a settant'anni. Una vita così lunga va utilizzata diversamente rispetto al passato. Franco Botta Bari ----------- IL PUNTO di Marco Brando Gentile professor Botta, è vero. Di quelle commissioni non v'è traccia nei partiti. Eppure la questione esiste. Lei precisa: « Come ho cercato di argomentare in un saggio pubblicato l'anno scorso, forse dobbiamo immaginare che per tutti a una prima vita lavorativa ne segua una seconda; e così via. Non dovrebbero i partiti fare delle proposte più radicali, rispetto a quelle che si sentono in giro? Non dovrebbero i vecchi pretendere più attenzione per i loro problemi? » . Certo. Però non succede. Non solo. Nel sistema italiano pare esserci qualcosa di ancor più anomalo rispetto ad altri. Un'anomalia? La testimonia uno studio della Glocus, associazione presieduta da Francesco Rutelli e Linda Lanzillotta, nata nell'area di centro sinistra per « promuovere l'innovazione in ambito economico, istituzionale e sociale » . Ebbene, la ricerca ( dicembre 2005) segnala che la classe dirigente italiana è dominata dalla fascia « over 60 » : ha conquistato la maggioranza assoluta con il 54 per cento. Gli « under 40 » quasi scompaiono. Le donne restano ferme al 12%. Per altro, la « classe dirigente » di cui si parla nella ricerca è definita come « l'insieme delle persone in possesso di caratteristiche di natura personale e culturale che le rendono idonee... ad occupare posizioni di comando nei campi dell'economia, della politica, della cultura e in generale della società » . Quindi, « stranamente » , certi anziani sono, in Italia, al timone del potere. E non c'è da meravigliarsi se abbiamo i leader delle due coalizioni che si confrontano di nuovo: dopo un decennio. Un'altra anomalia? Sempre in Italia la pubblicità sta coccolando una vasta categoria di anziani: stanno bene e vogliono spendere. Negli spot compare un numero di « over 60 » inimmaginabile solo un decennio fa, quando giovani e giovanilismo erano il target. Questi ultrasessantenni consumano. Quindi contano. E allora? Beh, lei ha ragione ugualmente. Perché c'è un élite di anziani salda al potere; ce n'è un'altra, più vasta, tanto benestante da far gola al marketing. Però in mezzo ci sono « i vecchi » : una maggioranza che non può aspirare al potere. Che non fa gola ai tour operator. Né ai partiti. È più trandy varare « Commissioni giovani » ; per gli anziani, se va bene, « bastano » i servizi sociali o i sindacati dei pensionati. L'importante è che votino. Senza disturbare. Almeno, per ora.
| Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-03-14 num: - pag: 11categoria: BREVI |
Il Male è « in voga » pure tra gli italianiMa si fa prima a dire « extracomunitario » |
|
|
|
Apprezzo l'accuratezza dei vostri resoconti giornalistici. Proprio alla luce di questo apprezzamento, vorrei segnalare a voi come ad altri organi d'informazione che talvolta si rischia di generalizzare. Ad esempio, ho letto la recente la cronaca dell'assalto ad una villa di Andria da parte di un gruppo di delinquenti: nell'articolo si fa continuo riferimento a « una banda di marocchini » . Vorrei quindi chiedervi: gli accertamenti di polizia hanno consentito di stabilire che si trattava di cittadini di nazionalità marocchina? O piuttosto ci si voleva forse riferire, più genericamente, a nordafricani? E questo solo in virtù di un « italiano parlato malissimo » ? Poteva trattarsi, allora, di individui di origine balcanica; o in arrivo da qualche stato sudamericano. O di italiani poco o per nulla scolarizzati? Le parole sono importanti, lo dice anche Nanni Moretti; lo sono ancora di più oggi: non passa giorno senza che venga fuori qualche solone ad insegnarci che la colpa di tutti i nostri guai è di qualcuno con un colore della pelle diverso, che non condivide, come si suol dire, « le nostre radici » e che « vuol fare da padrone a casa nostra » . Renzo Cipriani Bari
IL PUNTO
Gentile signor Cipriani, può stare tranquillo: l'attribuzione ad un gruppo di deliquenti marocchini dell'impresa di Andria è stata sottolineata nel corso della conferenza stampa ufficiale. Sarebbe una banda di clandestini; a quanto pare, sono già stati individuati. Quindi anche nell'articolo pubblicato dal nostro giornale è stata riferita, com'era nostro dovere, tale circostanza. Detto questo, raccogliamo il suo invito: gli organi d'informazione ( tutti) dovrebbero sempre sfuggire alle semplificazioni che possono indurre a definire « probabilmente extracomunitari » tutti i malviventi ignoti che fanno danni in giro per l'Italia. D'altra parte, negli ultimi anni, casi come quello di Novi Ligure ( Erika e Omar) e quello di Lecco ( il benzi naio assassinato da due rapinatori) dimostrano come sia facile attribuire ai soliti « extracomunitari » le peggiori nefandezze. Per poi scoprire che il Male è assai in voga anche tra i nostri connazionali. Circostanze che inducono a ri flettere sulla questione dei cosiddetti « stranieri extracomunitari » e alla facile equazione immigrato = criminale. D'altra parte chi non ha notato che oggi ormai la parola « straniero » è stata sostituita dal neologismo « extracomunita rio » ? E le parole, come lei ci ha fatto notare, sono pietre. « Straniero » trae origine dall'antico francese « estrangier » , derivante a sua volta dal latino « extraneu( m) » , cioè « estraneo » . I greci, invece, usavano, per definire lo « stranie ro » , l'espressione « bàrbaros » : significava in origine « balbuziente, che parla in modo incomprensibile » , divenne poi sinonimo di «forestiero » . I latini trasformarono quella parola in « barbaru( m) » , in italiano diventò « barbaro » . Ben presto identificò i popoli nomadi che vivevano al di là dei confini dell'Impero romano. Così « barbaro » oggi significa « incivile, selvaggio, primitivo, crudele, feroce » . Eppure il patrimonio genetico e culturale europeo è ricco anche dell'eredità di quei popoli. E la parola « extracomunitario » ? È chiaro: identifica, in senso velatamente dispregiativo, gli stranieri provenienti da paesi poveri. Quando mai, infatti, si sentono definire « extracomunitari » uno statunitense o uno svizzero? Mai. Nonostante che sulla carta lo siano quanto un cinese o un albanese. Cosicché la comunità cui questi ultimi sono « extranei » non è la Cee ( oggi Ue), da cui trae origine il termine, ma la più estesa « comunità » dei paesi benestanti. Semplice. Basta esserne consapevoli. |
| Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: 1 PAGINA - data: 2006-03-14 num: - pag: 1- categoria: REDAZIONALE |
Dalla nave di Ostuni alla pattumiera jonicaAMBIENTE: IL FATO NON C'ENTRA |
![]() |
|
di MARCO BRANDO Ci mancavano i liquami fuorilegge di Taranto. Siamo così nei guai, in Puglia, sul fronte dell'emergenza ambientale che viene quasi da rivangare, mestamente, l'eredità lasciataci dai nostri avi latini e greci: al Fato, al destino imperscrutabile non ci si può opporre. Ha sbattacchiato sulla scogliere di Costa Merlata, nel Brindisino, la « Hanife Ana » , mercantile turco incagliato da un mese? Pazienza. |
Caro Brando, io sono da molto tempo un assiduo lettore del « Corriere della Sera » ; e quindi leggo volentieri anche il nostro « Corriere del Mezzogiorno » pugliese. Tuttavia l'altro giorno, domenica 5 marzo, ho letto con molta preoccupazione il suo lungo articolo dal titolo « I prigionieri dimenticati delle Tremiti » . Si è reso conto del fatto che pubblicando in questo momento di crisi violenta con il mondo islamico un articolo del genere, sta contribuendo a mettere in serio pericolo i nostri numerosi connazionali che tuttora vivono in Libia? Come ha potuto pubblicare quell'articolo dopo che sono state rivolte violente minacce all'Italia e agli italiani residenti in Libia da parte del colonnello Gheddafi? È mai possibile che, in nome della libertà di stampa, si debbono mettere in serio pericolo intere comunità, com'è accaduto nel caso della pubblicazione delle vignette danesi? Una pubblicazione che ha provocato centinaia di morti in tutto il mondo? Il suo è stato un atto irresponsabile. Grazie per la sua ospitalità. Distinti saluti. Giovanni Ricucci Manfredonia
Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-03-10 num: - pag: 11 categoria: BREVI
I libici internati alle Tremiti
Perché è meglio ricordarsi di loro

IL PUNTO |
|
di Marco Brando Gentile signor Ricucci, le critiche sono sempre benvenute. Però, le confesso, mi sarei aspettato d'essere accusato di aver leso il buon nome degli italiani, « brava gente » anche durante le guerre d'occupazione e di colonizzazione. Un luogo comune che, come s'accennava anche nell'articolo, è duro a morire. È l'eredità della retorica politica che ha contraddistinto l'Italia dalla fine dell'Ottocento in poi e, ancor più, durante il Ventennio fascista. Retorica che ha imperversato, assieme a un'epidemia di smemoratezza, anche nell'Italia repubblicana. Invece lei equipara l'articolo alle vignette satiriche danesi. È il caso di chiarire che con quel servizio senza voler giustificare le sfuriate di Gheddafi né, tanto meno, le minacce di Bin Laden s'è cercato di ricordare un episodio semisconosciuto della storia italiana e pugliese: la deportazione di migliaia di libici in Italia; più di 1300 finirono alla Tremiti e un terzo di loro morì di malattie e di stenti nel giro di un anno. È un episodio di cui i libici sono ben consapevoli, tanto è vero che, alla luce del sole, studiosi di quel Paese hanno partecipato al convegno svoltosi alle Tremiti nel 2000; non a caso il sindaco dell'arcipela go, che ospita un sacrario dedicato alle vittime, s'è offerto come mediatore tra Italia e Libia. Dunque raccontare meglio quel che successe non è un ulteriore provocazione; semmai è un contributo alla pacificazione. D'al tra parte, pensi che il 7 marzo scorso, a Roma, è stato presentato il volume di Salvatore Bono « Tripoli bel suol d'amore. Testimonianze sulla guerra italo libica » , edito dall'Isiao ( istituto legato al ministero degli Esteri) e dal Libyan Studies Centre: proprio gli stessi che promossero il convegno alle Tremiti. E su quasi tutti i giornali, « Corriere della Sera » incluso, s'è scritto che durante l'occupazione italiana morirono centomila libici. Non solo. In un libro appena uscito, « Italiani, brava gente? » ( Neri Pozza Editore), Angelo Del Boca, il migliore conoscitore della storia coloniale italiana, ha smontato come ha scritto Sergio Romano « le troppe leggende gloriose che hanno nascosto per parecchie generazioni alcuni brutti capitoli di storia nazionale » . Romano precisa, giustamente, che altri paesi colonialisti si comportarono così male o peggio. Però, appunto, siamo stati come gli altri. Né più né meno. Meglio per tutti parlarne; e scriverne. |
Luigi Zangheri - Brunella Lorenzi Nausikaa Mandana Rahmati IL GIARDINO ISLAMICO Olschki Editore 2006 Premessa LUIGI ZANGHERI IL GIARDINO ISLAMICO SOMMARIO ~ CONTENTS Giardini e paesaggio, vol. 15 2006, cm 17 ¥ 24, VI-484 pp. con 246 figg. n.t. e 83 tavv. f.t. a colori.
Rilegato (Hardcover). ã 45,00 [ISBN 88 222 5521 6] APPENDICE DI SCRITTI 1. Il giardino islamico nelle sue denominazioni 2. L’acqua nel giardino islamico 3. Fiori e frutti 4. Il cipresso di Abarqu 5. Giardini e passeggiate pubbliche 6. Paradisi celesti e cimiteri terrestri 7. I giardini del Gran Serraglio 8. Le feste nei giardini islamici BABUR, I fiori e i frutti dell’India, 1530
PIETRO DELLA VALLE, Le ghiacciaie in Persia, 1672
MICHELANGELO TILLI, Una descrizione del Topkapi Sarayi, 1684
JACQUES VILLOTTE, Disgression sur le Paradis terrestre, 1730
JEAN CHARDIN, Des fruits et des fleurs de la Perse, 1735
JEAN CHARDIN, Description des Fauxbourgs d’Ispahan, 1735
M. SAVARY, Le feste del Nilo nella città del Cairo, 1787
FRANÇOIS CHARLES HUGUES LAURENT POUQUEVILLE, Description of the sultan’s gardens, 1813
JAMES ATKINSON, A visit to Bâber’s tomb, 1842
XAVIER RAYMOND, L’irrigation de l’Afghanistan, 1848
LOUIS ROUSSELET, Una festa al Taj Mahal, 1877 BRUNELLA LORENZI PARCHI E VERZIERI NELLA SICILIA ISLAMICA E NORMANNA I parchi suburbani • I parchi urbani • L’Aula Verde e i giardini ‘figurati’ NAUSIKAA MANDANA RAHMATI FORTUNA DEL GIARDINO PERSIANO Introduzione Afganistan • Egitto • India • Iran • Iraq • Israel • Marocco • Spagna • Turchia • Uzbekistan
Abaco alfabetico dei giardini • Glossario delle dinastie FONTI BIBLIOGRAFICHE • BIBLIOGRAFIA DAL XX SECOLO
INDICE DEI LUOGHI Il volume costituisce la prima monografia sul giardino islamico di un autore italiano. Un tema affascinante quanto difficile risolto sia attraverso la documentazione ottenuta con visite mirate nei più lontani paesi, che con la rilettura dei resoconti dovuti ai viaggiatori del passato, e illustranti le suggestioni e l’originalità di giardini che non avevano pari in Occidente. Giardini appartenenti a un universo vastissimo che andava dalla Spagna all’India, passando per l’Africa del Nord, la Siria, l’Uzbekistan, e il Pakistan, e che trovavano una matrice comune nelle forme del persiano cahârbâgh, il giardino quadripartito
attraversato da canali e recinto LUIGI ZANGHERI - BRUNELLA LORENZI NAUSIKAA MANDANA RAHMATI IL GIARDINO ISLAMICO The first monograph on the Islamic garden by an Italian author. This is a fascinating topic, yet also a very difficult one, which the author approaches by the use of documentary sources obtained during his visits to faraway countries, as well as the re-reading of descriptions given by travellers of the past when they discovered gardens that had no equals in the West – gardens in a vast world which stretched from Spain to India via Northern Africa, Syria, Uzbekistan and Pakistan, and which have their common root in the Persian Caharbagh, the walled quadripartite garden traversed by canals suggestive da mura che evocava il paradiso mussulmano. Solo nella Turchia ottomana si lasciò spazio a soluzioni più paesaggistiche che anticiparono quelle del giardino all’inglese. A questi giardini dobbiamo la diffusione in Europa di numerose specie vegetali che vanno dal limone all’arancio, dal tulipano al gelsomino. Accompagnano il testo iniziale un’antologia di antichi documenti con le pagine sui giardini della Sicilia islamica dovute a Brunella Lorenzi, e quelle sulla diffusione e fortuna del giardino persiano redatte da Nausikaa Mandana Rahmati con un abaco alfabetico dei giardini islamici e un glossario delle dinastie che regnarono nei paesi mussulmani. of the Muslin paradise. It was only in Ottoman Turkey that space was allotted to more landscaped forms, which anticipate the English garden. It is through these gardens that numerous plant species were introduced in Europe, ranging from lemons to oranges, from tulips to jasmin. The volume includes early source texts, Brunella Lorenzi’s essay on the gardens of Muslim Sicily, Nausikaa Mandana Rahmati’s pages on the diffusion and acceptance of the Persian garden, and an alphabetical listing of Islamic gardens, plus a chronology of the dynasties which reigned in various Muslim nations. LUIGI ZANGHERI è
presidente del Comité
international des jardins historiques et paysages culturels ICOMOSIFLA
e docente di Storia del giardino e del paesaggio e di Restauro dei parchi e giardini storici alla Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze. Segretario generale dell’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze. Come architetto si è occupato del progetto di conservazione delle fabbriche e dei manufatti nel parco Demidoff a Pratolino per conto dell’Amministrazione Provinciale di Firenze nel 1985; ha avuto il coordinamento del progetto per l’adeguamento normativo e funzionale del Museo dell’Opera di S. Maria del Fiore a Firenze, committente l’Opera di S. Maria del Fiore nel 1998-99; ha collaborato al progetto di restauro del Chiostro di Santa Chiara a Napoli per conto della Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici di Napoli nel 1999-2004. È autore di più di 180 pubblicazioni di storia dell’architettura, di storia del giardino e del paesaggio, e sul tema del restauro negli edifici monumentali. BRUNELLA LORENZI, laureata in architettura
con una tesi su Santi di Tito, è iscritta al Master in Paesaggistica dell’Università di Firenze. Si occupa della progettazione di giardini. Recentemente, ha realizzato Il prato infinito per la
rassegna I giardini dell’Illusione alla Fortezza da
Basso di Firenze e in gruppo, i seguenti giardini: Babel al XIII Festival International des
Jardins a Chaumont sur-Loire, Rosa, è una
rosa, una rosa... a Villa Le Corti, San Casciano
V.P; Effetto Notte all’interno del SET alla Fortezza
da Basso di Firenze. NAUSIKAA MANDANA RAHMATI, di padre
iraniano e di madre italiana, ha vissuto 10 anni in Iran per poi trasferirsi con la famiglia in Italia, dove si è laureata in Architettura all’Università di Firenze con la tesi «Giardino persiano e giardino islamico. Genesi, archetipo e sua evoluzione». Negli anni 2003-2004 ha effettuato un tirocinio formativo presso la Soprintendenza per i Beni Architettonici ed il Paesaggio e per il Patrimonio Storico Artistico e Demoetnoantropologico per le province di Firenze, Pistoia e Prato. Attualmente esercita la professione di architetto, con lavori di progettazione d’interni e architettura del giardino. GIARDINI E PAESAGGIO ) The aim of this series «Giardini e Paesaggio» is to provide relevant texts dealing with topics of special current interest, such as that of gardens and landscapes, now receiving increasing attention on the part of international organizations and the public at large. The contributions are based on a strictly interdisciplinary and international approach, but ‘local’ and ‘minor’ cases are included if they have broader application. The series aims to be forum for a broad discussion of ideas, research methods and diversified approaches on the subject of gardens and landscape, free of stereotypes and confining ideologies. ordinare TELEFONANDO al numero 055.65.30.684 VIA FAX O LETTERA al numero 055.65.30.214 o a C.P. 66 - 50100 Firenze VIA E-MAIL
| Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2006-03-08 num: - pag: 1 autore: di PAOLO MIELI categoria: REDAZIONALE |
Centrosinistra e centrodestra al voto
|
| di PAOLO MIELI |
A dispetto di quel che da tempo attestano, unanimi, i sondaggi, il risultato delle elezioni che si terranno il 9 e 10 aprile appare ancora quantomai incerto. È questo un buon motivo perché il direttore del Corriere della Sera spieghi ai lettori in modo chiaro e senza giri di parole perché il nostro giornale auspica un esito favorevole ad una delle due parti in competizione: il centrosinistra. Un auspicio, sia detto in modo altrettanto chiaro, che non impegna l'intero corpo di editorialisti e commentatori di questo quotidiano e che farà nel prossimo mese da cornice ad un modo di dare e approfondire le notizie politiche quanto più possibile obiettivo e imparziale, nel solco di una tradizione che compie proprio in questi giorni centotrent'anni di vita. La nostra decisione di dichiarare pubblicamente una propensione di voto (cosa che abbiamo peraltro già fatto e da tempo in occasione delle elezioni politiche) è riconducibile a più di una motivazione. Innanzitutto il giudizio sull'esito deludente, anche se per colpe non tutte imputabili all'esecutivo, del quinquennio berlusconiano: il governo ha dato l'impressione di essersi dedicato più alla soluzione delle proprie controversie interne e di aver badato più alle sorti personali del presidente del Consiglio che non a quelle del Paese. In secondo luogo riterremmo nefasto, per ragioni che abbiamo già espresso più volte, che dalle urne uscisse un risultato di pareggio con il corollario di grandi coalizioni o di soluzioni consimili; e pensiamo altresì che l'alternanza a Palazzo Chigi — già sperimentata nel 1996 e nel 2001 — faccia bene al nostro sistema politico. Per terzo, siamo convinti che la coalizione costruita da Romano Prodi abbia i titoli atti a governare al meglio per i prossimi cinque anni anche per il modo con il quale in questa campagna elettorale Prodi stesso ha affrontato le numerose contraddizioni interne al proprio schieramento. Merito, questo, oltreché di Romano Prodi, di altre quattro o cinque personalità del centrosinistra. Il leader della Margherita Francesco Rutelli, che ha saputo trasformare una formazione di ex dc e gruppi vari di provenienza laica e centrista in un moderno partito liberaldemocratico nel quale la presenza cattolica è tutelata in un contesto di scelte coraggiose nel campo della politica economica e internazionale. Piero Fassino, l'uomo che più si è speso per traghettare, mantenendo unito e forte il suo partito, la tradizione postcomunista nel campo dominato dai valori di cui sopra. I radicalsocialisti Marco Pannella e Enrico Boselli che con il loro mix di laicismo temperato e istanze liberali rappresentano la novità più rilevante di questa campagna elettorale. Fausto Bertinotti, il quale per tempo ha fatto approdare i suoi alle sponde della nonviolenza e ha impegnato la propria parte politica in una nitida scelta al tempo della battaglia sulle scalate bancarie (ed editoriali) del 2005. Noi speriamo altresì che centrosinistra e centrodestra continuino ad esistere anche dopo il 10 aprile. E ci sembra che una crescita nel centrodestra dei partiti guidati da Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini possa aiutare quel campo e l'intero sistema ad evolversi in vista di un futuro nel quale gli elettori abbiano l'opportunità di deporre la scheda senza vivere il loro gesto come imposto da nessun'altra motivazione che non sia quella di scegliere chi è più adatto, in quel dato momento storico, a governare. Che è poi la cosa più propria di una democrazia davvero normale. |
Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-03-07 num: - pag: 11 categoria: BREVI Istruzioni per riuscire ad arrabbiarci e continuare a vivere ( quasi) felici Chissà cosa penserebbe la manager( « Corriere della Sera » del 21! 1/ 2006) di Lipsia che nella sua azienda di software ha bandito i lamenti: lì la felicità è obbligatoria, altrimenti si rischia il posto. Leggendo l'articolo m'è tornato in mente proprio « il giorno del mugugno » , iniziativa presa da un'azienda barese dove invece pare che i malumori si mettono in scena. « Portare in scena le proprie lamentele significa elaborarle. E nel momento in cui le si elabora, insoddisfazione e rabbia interiore si trasformano in energia positiva » . È la filosofia dell'amministratore delegato di Svimservice, che tempo fa scelse di utilizzare il « teatro d'impresa » per aiutare i dipendenti a metabolizzare i dissapori che si creano lavorando gomito a gomito. Le scorie emotive tossiche possono avvelenare l'animo e così, piuttosto che arrivare sull'orlo di una crisi di nervi, le lamentele vengono riversate sul palcoscenico. Io sono più vicina a questa seconda visione perché, secondo me, il lamento è una specie di sussurrata protesta; quindi in esso c'è anche il germe della ribellione a situazioni che non coincidono con i nostri desideri. E reprimere lo scontento può generare quel « male oscuro » chiamato depressione, così d'attualità nei nostri giorni. Margherita De Napoli Modugno IL PUNTO di Marco Brando Gentile signora De Napoli, l'iniziativa di Svimservice, di cui sono stato testimone, è originale. La società barese, nel proporre ai dipendenti ( assieme ad altre opportunità) la « drammatizzazione » del proprio stato d'animo, s'è ispirata a due famosi industriali piemontesi: Camillo Olivetti e, soprattutto, il figlio Adriano, scomparso nel 1960. L'Olivetti, fondata nel 1908 ( resta solo il marchio), ha sempre cercato di sfuggire all'aridità dei processi produttivi. Nel Dopoguerra i colleghi di tutta Italia consideravano Adriano Olivetti nella migliore delle ipotesi un pazzerello utopista ( nella peggiore un sovversivo) perché aveva provato a realizzare, a Ivrea e altrove, la prima impresa « a misura di lavoratori » : asili interni, ambienti confortevoli, architetti che progettavano le fabbriche, mense decenti in cui andavano operai e dirigenti indistintamente, colonie aziendali, proposte culturali.... Persino i sindacati, a livello nazionale, guardavano il. fenomeno con stupore misto a diffidenza. Fatto sta che quei vantaggi in Puglia, in Italia e oltre molti non li hanno ancora conquistati; e, vista l'aria che tira, forse i giovani lavoratori non saranno mai messi in condizione di conquistarli, in questi tempi di istituzionalizzazione del lavoro precario. Però va chiarito che è probabile... pure qualche lavoratore delle aziende « illuminate » potrebbe venirci a dire che non è tutto oro quello che luccica. Magari costui sarà in minoranza, ma è autorizzato a dissentire: la soddisfazione è la ri sultante di molti fattori, che in un luogo di lavoro non sono sempre positivi, o disponibili, nello stesso modo e per tutti. Tanto più che oggi l'insicurezza rispetto al futuro dell'impiego incoraggia in molte aziende il « mobbing » : gli abusi psicologici inflitti a un lavoratore. La parola inglese « mob » deriva dal latino « mobile vulgus » , che significa appunto « il movimento della gentaglia » . Chi ne è e vittima spesso cade in depressione e la legge sanziona quel comportamento, anche se è difficile provarlo. Certo, il divieto d'essere tristi, sancito dalla manager teutonica, è una mobbing raffinatezza che forse sfugge alla fantasia italica, Fantozzi escluso. Comunque, nell'attesa di « più valvole di sfogo per tutti » , conviene appuntarsi un insegnamento greco che ha 2300 anni: « Chiunque può arrabbiarsi: questo è facile; ma arrabbiarsi con la persona giusta, e nel grado giusto, e al momento giusto, e per lo scopo giusto, e nel modo giusto: questo non è nelle possibilità di chiunque e non è facile » . Firmato: Aristotele. 

Sezione: 1 CULTURA - data: 2006-03-05 num: - pag: 19 - categoria: REDAZIONALE LA STORIA / LE ISOLE PUGLIESI TRA LIBIA E ITALIA I prigionieri dimenticati delle Tremiti Degli oltre milletrecento libici deportati nel 1911, uno su tre morì « A ciò devesi aggiungere la nostalgia acutissima che questi prigionieri hanno della loro patria tropicale, ove la temperatura non è rigida e fredda, come su questo scoglio battuto dalla tramontana » . Lo « scoglio » è il nome dato alle Tremiti in un'indagine ministeriale del 1912. Il « ciò » cui s'aggiunge « la nostalgia acutissima » è una vita di stenti, segnata da malattie e fame. Vi furono costretti, tra il 1911 e il 1912, oltre milletrecento libici deportati nell'arcipelago di fronte al Gargano, costretti a vivere in baracche senza vetri e persino nelle grotte: ogni giorno ne morivano, in media, tre, incluse donne, bambini, anziani. La recente disponibilità del sindaco delle Tremiti Giuseppe Calabrese offertosi come mediatore tra l'Italia e la Libia di Gheddafi contribuisce a sollevare il velo su un capitolo della storia pugliese e italiana: poco conosciuta e ancor meno insegnata. Dal 1911 al 1942, dal governo Giolitti al regime mussoliniano, furono oltre quattromila i deportati libici nelle colonie penali del Regno d'Italia: oltre alle Tremiti, Ustica, Ponza, Favignana e Gaeta. Fin dall'inizio luoghi d'esilio forzato non solo per coloro che si opponevano all'occupazione coloniale italiana della Libia, ma anche per le loro famiglie. Una tragedia di cui s'è discusso proprio alle Tremiti, il 28 e 29 ottobre 2000: in un convegno in coincidenza con l'anniversario dell'arrivo della nave « Serbia » , che il 29 ottobre 1911 aveva sbarcato lì i primi seicento deportati. S'è proseguito poi negli altri ex lager, fino al quarto seminario di Ustica ( 2004) sugli esiliati libici durante il periodo coloniale. Iniziative promosse dall'Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente ( ente di diritto pubblico sotto la vigilanza del Ministero degli Esteri; presidente il professor Gherardo Gnoli, vice il professor Gianluigi Rossi) e dal Centro libico per gli Studi storici. I convegni avevano seguito lo sforzo diplomatico del 1988, quando Roma e Tripoli giunsero a un inizio di ricomposizione dei vari contenziosi, firmando la dichiarazione romana del 4 luglio. « Alla fine degli scontri di Shara Shatt ( 23 ottobre 1911) nei dintorni di Tripoli, il governo italiano emanò un decreto nel quale disponeva di deportare un gran numero di libici » . Lo ha ricorda to nel convegno delle Tremiti il professor Habib Wadah el Hasnawi, docente di Storia moderna e contemporanea nel suo Paese. La deportazione ebbe inizio il 26 ottobre; alle Tremiti giunsero soprattutto le persone catturate nell'area di Tripoli. Che genere di persone? Di certo, « tutti coloro che erano accusati di attività politica o militare o di collaborazione con i ribelli e che esercitavano, in virtù del loro rango sociale, una certa influenza sulle rispettive tribù » . Ma fu deportato pure chiunque capitasse a tiro: « Gli arresti... sono avenuti in modo frettoloso. si legge nel rapporto redatto allora dalla Commissione dei prigionieri di guerra e inviato a Roma Gli arrestati sono un miscuglio di mendicanti, di ricchi proprietari, di lavoratori, di fruttivendoli, di mercanti, di contadini e di anziani, e di donne e di bambini e ragazzi » .


Artiglieria Cammellata Italiana in Libia (1912)
Nel 2000 uno dei relatori, il professor Claudio Moffa ( docente di Storia e Istituzioni dei Paesi afroasiatici a Teramo) parlò in particolare della situazione alle Tremiti. Diversi arabi morirono durante i tre giorni di traversata; alla fine giunsero nell'arcipelago tra 1366 e 1391. Tantissimi, tant'è vero che le Tremiti già sede di una colonia penale per italiani prima d'essere « riservate » ai libici ospitavano solo 184 domiciliati coatti. E secondo la « Direzione delle carceri » la capienza dei sette cameroni destinati ai deportati era al masismo di 360 posti. E gli altri? Furono stipati in maniera promiscua, malati e sani, maschi e femmine, bambini e adulti pure nelle stalle. E nelle grotte: quelle « scavate sul pendio nel monte sovrastante l'Isola di San Nicola » , scrissero due delegati di Pubblica sicurezza il 2 novembre 1911; grotte che « mancano di porte ed il vento vi penetra da tutti i lati » , « buie, umide e senza scolo » , « poco adatte persino per gli animali » .
Scarso il cibo, scarsa l'acqua, tante le malattie ( « organismi malsani che si trascinano a stento » , secondo i rapporti sanitari). Con loro, una popolazione locale spaventata e ostile, che spesso sottrasse i viveri ai prigionieri ma ne contrasse pure le malattie, tifo e colera. E i tremitesi che mostrarono solidarietà furono accusati di « sovversione » e di «simpatie socialiste » . Già il 9 gennaio 1912 risultarono deceduti 198 deportati: inclusi due bimbi di 10 anni, trentacinque anziani dai 60 ai 70 anni, sette da 70 agli 80, uno d'oltre 90 anni. A giugno i morti erano diventati 437, un terzo di quelli che erano arrivati.
Finché il 4 giugno 1912 un telegramma della Prefettura di Foggia alla Direzione della Sanità annunciò la partenza dell' « ultimo scaglione di arabi » , tranne « 13 malati... rimasti a Tremiti » . I rimpatriati spesso non trovarono più le loro case e le loro famiglie. Mentre li attendevano altri trent'anni di persecuzioni e guerre. Un dramma testimoniato da quel che resta di lettere, documenti ufficiali e ufficiosi, appunti. Proprio da quelle carte spuntano le parole di un libico che era tra i deportati in Italia: « Oggi non abbiamo la forza per piangere / Come pecore nelle mani di un mercante / ... Qualcuno che ci vedesse, direbbe che siamo schiavi da vendere e comprare.. » . Parola di Fudil Hasin ash Shlamani. Poeta.
Marco Brando
ALTRE IMPRESE

Le quarantamila vittime dei lager fascisti
La deportazione verso l'Italia iniziata nel 1911 fu il prezzo salatissimo pagato dalla resistenza libica. Fu un'idea del governo ( liberale) di Giolitti, dopo la sconfitta subita dall'Italia a Shara Shatt il 23 ottobre 1911, nel corso dell'occupazione coloniale della Libia. E il successivo regime fassista? Usò assai meno il confino in Italia; non per bontà d'animo ma perchè preferì altri metodi, ancora peggiori: dall'esproprio dei terreni,dalla confisca dei beni, dal lavoro forzato, si passò alla deportazione e alla segregazione in campi di concentramento. Il caso più drammatico avvenne in Cirenaica nel 1930, dopo che Graziani non era riuscito a domare la ribellione capeggiata da Omar el Mukhtàr. Su ordine del governatore generale Badoglio, Graziani predispose il trasferimento di centomila civili dalla Marmarica e dal Gebel el Ackdar nei campi che aveva fatto costruire nella Sirtica, una delle regioni più inospitali dall'Africa del Nord. Quando i lager furono chiusi nel 1933, i sopravvissuti erano appena 60000. Gli altri 40000 erano morti per sfinimento, malattie, ( i 33000 reclusi nei lager di Soluch e di Sidi Ahmed el Magrun avevano un solo medico), fame, epidemie, violenze compiute dai guardiani, esecuzioni per chi tentava la fuga. Angelo Del Boca, uno dei rari storici del colonialismo nostrano, ha scritto: «Nell'ultimo secolo e mezzo molti altri popoli si sono macchiati di imprese delittuose... ma solo gli italiani hanno gettato un velo sulle pagine nere della loro storia ricorrendo ossessivamente a uno strumento autocosolatorio: il mito degli « italiani brava gente » . Un mito duro a morire.
Asili nido, cercasi serio consulenteche porti a Bari le « mamme di giorno » |
|
|
|
Sono un cittadino disorientato e stanco delle parole e degli atti di entrambi gli schieramenti politici: l'altra sera ho visto a Ballarò , su Rai Tre, un servizio dedicato alla carenza degli asili nido a Bari. Ce ne sono solo quattro pubblici; e pochi altri privati. Del tutto insufficienti per le esigenze delle famiglie, che avrebbero bisogno di un sostegno nella cura dei bambini durante le ore lavorative. E così molte madri devono rinunciare al lavoro e a qualche soldo che, mai come in questo periodo, farebbe così comodo. L'assessore Boccia denuncia giustamente i folli tagli del governo Berlusconi agli enti locali, che hanno comportato drastici riduzioni nei servizi secondari ( sport, cultura, scuola) offerti ai cittadini. Ma agli sprechi del Comune nessun cenno. Quanto sono costate quelle utilissime colonnine comparse da qualche tempo per le strade di Bari e che danno indicazioni sul punto della città (!?) in cui l'utente si trova? Che costi sosterranno i cittadini per il risarcimento e la demolizione di Punta Perotti, ora vicinissima grazie al colpo di acceleratore in salsa elettorale? Quanti soldini si spendono in consulenze e incarichi esterni di vario genere, quantomeno opinabili? Manuele Gentile Bari |
|
|
IL PUNTO |
|
|
|
di Marco Brando Caro signor Gentile, gli asili nido sono assai pochi. E le famiglie sono assai imbufalite. D'altra parte non è solo un'emergenza barese. I partiti lo sanno, tanto che nei programmi della Casa delle Libertà e dell'Unione l'aumento degli asili nido e una politica a favore delle famigilie sono stracitati. Purtroppo nel 2003 l'Eurispes segnalò che l'Italia investe solo lo 0,9 % del Pil nelle politiche familiari. Un dato che ci relega al penultimo posto nell'Unione europea. Assai al di sotto della media, pari al 2,3 %. Soltanto la Spagna sta peggio di noi, con lo 0,4 del Pil. Nulla lascia immaginare che nel 2005 sia cambiato qualcosa. Non solo. L'Ue nel 2001 fissò l'obiettivo del 33 % di posti negli asili nido entro il 2010. Invece nel 2006 l'Italia offre posti negli asili nido solo al 7,4 % dei bimbi ( media nazionale). In Europa siamo al terzultimo posto, molto al di sotto di Francia ( 29 %) o Danimarca ( 64 %). E nel Sud le cose vanno anche peggio. Detto questo, alla vigilia delle elezioni politiche, le risposte ai suo quesito possono darle solo i programmi delle varie coalizioni. A patto che siano poi rispettati. È pur vero che i fondi per gli enti locali sono sempre più scarni e che così s'erodono le spese sociali. Quindi le consulenze che alcuni comuni, incluso Bari, offidano a professionisti esterni hanno senso se, in un tempo ragionevole, producono efficienza e qualità dei servizi, anche suggerendo una migliore gestione delle risicate risorse. Se invece tali incarichi dovessero rivelarsi duplicati di altri ( magari con fini clientelari), il discorso sarebbe diverso. Un suggerimento? Sul fronte degli asili, a un serio consulente commissioneremmo uno studio col fine di realizzare pure a Bari e dintorni ciò che esiste nelle Province autonome di Bolzano e Trento: ai bambini delle mamme che lavorano ci pensano le « tagesmutter » , altre mamme che, per professione, hanno aperto un asilo nido a casa propria. Il termine tedesco significa « mamma di giorno » . Un'idea copiata dai paesi nordici, dove la rete di solidarietà sociale tra i cittadini è consolidata. In Trentino Alto Adige, grazie a norme provinciali, è diventata un'istituzione: funziona attraverso cooperative ( un essempiio: www. tagesmutter ilsorriso. it) e associazioni. E consente di risparmiare un sacco di soldi rispetto agli asili tradizionali. Consulenti coraggiosi, fatevi avanti! |
|
|
I CASINI DELLA BELLUCCI:
<Sei anticattolica!>


Premesso che tra Casini e la Bellucci, non ho dubbi - per varie ragioni - su chi scegliere, rilevo che il presidente della Camera ha sostenuto che in un'intervista tv (in cui Monica Bellucci ha detto che non ha condiviso l'invito all'astensiosnismo sul referendum per la fecondazione assistita da parte di molti leader cattolici e/o delle gerarchie vaticane) l'attrice <ha banalizzato l'impegno dei credenti> e ha dimostrato che <in Italia esiste una questione anticattolica>.
Ma è mai possibile che - se non si è d'accordo col Papa o, addirittura, con chi ritiene di esserne l'univo vero interprete - si viene additati come <anticattolici>?
Possibile che la terza carica dello Stato debba rivelarsi portatore di una concezione confessionale delle istituzioni, a tal punto da intervenire per censurare programmi televisivi?
Possibile che non si dia mai uno spazio decente di discussione (e la par condicio? vale solo per Berlusconi e Prodi?) alle opinioni di altre confessioni cristiane, che in Italia e in Europa esistono da secoli, o di altre religioni con miliardi di fedeli (islamismo, ebraismo, buddismo, induismo e via elencando)?
Possibile che un agnostico o un ateo, persino un credente assertore della laicità dello Stato, debbano essere considerati moralmente di serie B o C?
Possibile che queste elezioni siano segnate dalla corsa alla <conversione cattolica>, a destra e a sinistra, inclusi Rutelli, Fassino, Bertinotti, Vendola, eccetera eccetera?
Possibile che la coerenza sia sempre più snobbata, tanto che Casini medesimo dà lezioni di morale cattolica malgrado conviva (<nel peccato>, secondo la suddetta morale) senza essere sposato, abbia concepito un figlio fuori dal matrimonio e abbia lasciato il tetto coniugale malgrado il giuramento fatto in Chiesa a suo tempo (non mi meraviglia né scandalizza, ma la coerenza è coerenza).
Per quel che mi guarda, sono molto liberale: tanto da essere pronto a difendere il diritto di tutti i Casini di questo Paese a esprimere la loro opinione, anche quando non la condivido; ma davvero le <messe all'indice> in salsa bigotta mi paiono datate e ipocrite ...

... e per giunta continuano a emanare uno sgradevole odore di bruciato ...
Codice_(NAVITA): SM02000000018L4
ID: 5356471
Testata_Ultima_Pubbl: PUGLIA
Data_Inserimento: 31/03/2002
DATA_CREAZIONE: Mar 31, 2002
Data_Ultima_Pubbl: 31/03/2002
Pagina_Ultima_Pubbl: 4
Come diventare
il <bambinaio> dei cani
(e vivere felice)
La storia barese di Mario, professione dog sitter

BARI - La vita di ciascuno di noi può essere segnata da alcuni eventi. O da alcuni incontri. La vita di Mario Mosconi, barese, fu cambiata, sedici anni fa, dall'incontro con un commercialista. Gli svelò i segreti dell'eterna ricchezza, che di solito la sua categoria riserva a finanzieri e capitani d'industria? Macché, troppo scontato. «Quel signore, che conoscevo, aveva due cani: un pastore tedesco e un pastore maremmano - ricorda Mario - Mi disse: perché non ti occupi delle loro passeggiate? Io ho sempre amato i cani. Accettai». E così Mario, che - dopo aver finito la terza media aveva alle spalle un impiego in un supermercato di Bari - diventò amico di quei due quadrupedi. Avanti e indietro, tutti i giorni, lungo le strade del capoluogo pugliese, ove incontrava altri proprietari di Bobi e Fidi, che cominciarono a chiedergli altrettante cure per i propri beniamini.

ILLUMINAZIONE - Fatto sta che Mario, oggi trentaseienne, ebbe un'illuminazione: «Ho deciso. Farò il dog-sitter». Ovvero «il bambinaio dei cani», come spiega una signora di passaggio nei giardini di piazza Umberto alla sua bimba, colpita dal branco di esseri scodinzolanti che avvolgono il loro angelo custode in un groviglio di guinzagli. Un lavoro più che originale, soprattutto negli anni '80, prima che questo genere di svolta professionale segnasse la vita di tanti suoi attuali colleghi delle grandi città italiane («Nel Nord è un vero affare», dice) e prima, persino, «che ne parlassero i giornali americani». Dal 1986 Mario ha accudito alcune centinaia di cani, tutti rigorosamente residenti nel centro di Bari, perché - dice - per lavorare bene non posso allargare troppo l'area». E forse perché il centro murattiano è l'unica zona in cui c'è chi può permettersi tale servizio.
TURNI - Comunque quotidianamente il nostro dog-sitter coccola una ventina di cani («È il numero giusto per gestirli bene»), in due o tre turni giornalieri. L'epicentro della sua attività è piazza Umberto, dove - in un angolo che pare fatto apposta - li conduce con regolarità. Ed è lì che lo si può incontrare sempre: basta aver pazienza, prima o poi arriva. Poco importa se piove o tira vento, se fa freddo o se c'è afa, se è una data feriale o festiva, se c'è la luce del giorno oppure la sera è già calata, se sta bene o ha un po' di febbre. «Io faccio le cose seriamente. Lavoro dodici ore al dì. Se il cane ha bisogno di cure o di essere lavato, e il padrone, non ha tempo, me ne occupo io. Passo a prenderli a casa e li riporto all'ora concordata».

DISCIPLINA - Una vita di privazioni? «A me piace. Non farei un altro lavoro per tutto l'oro del mondo. Certo, arrivo a casa alle undici di sera. Ma sono contento. Mi riservo solo la pausa per il pranzo e per la cena. Poi, sono sempre a disposizione». Certo, occorre avere una vocazione. Infatti, prima di tutto qualsiasi profano - soprattutto chi da anni sta cercando di far capire chi è il padrone di casa a cani anarchici o, apparentemente, sordi - è colpito dal modo in cui Mario riesce a farsi ubbidire da turbe di cagnoni e cagnetti. Tanto da farli mettere in posa davanti al fotografo come una scolaresca o una squadra di calcio. In verità, viene il sospetto che non li convince tanto ad «ubbidirlo», quanto ad «amarlo». Insomma, è un capobranco. Almeno, a giudicare dagli sguardi estasiati con cui ne seguono spostamenti e parole.
SEDUZIONE - Come fa a sedurli? Ride: «Per sedurre un nuovo cane impiego mediamente una settimana. Posso anche impiegare di meno o di più, dipende dalle cattive abitudini che hanno imparato dai padroni. Io cerco di capirne il carattere, anche perché sono documentatissimo sui temperamenti delle varie razze. Alla fine, tutti, prima o poi, diventano cani per bene. L'unica precauzione che uso è quella di non portare a spasso le cagne quando sono in calore, creano troppo scompiglio. Insomma, non ho mai avuto problemi». Neppure con i vigili baresi? «Mi conoscono. Sanno che pulisco subito dove i mie cani sporcano. In più, non passo mai sui marciapiedi ma ai bordi delle strade. E sto alla larga dalle vetrine dei negozi».
NUMERO UNO - E la gente? «Qualcuno che odia i cani lo trovo. Pazienza. Ma la maggior parte della gente ormai mi conosce e mi vuole bene». In effetti, Mario è una specie di beniamino di tutti. Le proprietarie dei cani, poi, sono le più entusiaste: «È il migliore. Il numero Uno». La pensano così anche i suoi clienti a quattro zampe. Tanto che ben presto lo adorano. «C'è un alano, che adesso pesa 60 chili ma accudisco fin da quando era cucciolo, che ha persino fatto finta di star male, per costringere la padrona a telefonarmi, allarmata. Un giorno non si alzava più da terra. Pareva che le zampe non lo reggessero. Io sono accorso e lui, di botto, a cominciato a saltare e a correre. Voleva uscire. Con me». Queste sì che sono soddisfazioni, per un «bambinaio dei cani». Certo, pure lui ha una pasisone particolare: per Birillo, un bastardino riccioluto di 7 anni, raccolto per strada. «Vive con me, in un bilocale. È gelosissimo. Soprattutto delle mie amiche». Beh, Birillo non ha tutti i torti. Già il suo coinquilino ha così tanti amici quadrupedi. E sta a casa poco. Ci mancano le amiche bipedi...
Marco Brando