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Professione Reporter

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Dal 16 aprile 2007 sono tornato a Milano: faccio il vicecaporedattore di City, il quotidiano free press della Rcs. Fino a quella data qui avreste letto soltanto: "Raccolta di articoli (miei) e di riflessioni (sempre mie o in alcuni casi prese in prestito) che altrimenti leggerebbero solo in Puglia (lavoro per il "Corriere del Mezzogiorno", dorso di cronaca pugliese allegato al "Corriere della Sera")". Ah, dimenticavo: tranquilli/e... Sono consapevole del fatto che, per dirla con Indro Montanelli, "noi giornalisti scriviamo sull'acqua e abbiamo una vita effimera, come le farfalle". Infine: devo forse sottolineare che questo blog non è una testata giornalistica e che viene aggiornato senza alcuna periodicità? E pure che, pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001? Scriviamolo, visti i tempi che corrono...

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Utente: vinavil
Nome: Marco Brando
Un ex giornalista di provincia ... Ora tornato nella metropoli (beh, Milano - nel suo piccolo - lo è) :-)

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martedì, febbraio 28, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-02-28 num: - pag: 11

Sla, centinaia di malati gravi in attesa

Da anni inapplicata una legge regionale

 

Voglio rivolgermi all'assessore regionale alla Sanità, Alberto Tedesco. A lui scrivo con l'animo gonfio di commozione per la recente scomparsa di Luca Coscioni, che come me, e più di me, ha dedicato tutto il tempo che gli restava da vivere ai dimenticati malati di sclerosi laterale amiotrofica ( Sla), terribile malattia neurodegenerativa che lo ha ucciso. Com'è noto, con il DM 279 del maggio 2001 s'obbligavano le Regioni a istituire, entro sessanta giorni, i « Centri regionali di riferimento per le malattie rare ( tra cui la Sla); non solo, dovevano essere istituiti pure i « Centri di riferimento interregionali » . La Regione Puglia, dopo quasi tre anni, nel 2003 decise, con una delibera della Giunta varata il 23 dicembre ( la n. 2238), di individuare ben sei centri regionali. Esistenti, beninteso, solo sulla carta: in tal modo quegli amministratori hanno inteso adempiere alla obbligazione cui erano tenuti. Ma non è solo questa la censura che muovo alla Regione. Per aver individuato sei centri, uno per ciascuna Provincia, verosimilmente quegli stessi amministratori non sapevano di cosa stessero deliberando. A meno che ritenessero che la Sla fosse diffusa come l'influenza; o credessero di poter disporre di inesauribili risorse da destinare alla Sanità ...

Camillo Colapinto

Comitato per la lotta alla Sla - Conversano

 

IL PUNTO

di Marco Brando

Caro avvocato Colapinto,

nella sua toccante ma circostanziata lettera così prosegue: « Ho avuto modo di esporle in varie occasioni il mio pensiero: i malati di Sla pugliesi, e le loro famiglie, vogliono avere in Puglia un solo " Centro di riferimento". Degno però di questo nome: istituito secondo le direttive e i criteri espressi dalla speciale « Commissione per lo studio delle problematiche concernenti la diagnosi, la cura e l'assistenza dei pazienti affetti da sclerosi laterale amiotrofica » , istituita col decreto ministeriale del 10 aprile 2003 » . Poi: « Sta di fatto che a tutt'oggi i malati di Sla pugliesi non dispongono di nessun centro. Sicché, una volta diagnosticata la malattia, privi di informazioni e non seguiti da alcuno, disperati e isolati con le loro famiglie, si chiu dono in casa aspettando la morte, che puntualmente interviene poco dopo » . Ancora: « I più sensibili e indifesi di loro affidano la loro vita alle chimere di Internet, contraendo ingenti debiti o lanciando drammatici appelli per pubbliche sottoscrizioni, al fine di raccogliere le molte decine di migliaia di euro occorrenti per recarsi a Pechino o a Kiev, nella vana illusione di poter guarire » . Conclude: « È una situazione non più tollerabile e indegna di una società civile. Non è più tempo di facili promesse, assessore Tedesco, è tempo di agire, affinché faccia il suo dovere di pubblico amministratore » . Non si può che condividere al cento per cento ciò che scrive.

D'altra parte lei da oltre dieci an ni si batte perché i diritti dei cittadini malati, pugliesi e non, siano garantiti: tanto che, con sua moglie, è stato nominato dal presidente Ciampi « Commendatore al merito della Repubblica italiana » . E con Coscioni ha ottentuo che ques'anno chi è immobilizzato a casa possa votare. In Italia ci sono cinquemila malati di Sla, quattrocento in Puglia. Contro di voi non c'è solo la malattia, ma pure l'ottusità di chi vuole impedire la ricerca scientifica; c'è per di più, contro, pure l'abitudine italiana spesso a prescindere dalle maggioranze politiche di varare leggi che nessuno, istituzioni in testa, rispetta: è il caso della legge regionale che lei ha citato ( o dell'ormai « antica » legge Basaglia, dedicata alla malattia mentale, poco applicata in tutta Italia). Un'ipocrisia ancora più tremenda se si considera che ne fanno le spese cittadini già duramente colpiti nel bene più prezioso: la salute. Confidiamo nel suo appello. Che facciamo anche nostro.

Postato da: vinavil a 21:43 | link | commenti (1) |
politica, personaggi, testimonianze, salute, © , lettere al corriere

lunedì, febbraio 27, 2006

ANPI - XIV Congresso Nazionale

Un gruppo di giornalisti
chiede di poter aderire all’ANPI


La voce dell’informazione che in Italia si sente sotto attacco è giunta nell’aula del 14° Congresso Nazionale dell’ANPI, in corso a Chianciano Terme, con gli interventi di Sergio Lepri, già direttore dell’Ansa, e di Roberto Natale, segretario nazionale dell’USIGRAI.

Sergio Lepri, dopo aver ricordato di aver diretto un giornale clandestino a Firenze durante la Resistenza, ha denunziato la frequente mancanza di un’informazione politica corretta e imparziale particolarmente nel campo televisivo e ha sostenuto la necessità di una disciplina che regoli l’informazione soprattutto del servizio pubblico Rai. La norma della "par condicio" non deve tuttavia essere interpretata soltanto come equilibrio di soggetti politici e di spazio assegnato all’una e all’altra parte in contesa. Esistono tantissime tecniche di manipolazione e distorsione dell’ informazione, non soltanto nei "talk show", ma soprattutto nei telegiornali, che rappresentano l’unico strumento di informazione per quel 60 per cento di italiani che non comprano e non leggono i quotidiani a stampa.

Roberto Natale ha informato i presenti che un gruppo di giornalisti democratici - uniti nella battaglia sindacale per un’informazione più giusta, libera, completa e costruttrice di solidarietà - ha chiesto al Congresso Anpi di accoglierli tra le sue fila e di rendere possibile, attraverso una modifica statutaria, analoghe adesioni. Perché l’Anpi è un patrimonio di tutti.

I giornalisti in una lettera aperta dichiarano la loro disponibilità ad affiancare l’Associazione in un nuovo corso politico "nella prospettiva di rilevare orgogliosamente il testimone di valori condivisi".

Documento inviato alla Presidenza del 14° Congresso dell’ANPI

"Alla presidenza del Congresso Anpi, Chianciano
Un gruppo di giornalisti democratici - uniti nella battaglia sindacale per un’informazione più giusta, libera, completa e costruttrice di solidarietà - chiede al Congresso Anpi di accoglierli tra le sue fila e di rendere possibile, attraverso una modifica statutaria, analoghe adesioni. Perché l’Anpi è un patrimonio di tutti.

Con i migliori auguri di buon lavoro, Marina Cosi
Milano, 24 febbraio 2006
        

LETTERA APERTA


La relazione politica approvata all'unanimità, ai primi di febbraio a Milano, dal 14.mo congresso provinciale, facendo propria la relazione del presidente Tino Casali, si conclude così: "L’Italia va ricostruita. La possibilità di un nuovo corso politico esiste, ma occorre impegnarsi. Occorre che anche l’ANPI faccia la sua parte, sostenendo il rinnovamento...".
Noi siamo disponibili ad affiancare quest'impegno nella prospettiva di rilevare orgogliosamente il testimone di valori condivisi. Consapevoli che la battaglia per la ricostruzione non sarà né facile né breve. Una staffetta tra i partigiani di ieri che si sono battuti contro il fascismo e hanno ricostruito il Paese attorno alla Carta costituzionale e i nati nel dopoguerra che, oggi, si trovano a dover ricostruire un'Italia profondamente cambiata dalla globalizzazione e spinta verso una nuova emergenza democratica dall'attuale malgoverno. Per questo intendiamo chiedere l'iscrizione all'Anpi, condividendone ideali e responsabilità".

Beppe Ceccato, Marina Cosi, Enzo Bianchi, Vera Baldini, Laura Incardona, Andrea Leone, Saverio Paffumi, Cristina Pecchioli, Daniela Annaro, Laurenzo Ticca, Fabio Lombardi, Pierluigi Mutti, Letizia Gonzales, Rosanna Frati, Aldo Soleri, Valeria Tegami, Michele Urbano.


Firmano a titolo personale, pur essendosi già iscritti all'ANPI: Marco Brando, Vera Paggi, Silvia Baglioni, Andrea Giansanti

Link: http://www.anpi.it/congresso/XIV/index.htm

Postato da: vinavil a 12:00 | link | commenti (3) |
politica, giornalismo, nazismo, antifascismo, guerre, fascismo, belle pensate , morale

venerdì, febbraio 24, 2006

sezione: OPINIONI - data: 2006-02-24 num: - pag: 11 - categoria: ALTRI OGGETTI

I dubbi di un lombardo-pugliese

in cerca della vera identità

 

 

Sono nato e vivo a Milano ma mia madre è nata a Brindisi, mentre mio padre è brianzolo. I miei nonni materni, che vivono ancora in Puglia, e pure mia mamma, mi hanno trasmesso un grande amore per la loro regione d'origine. Un amore così forte che quasi quasi - malgrado il mio accento meneghino - mi sento più pugliese che lombardo. Sarà che ho passato tutte le estati della mia infanzia al sole del nostro Sud, sulle spiagge di sabbia fine e sugli scogli, tra Torre Canne e Torre Guaceto. Sarà perché ho un temperamento più meridionale che « celtico » ( il leghismo non è tra le mie princiapli simpatie, forse si è capito...). Sarà che i sapori, i colori e gli odori pugliesi mi inseguono per tutto l'anno ( grazie al cielo, perché Milano tra i tanti pregi, che non disconosco, non ha quello di stimolare positivamente vista, olfatto e palato). Insomma, sarà per quello che volete, ma, alla fine, mica lo so che cosa sono: pugliese, lombardo, ibrido, apolide? Perché quando vengo giù mi manca Milano, quando torno su mi manca la Puglia ( ci sono stato fino a pochi giorni fa: ovviamente, leggo, come in Lombardia, il « Corriere della Sera » e quindi il « Corriere del Mezzogiorno » ) . La morale è che sono un po' confuso.

 

Antonio Pozzoli

Milano

 

 


 

 

IL PUNTO

di Marco Brando

Caro Antonio,

ammesso e non concesso che la consapevolezza d'avere idee e radici « ibride » sia uno svantaggio, stia tranquillo: nella stessa barca ci sono tantissimi italiani, incluso il sottoscritto. Il trucco sta nel considerare questa circostanza un vantaggio, appunto. D'altra parte nella sua Milano questa condizione ibrida è ancora più diffusa: trovare un milanese che possa vantare almeno tutti quattro i nonni nati all'ombra del Duomo ( o per lo meno nei dintorni) ormai è rarissimo. E i pugliesi sono una marea: tre anni fa, durante un'intervista, il vicesindaco di Milano Riccardo De Corato ( senatore di An, è nato ad Andria e vive lì dal 1973) ci ha detto di aver fatto fare una piccola indagine all'anagrafe: « Ebbene, qui vi vono almeno 180000 pugliesi, su un milione e trecentomila abitanti. Per non parlare di coloro che sono nati qui ma hanno i genitori, o uno dei genitori, con radici nella mia regione d'origine. E non considerando il vasto hinterland, abitato da altri due milioni di persone ». « Quindi Milano non è quella città inospitale che tanti immaginano? » , chiedemmo a De Corato.« No. Tanto più che io non ho mai fatto finta di non essere d'origine pugliese, anche se ormai mi sento milanese » . Insomma, pugliese o milanese? « E che contraddizione c'è? Nessuna. Io da molto tempo ho capito che questa grande città ha un cuore generoso. È il luogo in cui il meridionale s'inserisce su bito, così come s'inseriscono subito gli stranieri. Dirò di più: è una città fatta in buona parte dai meridionali. E il milanese è un gran signore. Insomma, Milano è una città che accoglie » . Come può verificare, il granitico De Corato ha risolto il suo problema, indulgendo pure molto ( ma in fondo è il vicesindaco, ha l'alibi...) verso la mitica « Milano che ha il cuore in mano » , tanto per non scontentare nessuno. Cosicché saltiamo dal politico ( di destra) al sociologo barese Franco Cassano ( di sinistra), paladino del « pensiero meridiano » , cioè meridionale: oltre che la via milanese al benessere, è il caso di perorare anche la via sudista, un po' più tranquilla, verso una migliore qualità della vita. Un buon mix sarebbe forse l'ideale. Nell'attesa che il cocktail della « razze italiane » si mischi ancora un po', lei tenga ben stretta la sua identità lombardo- pugliese. Forse rappresenta già l'italiano del futuro. Senza offesa per i sedicenti eredi degli incolpevoli celti.

Postato da: vinavil a 13:07 | link | commenti (4) |
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mercoledì, febbraio 22, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-02-22 num: - pag: 11 categoria: BREVI

Storia, forse nella Puglia del futuro

Al Bano avrà la meglio su Federico II

 

Se si è debellato l'analfabetismo, rimane paurosamente scarso il grado di cultura che nel nostro paese caratterizza la classe studentesca, covata e pasciuta al rimbambimento televisivo e all'indecente docenza di insegnanti reduci dalla manesca e illetterata stagione sessantottina. E tutto mi fa pensare che in Puglia la scuola sia più meno nelle stesse pietose condizioni. Che succede? Uno studio realizzato da « Eta Media Research » su un campione di studenti delle scuole superiori italiane, offre uno spaccato agghiacciante sulla conoscenza che questi giovani hanno, anzi non hanno, della storia contemporanea. Un terzo di questo campione conosce Salvo D'Acquisto non come una vittima dei nazisti ma degli assassini della Uno bianca, un caso criminale che fece parlare a nni fa. Giovanni Falcone per alcuni è stato ucciso nella strage di Ustica; e il generale Dalla Chiesa, per il 29 % degli interpellati, è una delle vittime delle Fosse Ardeatine ( per altri, è deceduto in un bombardamento in Somalia). Giorgio Perlasca, per il 31 % degli studenti, è uno degli artefici della Repubblica di Salò, per altri uno dei padri della Costituzione. E così via. Questi i liceali di oggi che, puntualmente, saranno abilitati fino a diventare i docenti di domani.

Edgardo Grillo

Foggia

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IL PUNTO

 

di Marco Brando

Gentile signor Grillo,

lei non perde il buon umore, malgrado la disfatta dell'insegnamento della storia che ci descrive. Infatti conclude così la lettera: « Immagino con raccapriccio, i liceali del futuro. Da loro ci sentiremo dire che Silvio Berlusconi è stato, a suo tempo, il tredicesimo degli apostoli e Rosy Bindi una valletta del Bagaglino. Che Francesco Totti era il cardinale vicario di Roma e Anna Falchi una santa, vergine emartire, del Pontificato di Benedetto XVI. Che Saddam Hussein era uno dei padri fondatori dell'Europa e che Giovanni Paolo II fu ucciso dalle guardie svizzere ». Premesso che Berlusconi, negli ultimimesi, ce la sta mettendo tutta, pubblicamente, per proporsi come minimo nelle vesti di tredicesimo degli apostoli ( in alternativa di Gesù o di Napoleone), sugli altri fronti è possibile che il perpetuarsi dell'ignoranza possa provocare ulteriori cortocircuiti della memoria. D'altra parte, per stare in Puglia, sarebbe interessante scoprire cosa ne sa la maggior parte degli studenti ( e dei docenti) riguardo ad alcuni « mostri sacri » della storia nostrana: da Federico II ad AldoMoro, ad esempio, per citare due dei personaggi più citati e più noti, ai due estremi degli ultimi otto secoli. C'è infatti il rischio - complici l'invasiva tv e la scarso insegnamento della storia - che la « pugliesità » possa essere rappresentata, in futuro, solo ( senza offesa...) da Al Bano e Loredana Lecciso: le cui gesta in isole dei famosi, fattorie e altri eremi artificiali verranno tramandate di padre in figlio, con tanto di dvd lasciati in eredità. Eppure lo studio della storia, quella vera, « se svolto con disciplina intellettuale, abituerà gli allievi a esigere una certa precisione nella comprensione come nell'espressione; apprenderanno a pesare le testimonianze, a separare il superfluo dall'essenziale, a distinguere tra la propaganda e la verità » . Lo si legge nella prefazione di un volumetto l'insegnamento della storia. Consigli e domande di C. Peter Hill - pubblicato dall'Unesco nella collana « La comprensione internazionale ». Era il 1953. Forse nell'ultimo mezzo secolo al sistema scolastico italiano, e agli italiani, è sfuggito qualche passaggio. E pensare che proprio di questi tempi sarebbe quanto mai necessario saper distinguere « tra la propaganda e la verità ». Invece abbiamo bisogno, per non farci confondere, del ricorso alla «par condicio» .

Postato da: vinavil a 13:49 | link | commenti |
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martedì, febbraio 21, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI -
sezione: OPINIONI - data: 2006-02-21 num: - pag: 11
autore: Bari categoria: BREVI

In treno da Bari a Napoli in cinque ore:

trent'anni fa s'impiegava meno tempo

 

Non sono più un ragazzino. Uso poco il treno, lo ammetto. E non andavo in treno a Napoli dall'inizio degli anni Settanta, quando ero giovane. L'altro giorno sono tornato all'ombra del Vesuvio con un Eurostar, cambiando a Caserta, dove sono salito su un treno locale: per fare 260 chilometri ho impiegato cinque ore, quasi un'ora in più rispetto a oltre trent'anni fa, quando c'era un treno diretto; in auto impiego poco più di due ore. Bastano meno di tre ore in più - ho controllato nel sito internet di Trenitalia - per arrivare in treno a Milano, che dista quasi 900 chilometri; per andare a Roma con un Eurostar occorrono 4 ore e 39 minuti ( 450 chilometri). E poi ci parlano di grandi opere. È incredibile che le due principali città del Mezzogiorno continentale, distanti quanto Milano da Bologna, siano collegate in questo modo; tanto più che oltre trent'anni fa i collegamenti erano, di fatto, più efficienti. Non solo. Oggi, dal nostro Mezzogiorno ( per lo meno, da Bari) costa meno andare a Milano ( lo so per esperienza) in aeroplano che in treno, grazie ai voli low cost ( ancora pochi, in verità; ma meglio che in passato). Insomma, linee ferroviarie del genere, nel nostro bistrattato Sud ( intontito dalle promesse), tra un po' - di questo passo - diventeranno inutili.

Cosimo Fiore

IL PUNTO

di Marco Brando

Gentile signor Fiore,

una volta volare era un lusso. Ora in effetti - grazie alle compagnie low cost - da Bari e Brindisi decollano molti aerei dalle tariffe economiche, concorrenziali rispetto a quelle ferroviarie. Di certo, centesimo più centesimo meno, siamo entrati da pochio anni nel mondo del volo facile verso mete nazionali ed estere: spesso un biglietto aereo costa meno di un pedaggio autostradale Bari- Milano. Una rivoluzione che - tanto per non montarci la testa - è arrivata in Puglia in ritardo rispetto al resto della Penisola: da Milano o Roma si può volare da tempo in tutta Europa con poche decine di euro. E la crescita annua del settore dei voli a basso costo è stimata intorno al 18 per cento contro il 2 per cento dei vettori classici. Uno studio del « Boston Consulting Group » prevede che nel 2010 un viaggiatore europeo su tre - un totale di 140 milioni di persone - volerà con gli operatori che garantisco no prezzi ridotti.
Il fatto è che, come lei ci segnala, nel Mezzogiorno e in Puglia non è tutto oro quel che luccica. Nella nostra regione, di fronte a sistema aeroportuale in crescita, le ferrovie sono arretra te. Non è possibile che in treno si raggiunga Napoli da Bari a una media di 50 chilometri orari. E la linea ferroviaria tra Nord e Sud ha una sua dignità fino a Bari, poi si perde in rustiche tratte da vecchio West. Per quel che riguarda le strade, il Salento ha una rete ancora antiquata e l'autostrada finisce a Taranto. Così - al di là delle convenienze delle compagnie aeree, che possono avere una loro logica - l'assalto dei pugliesi ai voli scontati appare una scelta più o meno obbligata, quasi disperata. Perché il resto funziona poco e maluccio. Certo, le promesse non mancano mai. Durante laprima giornata della Borsa italiana del turismo, a Milano, il presidente Nichi Vendola ha tra l'altro detto che s'impegnerà affinché in Puglia atterrino e decollino più voli a basso costo: e perché una linea ferroviaria veloce colleghi Bari e Napoli ( « Col consenso delle popolazioni » , ha detto Vendola, evocando altrimenti i rischi di una Val di Susa in versione meridionale). Vedremo. E vedreno cosa farà il prossimo governo nazionale. Perché economia, turismo e imprese non decollano così facilmente come gli aerei « low price » .

Postato da: vinavil a 16:46 | link | commenti |
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venerdì, febbraio 17, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-02-17 num: - pag: 11

Ma da queste parti nessuno teme

che le cozze prendano l'influenza

 

 

Mentre qualche cigno di passaggio in Puglia fa le spese dell'influenza aviaria, mentre pure i nostri allevatori vanno in rovina a causa del panico diffuso, mentre la gente non mangia più polli, io sono sempre più perplesso. Ovviamente mi auguro che i fatti non mi possano smentire, nei prossimi tempi. Tuttavia ho davvero l'impressione che tutta questa attenzione attorno all'influenza aviara sia assai esagerata. Scommetto che la maggior parte di noi ha rimosso l'allarme per la Sars. Pareva che fosse destinata a sterminare buona parte del genere umano. Non è accaduto. E l'allarme per la « mucca pazza » ? Siamo stati terrorizzati per mesi e mesi, se non ricordo male un mucca o due malate furono individuate pure in Puglia. Ebbene, non se ne parla più; e neppure si capisce se il pericolo è cessato oppure no, in Italia o altrove: se mangio una costata a Londra cosa rischio? Insomma, mi auguro che pure quest'ultimo allarme sia l'ennesima esagerazione dei mass media. Con tutto il rispetto, ovviamente, per chi purtroppo è rimasto vittima dell'influenza aviaria nel Terzo Mondo.

Donato Carbonara

Triggiano

 

IL PUNTO

di Marco Brando

Gentile signor Carbonara,

premesso che non si deve sottovalutare il fenomeno ma nella convinzione che non si debba neppure assecondare l'ipocondria di massa è opportuno ricordare quel che si sa di certo. Dunque, l'influenza aviaria « può interessare gli uccelli selvatici e domestici, causandone la morte. I virus... possono infettare anche altri animali quali maiali, cavalli, delfini, balene e l'uomo » . Poi: « Usualmente, i virus dell'influenza aviaria NON infettano gli uomini; tuttavia, sono state riportate sporadiche segnalazioni di infezioni umane. L'uomo può infettarsi a seguito di contatti diretti con animali infetti ( vivi o morti) e/ o loro escrezioni, mentre non c'è alcuna evidenza scientifica di trasmissione attraverso il consumo di carni avicole o uova dopo accurata cottura a 70 gradi » . Infine: « Tutti i virus influenzali mutano. È possibile che anche il virus H5N1 subisca una mutazione tale da acquisire la capacità di diffondersi da persona a perso na » . Così recita il ministero della Sanità, su Internet.Morale: 1) Non possiamo convincere il signor H5N1 a non affezionarsi a noi umani, ma è un'eventualità statisticamente rara e finora non verificatasi; 2) Usando normali precauzioni igieniche si può evitare il rischio attuale; 3) Gli animali d'allevamento si possono mangiare, purché non siano sbranati vivi ma preventivamente lavati, cotti e puliti; 4) Dal 2003 a oggi sono morte, e solo in Asia ( in situazione igieniche assai precarie), meno di 80 persone su 4 miliardi di asiatici. È assai più facile vincere al Superenalotto ( le probabilità di fare « 6 » sono 1 su 623 milioni) o essere colpiti da un fulmine. Insomma, stiamo attenti ma non drammatizziamo, memori d'altre ondate di panico ( Sars, « mucca pazza » . ..), e non mandiamo sul lastrico gli allevatori. Certo, vale pure per i media: il nome d'effetto « influenza dei polli » ha contribuito a creare scompiglio. Se fosse stata chiamata « influenza dei cigni » , il polli arrosto sarebbero ancora trandy. Infatti chi si è mai mangiato un cigno? Chi ha mai avuto qualche forma di intimità con lui dai mitici tempi di Leda, sedotta da Giove mutatosi proprio in cigno? Intanto, per la cronaca, la Puglia è una delle regioni in cui ci sono più fumatori. E dove più gente si ammala di epatite A: merito della consuetudine di mangiare frutti di mare crudi; ma l' «influenza delle cozze» , da queste parti, non fa paura a nessuno.

Postato da: vinavil a 18:13 | link | commenti |
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giovedì, febbraio 16, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-02-16 num: - pag: 16 categoria: BREVI

La nostalgia dei pugliesi di Crimea

e l'amnesia delle nostre istituzioni

Gentile Signor Brando,

ho ricevuto la Sua lettera e tre copie del giornale. Le sono molto grata della cortese risposta e di tutte le parole benevoli. Purtroppo, non posso mandarLe questo e- mail, a casa non c'è Internet. Mia vicemadre di solito porta la dischetta con la mia posta elettronica a un parente che la manda; è un po lungo e ora impossibile, perche a Kerc fa freddo 15 - 25 gradi sotto zero, non si puo uscire e siamo tutti ammalati. Se Lei sara venuto a Kerc saremo lieti di vederLa. La mia casa è presso la stazione ferroviaria. Scrivero poi in modo piu particolare, appena staro meglio, vorrei fare qualche domanda. Lei e molto gentile! Con stima. Ecco un poesia: «La nonna raccontava sottovoce,/ che c'è in mondo una terra dove/il mare e il cielo son azzurri, e crescono ulivi e aranci,/ e dove non saremmo forestieri,/ perchè questa è la terra nostra./ E forse qualcuno ci aspetti/ in una vecchia casa sulla sponda,/ tra i vignetti e i fiori profumati./ E al crepuscolo la sua bella voce/ risuonava come una ninnananna, / e dormivamo noi beatamente/ dopo la " favola di sera" preferita/ sognando di quello bel Paese./ Sono passati tanti anni. Mia nonna,/ buonanima, riposa già in pace/ al cimitero del paese straniero,/ lontano dall'Italia amata» .

Giulia Lora Boico Giachetti Kerch ( Crimea - Ucraina)


IL PUNTO

di Marco Brando

Cara Giulia,

ci ha scritto dopo che le abbiamo fatto avere per posta alcune copie del nostro quotidiano in cui compare un articolo, firmato dal sottoscritto, che racconta la vostra storia. Sia chiaro, non abbiamo lasciato la lettera e la poesia così come lei le ha scritte, con alcune imperfezioni, per mancanza di sensibilità. Anzi, semmai il suo italiano un po' incerto contribuisce a far capire quanto forte sia il vostro legame con la Puglia e l'Italia, anche se siete in Crimea ( prima russa, poi sovietica, poi ucraina) da generazioni: i vostri bisnonni e trisnonni - incoraggiati dalla prospettiva di poter lavorare come agricoltori, carpentieri, pescatori - vi giunsero, a metà dell'Ottocento, soprattutto dalla Puglia, in particolare da Trani e Bisceglie, su invito degli zar. Un secolo e mezzo dopo parlate e scrivete ancora in italiano; e avete ancora un'incredibile nostalgia della terra d'origine. Lei è insomma una pugliese che in Puglia non è mai venuta, come non ci sono mai stati i suoi genitori e nonni. Ma la « ricorda » attraverso i racconti che nella vostra piccola comunità di Kerch vi tramandate. Comprese alcune parole in dialetto biscegliese e tranese, ricette, filastrocche; compreso quel ricordo di una terra promessa. Alcuni (non pochi) pugliesi che in Puglia stanno da sempre forse dovrebbero imparare, da voi, ad apprezzare di più la loro terra e quello che offre. Desta però meraviglia il silenzio delle istituzioni di questa regione, dopo che sul « Corriere » abbiamo raccontato di voi, del vostro appello affinché da qui vi giunga un segnale di conforto. Abbiamo chiesto a Regione, Province e Comuni di ricordarsi, concretamente, della vostra storia: per giunta, siete stati decimati nei gulag sovietici, visto che negli anni Quaranta avete fatto le spese del fallimento dell'invasione da parte delle truppe italiane e tedesche, inviate in Urss da Mussolini e Hitler. Un silenzio che meraviglia. Perché siamo in una Puglia in cui Nichi Vendola parla continuamente del valore delle « migrazioni » . Perché siete originari soprattutto di due grandi Comuni - Trani e Bisceglie - con sindaci sensibili a questi problemi: l'uno di An, Tarantino, e l'altro del Pdci, Napoletano, ormai ex sindaco perché è in corsa per il Parlamento. Potrebbero ricordarsi di voi, senza paventare ( o progettare) speculazioni politiche sulle cause del vostro sacrificio nei gulag di Stalin. Potrebbero farlo per rispetto nei vostri confronti. E nei confronti di quelle radici pugliesi che tutti vantano. A parole.

Postato da: vinavil a 21:56 | link | commenti |
politica, culture, stalinismo, © , lettere al corriere

ISCRIVIAMOCI TUTTI ALL'ANPI ( !!! )

Mi è appena arrivato questo comunicato:


Comunicato di Nuova Informazione 

Con un linguaggio già sentito a Dachau il signor Gaetano Saya definisce dei giornalisti <cani randagi da spazzare via>. E, giacché, amplia la promessa di <repressione> ai connazionali di diversa opinione, da <andare a cercare uno ad uno>, o a chiunque abbia differenze sessuali o anagrafiche rispetto alle sue. Ma, per stare nelle sue inquietanti metafore, il signor Saya non è un singolo cane che ulula alla luna, ma il fondatore del Nuovo Msi Destra Nazionale che, illustrando al primo quotidiano nazionale l¹accordo elettorale stretto con Forza Italia, si richiama a <Berlusconi, che ha ragione su tutto, compresa la storia che i giornalisti dell¹Unità sono dei cani randagi da spazzare via. A cominciare da quel Furio Colombo>. Cominciamo col dire che il giornalismo è pieno di cani randagi, orgogliosi di non avere collari né padroni. Noi, che quotidianamente esercitiamo con passione e dignità una professione sempre più sotto attacco, siamo solidali con i bravissimi colleghi dell¹Unità e con i molti colleghi che ovunque vengono allontanati, umiliati, imbavagliati nel loro diritto d¹opinione, nell¹accesso alle fonti e nell¹occupazione precaria. E chiediamo a tutti i colleghi, i lettori, i cittadini di isolare con le armi della democrazia - dal boicottaggio di ogni veicolo mediatico razzista e violento sino all¹esercizio del voto - quelle prevaricazioni incivili che sempre favoriscono le derive autoritarie.

I giornalisti di Nuova Informazione


Proprio ieri, casualmente, il presidente dell'Associazione nazionale partigiani d'Italia (Anpi) barese - un simpatico signore di 83 anni che ha scalato tre piani a piedi per raggiungermi in redazione - mi ha consegnato due tessere dell'Anpi (quella del 2005 e quella nuova del 2006) per ringraziarmi di alcuni articoli che ho scritto sulla resistenza pugliese (e di pugliesi fuori dalla Puglia). Mai sono state così opportune (e gradite).

Io mi ero già iscritto una ventina di anni fa, perché il portiere dell'Unità (dove ho lavorato dal 1982 al 1998... e me ne vanto) era un ex partigiano in pensione.

Guardate che l'idea di iscriverci tutti all'Anpi non è mica male: loro, gli ex partigiani, ne sarebbero felici e noi faremmo onore alla memoria dei nostri padri e nonni (oltre che a noi stessi).

Anzi, lancio ufficialmente l'idea, che vale ovviamente anche per i <non giornalisti>: dopo le affermazioni dei (neo) fascisti, iscriviamoci tutti.

Magari avremmo già dovuto farlo, a prescindere. Ok?

Questo è un link che potrebbe essere utile: http://www.anpi.it/sedi.htm

 

Saluti fraterni

(come si scriveva una volta...).

Marco

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mercoledì, febbraio 15, 2006

sezione: OPINIONI - data: 2006-02-15 num: - pag: 11 - categoria: REDAZIONALE

Ipermercati, quando le piazze finte

sono più ospitali di quelle vere

                       (De Chirico, Piazza d'Italia)

Negli anni Settanta in Puglia aprirono molti grandi magazzini: accadde nella maggior parte dei grandi centri. Procurarono vera occupazione, portando inoltre nelle città la vera « cultura » dei consumi: novità, moda, stili d'acquisto e altro; senza sconvolgere il commercio tradizionale, che da questi insediamenti molte volte trasse spunti di modernizzazione. Tutto ciò è morto con l'insediamento di anonime strutture faraoniche, che hanno fatto della Puglia una delle regioni con più insediamenti di ipermercati. Ipermercati che dettano leggi alle comunità locali: orari di vendita, aperture nei giorni festivi e via elencando. Non solo. Ricattano le amministrazioni locali con annunci di licenziamenti. Fatto sta che in questi giorni, tramite il comune di Triggiano, è stata autorizzata un altra megastruttura distributiva, la più grande di tutta la Puglia. Cosa possiamo aspettarci da tutto questo? Un impoverimento del tessuto sociale ed economico dei nostri centri; e un aumento di un'occupazione « precaria » - sì, precaria - perché i posti di lavoro in queste strutture sono al 90 % di 20/ 24 ore settimanali: con una flessibilità esasperata, che soltanto a parole i sindacati combattono, ma nella realtà dei fatti appoggiano.

Biagio di Lernia

Trani


 

IL PUNTO

di Marco Brando

Gentile signor Di Lernia,

il mondo cambia in modo rapidissimo. Ce ne accorgiamo anche quando andiamo a « fare la spesa » . L'ho scritto tra virgolette non a caso. Infatti l'evoluzione del costume è stata così travolgente da cambiare il nostro lessico.

Oggi diciamo quasi tutti di andare « a fare shopping » ; significa la stessa cosa ma l'invadenza del neologismo la dice lunga sull'inarrestabilità di un fenomeno di massa che nel Nord Italia ( e ancor più all'estero) prevale da decenni.

Però lei ( a proposito, ha dimenticato un altro megastore in arrivo, l'Ikea) contesta pure le scelte di alcune amministrazioni locali e le pressioni che i grandi distributori eserciterebbero su queste ultime. Dice poi che quelle grandi strutture sono « fabbriche » di precari. In entrambi i casi, eventuali illegalità vanno contrastate. Tuttavia i contratti a termine - dai « co. co. co » ai neonati « contr atti a progetto » - non sono stati inventati dalla grande distribuzione: so no figli dei nostri governi, di centrosinistra e di centrodestra. Si può non condividere ( infatti le polemiche ci sono) la scelta del precariato legalizzato come valvola di sfogo per il mercato del lavoro; però sono contratti regolari. Inol tre, siamo sicuri che nei negozi « normali » delle nostre città, soprattuttto meridionali, i dipendenti siano davvero sempre assunti in modo legale? Gli esperti segnalano che il lavoro nero e/ o sottopagato la fa da padrone. Infine lei sostiene che i centri commerciali impoveriscono il tessuto sociale. In realtà anche in Puglia sono diventati luoghi di incontro pure per gente - giovane e non - che va lì soltanto per passare il tempo ( oltre che per risparmiare). E qui casca l'asino. Perché in Texas ha senso cercare una piazza artificiale in cui ritrovarsi, dato che non esistono o quasi quelle vere; in Italia le piazze e le vie centrali come luoghi di incontro esistono dai tempi dei Romani e, in Puglia, dai tempi della Magna Grecia. Il fatto è che il centro di una città come Bari ( per fare un esempio) non incoraggia granché l'aggregazione: le isole pedonali sono risicatissime, le auto la fanno da padrone, l'arredo urbano è scarso. Così la gente può preferire piazze finte ma attrezzate. Insomma, il successo dei centri commerciali come luoghi d'incontro dovrebbe indurre finalmente amministratori locali e commercianti a immaginarsi in maniera nuova il centro delle loro - nostre - città.

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martedì, febbraio 14, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-02-14 num: - pag: 11 autore: Bari categoria: BREVI

Bari, cosa può insegnare

la parabola dei biancorossi

 

Sono tifoso del Bari da oltre cinquant'anni. Quante ne ho viste nella mia lunga e onorata carriera di biancorosso: da quando - era così bello... - s'andava, solo la domenica pomeriggio, allo stadio della Vittoria; fino ad oggi, con un calcio globalizzato e affaristico che, onestamente, non mi piace più. Nella sua storia il Bari ne ha combinate tante. Abbiamo conosciuto pure l'onta della quarta serie. Io non sono d'accordo con l'infinita contestazione contro i Matarrese, cui si chiede di vendere la squadra. Ci si dimentica che, dopo tutto, con questa dirigenza abbiamo militato a lungo in A, con belle soddisfazioni; Bari non può dirsi calcisticamente una grande piazza e la sua squadra deve reggersi con le proprie forze, non potendo contare sui milioni a palate che girano nei maggiori club italiani. La gestione della dirigenza attuale è analoga a quella di tante squadre del livello del Bari: fondata sulla valorizzazione dei giovani e sulla caccia ai talenti che poi, volenti o nolenti, sono destinati a fare il salto di qualità; molte società che hanno fatto il passo più lungo della gamba sono fallite o sono nei guai. Apriamo gli occhi: il calcio è un business che attrae, ma che poi può bruciare e far danni. Vedi i casi di Napoli, Fiorentina, Perugia, Genoa e via dicendo.

Matteo Altini - Bari

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IL PUNTO

 

di Marco Brando

Gentile signor Altini,

intanto sento il gradito dovere di dirle che una lettera pacata, affettuosa e... saggia come la sua restituisce grande dignità al rapporto tra cittadini e mondo del calcio. Mi ha ricordato quel misto di passione calcistica e di legame con la propria terra e la propria squadra ( comunque vada) che testimoniavano mio padre e mio nonno, quando mi parlavano della loro infatuazione per il pallone. Cosicché concordo con lei quando fa notare che il calcio giocato a suon di milioni di euro, globalizzato e spesso senz'anima, non rende affatto giustizia allo spirito con cui un tifoso « vecchio stile » guarda a quel mondo. Così come certa tifoseria di grandi squadre, pronta a esibire mazze e svastiche tra l'apatia generale, fa passare la voglia di mettere piede in uno stadio.

Ma veniamo al Bari. Sono condivisibili pure il suo richiamo al realismo e il suo invito ad imparare dal destino di altre squa dre che hanno esagerato, finendo in enormi guai. Lei fa bene a chiedere ai tifosi di aprire gli occhi nel valutare l'eventuale arrivo di forestieri. I casi vicini, anzi vicinissimi ( a Foggia, si pensi al caso dell'ex azionista Giuseppe Coccimiglio, che ha rischiato di non far iscrivere la squadra al campionato in corso), e lontani ( le dimissioni del presidente Flaviano Tonellotto a Trieste) insegnano: ci si può imbattere in personaggi «a rischio» . Tuttavia è pur vero che a Bari i Matarrese potrebbero fare di più: basti pensare a come hanno investito Zamparini a Palermo e Pozzo a Udine.

La soluzione? Spronare i Matarrese, perché facciano davvero di più. Senza però trasformali nella causa di tutti i mali della squadra biancorossa. Inoltre deve essere l'intera città a incoraggiarli: amministrazione comunale compresa, alla faccia di eventuali ( chi ha le orecchie per intendere, intenda...) pregiudizi e «inimicizie» per vicende cittadine che con il Bari non hanno nulla a che fare. Se poi si porrà davvero il problema di trovare altri punti di riferimento, ebbene, in quel caso ( è cronaca, com'è noto, di questi giorni) sarà opportuno dare l' «ok» solo quando l'eventuale acquirente offrirà segnali concreti di disponibilità nell'investire. Nell'attesa - alla fine della fiera - forse ai Matarrese, per quel che riguarda i biancorossi, bisognerebbe dire solo «grazie» .

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sabato, febbraio 11, 2006

LETTERE AL CORRIERE DEL MEZZOGIORNO PUGLIA - 10/2/2006

Scuola, riflessioni di un prof barese

sui guai dei suoi studenti bergamaschi

Di mestiere faccio l’insegnante in una scuola della provincia di Bergamo. Sono barese e come tanti ho dovuto fare le valigie per trovare lavoro. Ma il problema non mi sembra questo. Anzi. Ritengo una risorsa poter conoscere realtà professionali diverse dalle proprie, confrontarsi con un modo di lavorare, strutture mentali, meccanismi di interazione sociale altri rispetto ai tuoi. Tutto ciò mi incuriosisce: questo lavoro – che ritengo interessante - mi dà tanto. Il problema forse sta altrove. E forse non ha latitudini. Vorrei richiamare l’attenzione sugli alunni italiani, sulla loro percezione del nostro precariato. I nostri governanti sanno che ogni anno i futuri cittadini italiani (o la maggior parte di loro) devono resettare la loro memoria valoriale, sentimentale, emozionale, perché, dietro la cattedra, è andato via Tizio ed è arrivato Caio? E tutto ricomincia e spesso finisce nel giro di qualche mese e devi interrompere un percorso educativo e sentimentale che non puoi liquidare in un «incarico annuale»? Una volta l’istrione, l’attore della classe imitava gli insegnanti più buffi, più singolari. Imitava i loro tic. Oggi non più. Forse gli manca il tempo.

 

 

Rocco Campagna

 

Bari / Bergamo


 

di Marco Brando

Gentile professor Campagna,

lei ci descrive un mondo scolastico che - anche lassù, nel mitico Nord in cui «c’è lavoro» - appare volatile e impalpabile. Un mondo dove, con tutta la buona volontà, gli adolescenti rischiano di non fare neppure in tempo a memorizzare il volto del docente supplente o precario di passaggio. Il turn over è tale che le pedane delle cattedre, più che un’aula scolastica, ricordano l’androne di una stazione nell’ora di punta. Le fa onore il fatto che non lamenti la sua estraneità a un territorio così  diverso dalla Puglia.Anzi, giustamente - nostalgia a parte – sottolinea che è un arricchimento conoscere altre mentalità, metodi di lavoro e interazioni sociali. E le fa ancora più onore la preoccupazione, piuttosto, per il modo in cui i suoi studenti possono vivere, intimamente e pedagogicamente, il continuo alternarsi di professori. Un problema che non ha latitudini. Tanto più serio quanto più si considera che le nuove tecnologie non devono né possono sostituire l’insegnante. Anzi, di fronte alle messe di informazioni (alcune fondate, molte incontrollate o fuorvianti) che si può ricavare da Internet, resta fondamentale il ruolo del docente: capace di indirizzare lo studente in quell’immensa ma disorientante biblioteca virtuale, affacciata in ogni casa attraverso il Web. Di fronte a questa trasformazione epocale la scuola pare inerme, tra tagli di fondi e via-vai di precari. Già nel 1998 il Censis segnalò: «La scuola italiana cambia volto. Personal computer, postazioni multimediali, reti intranet, connessioni telematiche, si diffondono in ogni ordine e grado... La trasformazione dell’ambiente scolastico e del modo di fare didattica non appare però frutto di una programmazione organizzata, quanto piuttosto di un processo spontaneo, sul cui sviluppo pesa soprattutto un deficit di investimenti sia sul piano delle dotazioni tecnologiche che su quello della formazione delle risorse umane». Non a caso il capitolo dedicato al problema era intitolato «Il volontarismo tecnologico degli insegnanti». A giudicare da quel che lei ci scrive (e che sentiamo in giro) non è cambiato molto, otto anni dopo. Non possiamo che augurarle (e chiederle) di resistere. Anche se c'è da domandarsi come potrebbe un De Amicis dei giorni nostri scrivere il libro Cuore. Forse è questa la ragione per cui da 1990i siamo ormai fermi al famoso Io speriamo che me la cavo.

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giovedì, febbraio 09, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI -
sezione: 1 CULTURA - data: 2006-02-09 num: - pag: 17
categoria: REDAZIONALE

Uno studio di Margherita Marvulli ( introdotto da Luciano Canfora) sul lavoro giornalistico del grande filologo

Giorgio Pasquali, dall'università

al Corriere della Sera

Ed ecco che una piccola, ma agguerrita, casa editrice barese, « E dizioni di Pagina » si confronta con Giorgio Pasquali ( Roma, 1852 - Belluno, 1952), il principe dei filologi classici italiani della prima metà del Novecento. Un tale personaggio che, quando fu commemorato nel 2002, il presidente Ciampi affermò lapidariamente d'aver sempre applicato il metodo da lui appreso alla Scuola Normale Superiore di Pisa. E « Pagina » si confronta pure con il Corriere della Sera , su cui Pasquali scrisse a lungo.
Ne è scaturito un volume minuto ma denso: Giorgio Pasquali nel « Corriere della Sera » ( pp. X- 174, euro 12), in cui l'autrice Margherita Marvulli - nata a Bari nel 1975, laureata in Filologia Classica nell'ateneo locale, attualmente al lavoro presso la « Fondazione Corriere della Sera » - ricostruisce la traccia completa del rapporto di Pasquali con il Corriere , raccogliendo gli articoli mai più ripubblicati: né da Pasquali stesso nelle Pagine stravaganti , né in altre antologie postume. Segue un carteggio con l'allora direttore del quotidiano, Aldo Borrelli: u n f a c - cia- a- faccia che rischiara la seconda fase della collaborazione del filologo con la testata milanese, conseguente alla sua nomina ad Accademico d'Italia.
Insomma, una riscoperta già di per sé assai stimolante, cui aggiunge ulteriore pepe, e stimoli, la nota introduttiva scritta da Luciano Canfora, professore di Filologia greca e latina a Bari, a sua volta collaboratore del Corriere della Sera . Canfora esordisce spiegando che scrivere su un quotdiano era già di per sé una novità, per la generazione di Pasquali: « L'approdo nelle pagine del giornale quotidiano fu, per una parte del mondo univ e r s i t a r i o , uno degli eff e t t i d e l l a " mobilitazione" degli spiriti della prima guerra mondiale. Questo fu evidente soprattutto in Germania, ma anche in Italia » .
Una collaborazione che impose « all'attenzione di un ceto intellettuale di quella levatura la consapevolezza di quanto la divulgazione, la capacità di far si leggere e intendere da larghe cerchie fosse indispensabile » .
Pasquali, e Goffredo Coppola, furono - scrive Canfora - « capaci in quegli anni di cimentarsi, con originalità, nella non facile prova di portare la loro competenza nelle pagine di grandi quotidiani; e di spiegare ai lettori " comuni" che quel mondo separato di cui essi erano così validi cultori poteva e doveva rientrare nella più vasta e generale circolazione culturale » .
Non a caso, del filologo, Gadda scrisse: « Il nome di Giorgio Pasquali non è forse dei più familiari alle orecchie dei tifosi di calcio: è nome insigne nell'ambito della cultura italiana ed europea... La sua pagina critica ha il valore e sa raggiungere l'interesse immediato di un dramma: nulla è più drammatico, oggi, di un uomo che ragioni. Pasquali ragiona » .

Marco Brando

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Corriere del Mezzogiorno - BARI -
sezione: 1 CULTURA - data: 2006-02-09 num: - pag: 17
categoria: REDAZIONALE

Uno studio di Margherita Marvulli ( introdotto da Luciano Canfora) sul lavoro giornalistico del grande filologo

Giorgio Pasquali, dall'università

 al Corriere della Sera

Ed ecco che una piccola, ma agguerrita, casa editrice barese, « E dizioni di Pagina » si confronta con Giorgio Pasquali ( Roma, 1852 - Belluno, 1952), il principe dei filologi classici italiani della prima metà del Novecento. Un tale personaggio che, quando fu commemorato nel 2002, il presidente Ciampi affermò lapidariamente d'aver sempre applicato il metodo da lui appreso alla Scuola Normale Superiore di Pisa. E « Pagina » si confronta pure con il Corriere della Sera , su cui Pasquali scrisse a lungo.
Ne è scaturito un volume minuto ma denso: Giorgio Pasquali nel « Corriere della Sera » ( pp. X- 174, euro 12), in cui l'autrice Margherita Marvulli - nata a Bari nel 1975, laureata in Filologia Classica nell'ateneo locale, attualmente al lavoro presso la « Fondazione Corriere della Sera » - ricostruisce la traccia completa del rapporto di Pasquali con il Corriere , raccogliendo gli articoli mai più ripubblicati: né da Pasquali stesso nelle Pagine stravaganti , né in altre antologie postume. Segue un carteggio con l'allora direttore del quotidiano, Aldo Borrelli: u n f a c - cia- a- faccia che rischiara la seconda fase della collaborazione del filologo con la testata milanese, conseguente alla sua nomina ad Accademico d'Italia.
Insomma, una riscoperta già di per sé assai stimolante, cui aggiunge ulteriore pepe, e stimoli, la nota introduttiva scritta da Luciano Canfora, professore di Filologia greca e latina a Bari, a sua volta collaboratore del Corriere della Sera . Canfora esordisce spiegando che scrivere su un quotdiano era già di per sé una novità, per la generazione di Pasquali: « L'approdo nelle pagine del giornale quotidiano fu, per una parte del mondo univ e r s i t a r i o , uno degli eff e t t i d e l l a " mobilitazione" degli spiriti della prima guerra mondiale. Questo fu evidente soprattutto in Germania, ma anche in Italia » .
Una collaborazione che impose « all'attenzione di un ceto intellettuale di quella levatura la consapevolezza di quanto la divulgazione, la capacità di far si leggere e intendere da larghe cerchie fosse indispensabile » .
Pasquali, e Goffredo Coppola, furono - scrive Canfora - « capaci in quegli anni di cimentarsi, con originalità, nella non facile prova di portare la loro competenza nelle pagine di grandi quotidiani; e di spiegare ai lettori " comuni" che quel mondo separato di cui essi erano così validi cultori poteva e doveva rientrare nella più vasta e generale circolazione culturale » .
Non a caso, del filologo, Gadda scrisse: « Il nome di Giorgio Pasquali non è forse dei più familiari alle orecchie dei tifosi di calcio: è nome insigne nell'ambito della cultura italiana ed europea... La sua pagina critica ha il valore e sa raggiungere l'interesse immediato di un dramma: nulla è più drammatico, oggi, di un uomo che ragioni. Pasquali ragiona » .

Marco Brando

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sezione: OPINIONI - data: 2006-02-09 num: - pag: 16 -categoria: BREVI

Treni, istruzioni per l'uso dell'ironia

come cura contro l'ansia del pendolare

 

Qualche giorno fa un lavoratore pendolare s'è sdraiato sui binari per protestare contro disservizi e scelte di Trenitalia. Denunciato: per interruzione di pubblico servizio. E tutti a parlar male delle ferrovie. Tranne me, ci tengo a dirlo. Sono pendolare anch'io, da ormai un decennio, tra Foggia e Bari. E, da pendolare, voglio difendere Trenitalia dalle accuse più comuni. Per dirne una, è del tutto falso che il riscaldamento nei vagoni non funzioni; per esperienza diretta, posso garantire che su uno stesso treno, democraticamente, c'è per i viaggiatori il massimo delle scelte possibili. Ecco il vagone a 35 gradi e quello a 5: la temperatura media è dunque di 20 gradi . Carrozze e scompartimenti sono sporchi? Mica vero: ogni carrozza è dotata di minuscoli animaletti che fagocitano lo sporco. Le porte di molti vagoni non s'aprono perché guaste e bloccate? Sbagliato: basta togliere la sicura ( si trova all'esterno, sotto le ruote). Il prezzo dei biglietti è alto? Ma in confronto al resto dell'Europa sono bassi, tant'è che ritengo sia stata una scelta saggia dotare le stazioni prive di biglietteria di quelle adorabili macchinette che, se funzionano, non danno mai il resto: così, ci sentiamo tutti un po' più europei.

Raffaele Licinio

Professore universitario - Foggia

 


 

 di Marco Brando

Gentile professor Licinio,

la sua sarcastica lettera pare ispirata al famoso detto «Rido per non piangere» . Tanto più che, pure in caso di eventuale depressione da pendolare, sarebbe difficile, visti i noti ritardi, mettere in pratica l'altro metaforico modo di dire: « Di questo passo mi butto sotto a un treno » . Per solidarietà, comunque, includiamo qui la parte finale della sua missiva. Si domanda: «Il servizio è peggiorato negli ultimi anni? Falso: i nostri treni riescono a viaggiare persino con il cosiddetto " uomo- morto" ( sistema VACMA) in cabina di guida. Su molte tratte c'è un solo binario? E allora? Su quanti binari contemporaneamente può viaggiare un treno?» .

Insomma, lei prova a consolarsi ( a proposito, funziona?) ricorrendo ai paradossi. E, com'è noto, ciascun periodo storico ha i propri paradossi. I Greci li consideravano paralogismi, «oltre la logica» , puri e semplici errori di ragionamento. Nel Medioevo divennero insolubilia , cioè dilemmi inspiegabili. Per i moderni essi sono antinomie, « contro le regole », «oltre l'opinione corrente » . Però « la storia dei paradossi è letteralmente uno sterminato spettacolo di varietà », come ha scritto un noto logico matematico, Perigiorgio Oddifredi, « con scene che vanno dalla tragedia greca all'operetta». Nel caso delle Ferrovie italiane la scena pare spostata quasi sempre verso quest'ultima, anche se purtoppo le tragedie non mancano.

Di certo, oggi è difficile trovare in Italia qualcosa che rispecchimeglio della Fs il caos nostrano. Siamo nel 2006 e ci sono ancora vaste aree del Paese, soprattutto nel Sud ( ma pure a Nord), servite quasi interamente da binari unici concepiti nell'Ottocento; e da treni degli anni Sessanta o Settanta che arrivano « regolarmente » con più di mezz'ora di ritardo, anche sulle percorrenze brevi. Per non parlare di compagni di viaggio abituali che farebbero la gioia di qualsiasi entomologo. Che fare? Trenitalia risponde con l' « Alta velocità » , con la « Business Class » , con uno spot in cui persino una colomba bianca ha una comoda poltrona riservata. Autosatira? Forse. Anche perché il mondo Fsa non è nuovo all'autoironia: di recente, per restare nella nostra zona, il sindaco materano Michele Porcari, ha chiesto il ritiro dello spot di Trenitalia che invitava ad acquistare il biglietto in anticipo per « andare a trovare lo zio Pietro a Matera » . Peccato che sia l'unico capoluogo italiano a non essere collegato alla rete ferroviaria nazionale.

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mercoledì, febbraio 08, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI -

sezione: OPINIONI - data: 2006-02-08 num: - pag: 11

categoria: BREVI

E ora, dopo aver « ceduto » Cassano,

vendiamo il Sud sul mercato delle idee

 

La vicenda del fuoriclasse barese Antonio Cassano è stata segnalata, nel rapporto Eurispes 2006, come metafora dell'attitudine tutta italiana a lasciarsi sfuggire grandi talenti. Un ragazzo del Sud è considerato « simbolo dello spreco di risorse e genialità » . E quanto risalto si dà a questa notizia sui quotidiani di casa nostra? Sarà per un innato « understatement » meridionale o per un'atavica incapacità di valorizzare i talenti nostrani? Certo è che, invece di puntare i riflettori per illuminare ciò che ci dà lustro, una forma di pudore ci porta a mantenere nell'ombra le nostre ricchezze. Questo da sempre. Perché? Ho l'impressione che la Puglia soffra d'una specie di complesso di Cenerentola nei confronti del Nord. Non si può ridurla ad una location cinematografica o a un paradiso terrestre per vip in cerca di relax. Non abbiamo solo scorci affascinanti ed eventi folkloristici. Qui sono nati, nascono e nasceranno uomini e donne di valore. Ce lo ricorda l'Eurispes, oggi nominando Cassano. Ma noi stessi sappiamo riconoscere le nostre potenzialità, le sappiamo pure coltivare? Sarebbe malinconico assistere allo sperpero di risorse che potrebbero far rifiorire il nostro amato Meridione: dopo aver dato le braccia non regaliamo anche le menti.

Margherita De Napoli

Modugno

 


IL PUNTO

di Marco Brando

Gentile signora De Napoli,

l'autolesionismo è una dote spiccata di noi italiani. Nel Mezzogiorno la vocazione spesso s'accentua, in modo direttamente proporzionale alle aspettative tradite. Si manifesta in un florilegio di argomentazioni. Vanno dal ( come s'usa dire oggi) « coming out » - « Hanno ragione al Nord quando criticano il Sud » , argomento diffuso tra i meridionali immigrati verso settentrione - all'indignazione: « Certe cose vanno male perché il Nord ci ha sfruttati » . E il sottoscritto - raro esemplare di nordista emigrato a Sud, con genitori settentrionali ma con nonni paterni nati tra Napoli e Caserta ( quelli materni tra Genova e Venezia) - oltre ad essere testimone trasversale di questa vocazione, a sua volta ne é probabilmente pu re, più o meno consapevolmente, vittima ( ecco, ho fatto « coming out » pure io).

Premesso questo, il « caso Cassano » può apparire emblematico.In verità, non lo é. Si presume che il « pibe de oro » di Bari vecchia sia stato indotto alla migrazione più in virtù dei milioni di euro targati Real Madrid che per colpa della scarsa considerazione italo- pugliese. Semmai esiste un problema di scarsa autostima tra gli italiani e, con accenti più marcati, tra i meri dionali, per molte ragioni storiche e sociali.

Che fare? Nel Mezzogiorno, pure a livello accademico e intellettuale, occorre ritrovare la forza di « vendere sul mercato delle idee » culture e tradizioni secolari, che hanno segnato la storia. Lo ha rilevato l'altro Cassano, il sociologo barese Franco, proponendo il « pensiero meridiano » . Traduzione: è l'idea che il Sud abbia non solo da imparare dal Nord, dai Paesi cosiddetti sviluppati, ma abbia anche qualcosa da insegnare; quindi il suo destino non è quello di scomparire per diventare Nord, per diventare come il resto del mondo.

È il Sud che ha partorito, ad esempio, la Laterza. Quello che, come ci ricorda una recente iniziativa dell'editore barese Palomar, ha dato i natali a Benedetto Croce ma anche al pugliese Tommaso Fiore: colui che ha celebrato quel « popolo di formiche » che ha costruito la Puglia come la conosciamo oggi. È pure il Sud di tutti i giorni, quello che alla cultura del « fast food » ( non solo alimentare ma anche mentale), contrappone ancora, per fortuna, lo « slow food » : del corpo e dell'anima. Merce rara, che - se ben proposta sul mercato globalizzato delle idee - potrebbe andare a ruba.

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martedì, febbraio 07, 2006

La vera storia del dromedario

che sta facendo una vita da cani

 

Non ho nulla contro i lavoratori circensi: eredi di vere tradizioni artistiche, sono ammirevoli ( e divertenti). La critica va, invece, a coloro che perseverano nell' usare gli animali, privandoli, della libertà e pure della dignità, degradandoli a puro oggetto di altrui « divertimento » . Fino alla crudeltà, l'ennesima in ambito circense, d'usarli come veicolo pubblicitario, costringendoli a infiniti giri « dimostrativi » nel caos cittadino. È avvenuto anche a Lecce, nelle scorse settimane, quando un povero dromedario, per giorni, è stato trainato per le vie urbane, nel traffico delle ore di punta, su un piccolo rimorchio di fortuna: il tutto, ovviamente, per pubblicizzare gli spettacoli. Durante uno dei giri turistici per dromedari, il veicolo ha attirato l'attenzione d'una pattuglia di tutori dell'ordine. Ebbene, la stampa ha riportato che non è stata rilevata alcuna irregolarità. È noto, infatti, che i dromedari vivono normalmente nelle nostre città e che nel traffico automobilistico sono felici e contenti... Invece, a quanto pare, è ignoto che, da due anni, c'è una legge, la 189/ 2004, che persegue i comportamenti lesivi di libertà, salute e dignità degli animali. I gestori dei circhi non paiono saperlo. Purtroppo, neppure i « tutori della legge » .

 

Gabriele De Blasi

Lecce

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di Marco Brando

 

Gentile signor De Blasi,

iL M a h a t m a G a n d h i ( 1869- 1948) sosteneva che « la grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali » . Più di mezzo secolo dopo ha ancora ragione. Lo scarso rispetto nei confronti degli animali, certo, non è una prerogativa pugliese. Diciamo che l'Italia in blocco predica bene ma razzola malissimo. Anche in questo campo, le normative ci sono. Però è sempre ambigua la risposta a un quesito fondamentale: chi e come deve farle rispettare? Per quel che riguarda i circhi, secondo la Lav ( Lega antivivisezione) ne circolano in Italia circa centotrenta. Quella dei circhi con animali è un'attività obsole ta che sopravvive solo grazie ai cospicui finanziamenti pubblici. Mentre in Francia e Gran Bretagna il circo senza animali è una realtà. Fortunatamente anche nel nostro Paese si cominciano a muovere i primi passi: è il caso del Circo di Paride Orfei e di qualche altro. Per la cronaca, il più grande dei circhi « per bene » è il canadese « Cirque du Soleil » : non ha mai usato animali; da tempo non riceve contributi pubblici, tuttavia incassa da so lo otto volte di più di tutti i circhi italiani messi assieme. Ma i circhi non sono il solo esempio di un cattivo rapporto tra uomini e animali, in Italia e dalle nostre aprti. C'è pure l'enorme problema dei cani ran dagi. La Puglia ha una buona legge del 1995, la 12: « Interventi per la tutela degli animali d'affezione e prevenzione del randagismo » . Vorrebbe perseguire « gli atti di crudeltà » , « i maltrattamenti » , « l'abbandono » . I risultati? Siamo al quinto posto tra le regioni per numero di randagi. Di canili ce ne sono oltre cento; ma se sono lager per cani servono solo a chi li gestisce con sovvenzioni pubbliche. In Puglia ( secondo l'Associazione nazionale tutela animali) si spendono ogni anno 35 milioni ( il 90 % a carico dei comuni) solo per alimentare circa 40000 cani tenuti, spesso male, nei vari canili. Intanto i randagi circolanti sono oltre 150000: producono circa 50000 cuccioli ogni anno, di cui mediamente 35000 muoiono prematuramente. Forse aveva ragione Italo Calvino, allorché descrisse « lo sguardo dei cani quando non capiscono e non sanno che possono aver ragione a non capire » . Per non parlare dei dromedari...

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Corriere del Mezzogiorno - BARI -

sezione: 1 CULTURA - data: 2006-02-07 num: - pag: 12

categoria: ALTRI OGGETTI

Palomar, tornano in libreria

i classici del meridionalismo

« Un popolo di formiche » di Tommaso Fiore

oltre le sessantamila copie: un successo straordinario

 

di MARCO BRANDO

 

Dal 2001, in meno di cinque anni, il libro ha venduto

sessantamila copie, la metà in Puglia. In un Paese in cui, salvo rare

eccezioni, il numero di copie si conta in due o tre migliaia quando va bene,

è un successone. Anzi, è un fenomeno editoriale. Di cosa si tratta? Del

prevedibile boom di un parto di Bruno Vespa o dell' Harry Potter di turno,

iperpubblicizzati in tv e altrove? No. E qui sta il bello. Il libro

s'intitola Un popolo di formiche ; ed è stato firmato ottant'anni fa dal

pugliese Tommaso Fiore, nato a Altamura nel 1884 e scomparso a Bari nel

1973. Un intellettuale riscoperto, e ancora da riscoprire, che nel

socialismo liberale vedeva lo strumento più efficace per la rinascita del

Sud.

Fatto sta che Un popolo di formiche , ristampato da Laterza nel dopoguerra,

dall'inizo degli anni Settanta era scomparso. Finché nel 2001 la casa

editrice Palomar di Bari, fondata nel 1989 da Gianfranco Cosma, non l'ha

riproposto come primo libro della collana diretta da Giuseppe Giacovazzo, i

« Classici del meridionalismo » . E da allora - anche grazie all'opera di

divulgazione, soprattutto nelle scuole, da parte di Cosma e Giacovazzo -

l'opera è diventata campione di vendite.

L'altro volume di Fiore, Un cafone all'inferno , ha venduto trentamila

copie.

Insomma, un trionfo della cultura meridionalista. Chi l'avrebbe mai detto,

in quest'Italia in cui si dimenticano le radici storiche e culturali vere,

sacrificate sull'altare di invenzioni fantastoriche ( come quella su cui

cresce il mito leghista della Padania) e di lavaggi del cervello mediatici?

Così Palomar, per festeggiare, ha lanciato l'iniziativa editoriale « Sud,

nostra storia » , curata sempre da Giacovazzo. Ne è scaturito un cofanetto

elegante, primo d'una serie di sei che usciranno annualmente. « Nasce dal

desiderio di recuperare alla memoria, soprattutto dei giovanissimi, i

capisaldi del pensiero meridionalista » , conferma Cosma.

L'opera, appena giunta in libreria a 78 euro, contiene infatti alcune tra le

più belle pagine dei « Classici del Meridionalismo » : oltre ai due

volumetti di Fiore, Il sergente romano di Antonio Lucarelli; Svegliati Sud!

di Luigi Sturzo; La questione meridionale di Fortunato, Nitti, Ciccotti,

Einaudi; La rivoluzione meridionale di Guido Dorso.

S'inserisce pienamente, aggiunge Cosma, « nella linea editoriale palomariana

da sempre attenta alla nostra identità storico- culturale » . Il cofanetto

« Sud, nostra storia » diventa così un prezioso strumento per preservare e

tramandare la cultura meridonalista: « In un percorso di conoscenza, ma

soprattutto di presa di coscienza della nostra terra » . L'ambizione? «

Costruire una sorta di enciclopedia del meridionalismo storico, grazie alla

conoscenza dei padri, e a sviluppare un meridionalismo moderno, concreto e

teso nel divenire » . Il prossimo cofanetto sarà venduto a partire da

settembre 2006. Conterrà Il seme nascosto di Carlo Levi, a cura di Aldo

Cormio; Carano Convito- Gobetti. Storia di una collaborazione , a cura di

Sergio D'Onghia; Lettere meridionali di Pasquale Villari a cura di Luigi

Marseglia; Note su alcuni temi della questione meridionale di Gramsci di Lea

Durante; Note sull'attività e l'impegno meridionalista di De Viti De Marco

di Anna Lucia Denitto; Il ministro della mala vita di Gaetano Salvemini, a

cura di Ennio Corvaglia.

Di certo, il pensiero di Tommaso Fiore ha messo e sta mettendo nuove radici.

E i suoi due volumi,  riproposti nel cofanetto, meritano già da soli un super brindisi.

Anche perché bisogna partire dal presupposto che Croce è stato citato per

decenni, anche a livello accademico, come se fosse stato il solo, per quanto

« gigantesco » , intelettuale meridionale della prima metà del Novecento.

Ebbene, Fiore era un personaggio che potè permettersi - quando Croce gli

chiese: « Ma tu poi, in fondo, in questi cafoni cosa ci trovi? » - di

pensare ( e mettere per iscritto) questo concetto: « Da quel momento ho

capito che Benedetto Croce, il mio grande maestro, non aveva più niente da

insegnarmi » . Il contrasto con Croce, che aveva frequentato per anni nella

villa degli editori Laterza, diventò per Fiore insanabile quando, alla fine

della II guerra mondiale, le loro idee sul mondo dei « cafoni » e sulle

prospettive di riscatto si mostrarono in maniera lampante. L'uno ancora

conservatore; Fiore, invece, testimone e interprete della cultura rurale del

Sud. E infatti lottò a fianco dei lavoratori della terra, tanto che già nel

1920 era diventato sindaco di Altamura. Per poi legarsi a Salvemini e

Gobetti; legami pagati cari durante il fascismo. Scrisse le Lettere pugliesi

proprio per rispondere a una solleci tazione di Gobetti: vi raccontò la

storia dei suoi « cafoni » che, lavorando come formiche con sudore e sangue,

hanno trasformato la costa pugliese da sterile landa sassosa in distesa di

mandorli, ulivi e viti. Ed esaminò la scontro antico tra proprietari e

contadini. Ventisette anni dopo quelle lettere furono ripubblicate da

Laterza sotto il titolo Un popolo di formiche e gli valsero, nel 1952, il

« Premio Viareggio » .

Poi Tommaso Fiore fu quasi dimenticato. Il giovane Gianfranco Cosma - barese

che allora lavorava per Einaudi a Torino - ebbe il privilegio di seguirlo

negli ultimi quattro anni della sua vita, prima che Fiore si spegnesse a

Bari il 4 giugno 1973. La famiglia concesse poi alla Palomar, varata da

Cosma, i diritti sulle opere. Così, un po' per volta, Un popolo di formiche

è diventato un best- seller, vendendo più negli ultimi cinque anni che in

tutti quelli precedenti. « Ero a Parigi quando ricevetti la notizia della

scomparsa di Fiore » , ricorda oggi Cosma. « Partii subito. E feci in

un'unica tirata il viaggio in auto fino a Bari. Per poter partecipare ai

funerali, il giorno dopo » .

Postato da: vinavil a 15:44 | link | commenti |
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AUGURI BUFFI PER IL MIO (RECENTE) COMPLEANNO !

Da: storiamedievale@yahoogroups.com

[mailto:storiamedievale@yahoogroups.com]Per conto di pfaffenkaiser

Inviato: lunedì 6 febbraio 2006 11.09

A: storiamedievale@yahoogroups.com

Oggetto: [Forum Storia Medievale] Ogg: Auguri a Marco

 

Oh! Auguri al doctor Marcus de Ianua trapiantatus in Apulia

chronista medievalis de Era Moderna (kuelli de li tempora mea

schribebant super pirgamino et tres digiti schribunt, totum

corpusque laborat ke costas in ventgrem mergit etkaitera etkaitera

etkaitera; Marcus schribit super Jornale et skommetto ke omnes

digiti schribunt, sed poscia li okuli dolent. Ma ke c'entra?!?!?!?

Est tucta kolpa de illo sckermo ke est spiritato et ivi sunt

diaboli!!!!) !!!! Pero ke kausa pulchra isto foro ke omnes ni

facimus illi auguri et felicitationes humilmente sic et

simpliciter!!!

Benedicite!!!

PF(etkaitera etkaitera etkaitera)

Postato da: vinavil a 15:41 | link | commenti (2) |
divagazioni

lunedì, febbraio 06, 2006

LE ALLEGRE SUORE DANESI

... PURE PREVIDENTI...

PERO', DA COME SORRIDONO, SI VEDE CHE CON LE VIGNETTE "ISLAMICHE" SI SONO DIVERTITE ..

Ps: foto trovata casualmente su internet

Postato da: vinavil a 15:22 | link | commenti |
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venerdì, febbraio 03, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: OPINIONI - data: 2006-02-03 num: - pag: 11 - autore: Bari categoria: BREVI

Come ribellarci ai «tifosi» del nazismo

durante la nostra vita quotidiana

 

Sono un genitore. In questo periodo non mi inquieta soltanto il boom delle vendite dei poster raffiguranti Hitler e Mussolini, cosi come capita in piazza Umberto a Bari e come ha riportato ill « Corriere del Mezzogiorno » l'altro ieri. Mi preoccupano anche le scritte razziste che spuntano come funghi sui muri della nostra città. Basta passeggiare in via Napoli, o in tutto il Murattiano, per imbattersi in svastiche e scritte contro gli stranieri. Concordo con le parole del sindaco Emiliano e del presidente della Regione Vendola. Essi, nei giorni scorsi, hanno paventato il rischio di un «criptofascismo» che serpeggia tra i giovani baresi. Le chiedo e mi domando: cosa possiamo fare noi quarantenni, genitori di questi adolescenti che non conoscono nemmeno i significati dei simboli di un passato così inquietante e angosciante? Anche gli ultimi episodi dell'Olimpico - a Roma, durante la partita Roma- Livorno - fanno pensare che ci sia un pericoloso ritorno ai periodi più bui del Novecento. Sono seriamente preoccupato, soprattutto quando osservo in televisione personaggi amati dai più giovani che lanciano messaggi distorti. Che esempio danno? E che esempio riusciamo a dare noi adulti?

                                                                                                                         Bruno Tambone

 


 

IL PUNTO

 

di Marco Brando

Caro signor Tambone,

non preoccupano solo i piccoli gruppi di esaltati, più o meno ignoranti, allo stadio e fuori. Preoccupa soprattutto l'indifferenza: l'alibi che ha sempre consentito alla moltitudine di « persone per bene » di non vedere; alle aristocrazie di massacratori di fare il loro allucinante lavoro; che ha consentito a passanti e tifosi di considerare « tollerabile » che si vendano ritratti di Hitler per la strada e che si srotolino striscioni nazisti sugli spalti, per giunta nel periodo in cui si celebra la «Giornata della memoria» dell'Olocausto. Che fare? L'altro giorno ne parlavo con un amico e collega francese, Eric Jozsef, che è di origine ebraica e da anni vive a Roma, dov'è corrispondente di alcuni giornali francofoni. Ci siamo visti do menica scorsa, poco dopo la partita Roma- Livorno: è un tifoso romanista; ma è stato uno dei pochissimi a lasciare lo stadio, per protesta, dopo l'esposizione di slogan hitleriani e mussoliniani, in cui s'inneggiava pure ai lager. Proprio a Eric ho girato la sua email, chiedendo un'opinione. Che fare, dunque? « Ricordare è essenziale, spiegare fondamentale; ma occorre anche agire, ognuno nel suo piccolo. Mostrare ai più giovani che ci sono limiti da non varcare, che nazismo e fascismo non sono politica ma storia criminale ». Come? « Si puo andare a ripulire il muro sotto casa con scritte razziste. Uscire dallo stadio o spegnere la tv davanti a striscioni nazisti. Cambiare edico la se vende i calendari di Mussolini. L'importante è non restare inermi. Bisogna dare, soprattutto davanti ai giovani, un segnale di rifiuto e sdegno, pure con gesti modesti » . Poi: « I militanti nazisti sono ancora, per fortuna, pochi. Ma l'indifferenza con cui sono stati accolti gli striscioni a Roma è preoccupante. E il segnale di una società che si crede immune del ritorno di questi funesti spettri. E nessuna società lo è. È ancora più preoccupante pensare che due ex presidenti del consiglio ( Dini e D'Alema, ndr ), un ambasciatore d'Israele, e tutte le autorità sportive e politiche che erano allo stadio, hanno passivamente accettato l'esposizione a lungo, sotto i loro occhi, del motto delle SS « Gott mit uns » , pur di non perdere una partita di calcio ». Eric ha ragione. Ovunque dobbiamo ribellarci, nella vita quotidiana, contro tutti i razzismi e totalitarismi. Insegnandolo ai nostri ragazzi. Perché, come canta De Gregori, «la Storia siamo noi, siamo noi padri e figli».

Postato da: vinavil a 20:08 | link | commenti (5) |
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giovedì, febbraio 02, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI -

sezione: OPINIONI - data: 2006-02-02 num: - pag: 11

autore: Bari categoria: BREVI

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 Punta Perotti, ( forse) c'era una volta

qualcuno che si è sbagliato  

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Come si diceva da tempo, i nodi del cosiddetto ecomostro di Punta Perotti sono venuti infine al pettine. E ora i costruttori hanno chiesto il conto: esigono mille miliardi e passa di vecchie lire da Comune di Bari, Regione Puglia e Ministero. Il Comune può dire fin che vuole che dovrebbero essere i progettisti a pagare i danni… Ma se pure fosse vero che i progettisti hanno sbagliato, si può sapere alla fine chi ha dato quelle autorizzazioni? C'è un nome e un cognome di questo illuminato funzionario ( o magari è più di uno) che, con l'avallo del consiglio comunale dell'epoca, pensò bene di dare semaforo verde a quel progetto? Adesso il rischio che spetti davvero al Comune pagare è reale. E il cittadino si chiede perché debba essere alla fine lui, e non i responsabili di questo pasticcio, a rimetterci di tasca propria, visto che comunque i costi in un modo e nell'altro ricadrebbero sui contribuenti. Certo, è facile che i veri responsabili facciano perdere le proprie tracce, piuttosto che pagare quel conto miliardario. Non sarebbe la prima, né presumiblmente l'ultima volta, nel nostro Paese. Ma è possibile che la nostra Italietta debba andare sempre avanti così?

Michele D'Aloiso  

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IL PUNTO

di Marco Brando

Gentile signor D'Aloiso, il suo quesito, pur essendo logico, non ha una risposta. Inoltre temiamo che porlo possa procurare, in Puglia e fuori, qualche sorrisino di compassione. Sia chiaro, sul fronte del caso « Punta Perotti » noi siamo solidali con lei ( tanto più che è un emblema dell'abusivismo nazionale) e altrettanto interessati a sapere: « Chi paga? » . Però siamo pronti anche a condividere la prevedibile mitragliata di sorrisini. Perché prevedibile? Un po' in virtù del noto scetticismo italico. Un po' perché siamo abituati a istituzioni e partiti che, da tempo, s'attribuiscono istantaneamete eventuali meriti; mentre, a torto a ragione, imputano costi e ritardi alle presunte inadempienze dei predecessori. Fenomeno che è apparso assai di moda negli ultimi quindici anni, dopo la fine della cosiddetta « Prima Repubblica » ; ed è giunto all'apice durante questa lunga e ansiogena vigilia elettorale, di cui siamo tutti testimoni, per quel che riguarda i temi di carattere nazionale. A quanto pare l'alibi è contagioso.

Comunque, sul fronte dei palazzoni di Punta Perotti, potrebbe esserle di conforto sapere che la sua domanda se l'era posta anche la gip Maria Mitola. Scrisse la prima sentenza di confisca dell'ecomostro, nel 1999. Vi si legge: « Singolare se non addirittura ai limiti del paradossale si appalesa l'assoluta disinvoltura con la quale si è svolto il complesso e travagliato procedimento amministrativo che ha portato all'improvvido rilascio dei provvedimenti autorizzatori e concessori. Procedimento assolutamente illegittimo, ai limiti della liceità. ... Tanto da far sorgere il dubbio che la Pubblica Amministrazione avesse tutt'altre finalità da perseguire e non certo la tutela di interessi pubblici » . Perché non furono prese iniziative giudiziarie nei confronti del Comune? « Tali fatti - scrisse la giudice Mitola - non hanno formato oggetto di indagini da parte del pm, onde neppure possono essere oggetto di relative valutazioni » .

Dato che l'iter burocratico della vicenda si perde nella notte dei tempi ( e nei meandri della prescrizione) sarà difficile soddisfare la sua domanda. E, in questo caso, è difficile, ormai, persino prendersela con qualcuno. C'è da augurarsi che, almeno, la vicenda possa servire, a Bari, per ricavarne la classica « lezione per il futuro » . Sempre che non sia destinato a prevalere Murphy con la sua legge: « Se esiste un modo sbagliato di fare qualcosa, qualcuno la farà » .

Postato da: vinavil a 21:24 | link | commenti |
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mercoledì, febbraio 01, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI -
sezione: OPINIONI - data: 2006-02-01 num: - pag: 11
autore: Bari categoria: BREVI
  

Riforma costituzionale, alla ricerca

del referendum «perduto»

  

La raccolta di firme per il referendum abrogativo della legge sulla devolution era stata avviata qualche tempo fa con una certa visibilità. A Bari, ad esempio, si era saputo di un banchetto aperto il 12 dicembre scorso davanti alla chiesa di San Ferdinando, in via Sparano; e del sindaco Michele Emiliano, che aveva firmato per primo. Ma già il giorno successivo non abbiamo trovato nessun banchetto aperto in tutta la via, né ci è stato facile capire dove saremmo dovuti andare per firmare. Una verifica presso nostri amici e conoscenti ha rivelato lo stesso stato di incertezza, benché per la maggior parte fossero fermamente intenzionati a sottoscrivere per l'abolizione di una legge che suscita in molti un deciso rifiuto e scandalo. Sarebbe davvero un peccato se i cittadini di Bari, così come molti altri italiani, perdessero l'occasione per manifestare il loro dissenso a causa della mancanza di informazione. E crediamo che i comitati dovrebbero attivarsi per rendere più facile la partecipazione. D'altra parte Bari non è stata protagonista della cosiddetta « primavera pugliese » , all'insegna della partecipazione dei cittadini? Non notare, o sottovalutare, l'interesse verso il referendum è, secondo me, un grave errore. 

 

Anna Martellotti 

di Marco Brando

Gentile signora Martellotti,

una caratteristica della politica italiana è quella d'esibire, all'inizio di una battaglia, proclami roboanti, da far invidia allo scozzese Brave Heart di storica e cinematografica memoria. Proclami cui però spesso segue poco. Qualcuno si dimentica persino quale battaglia era in procinto di combattere. È un costume diffuso a destra e a sinistra. Nel caso della raccolta di firme per giungere al referendum di cui lei ci parla - quello dedicato all'abrogazione della riforma della seconda parte della Costituzione - l' « effetto amnesia » pare aver colpito soprattutto nei dintorni del centrosinistra.
Onore al merito del sindaco di Bari Michele Emiliano, che s'è mostrato pubblicamente mentre esercitava il proprio diritto di cittadino. Però poi che fine hanno fatto i tavolini? Qualcuno ci dirà: ma in giro per la Puglia ce ne sono.
Sì, ma dove? Tutti possono sapere che nel sito internet www. salviamolacostituzione. it c'è anche un piccolo elenco di luoghi pugliesi in cui si può firmare? E quanti hanno accesso a Internet? Possibile che per saperne qualcosa bisogna ricorrere al passa- parola, come se invece del desiderio di esercitare un diritto si trattasse della voglia di togliersi uno sfizio? Volendo anche prescindere in questa sede dalla validità o meno dell'iniziativa referendaria ( per par condicio , di questi tempi gli animi sono sensibili...), la superficialità con cui si gestiscono iniziative del genere rischia di provocare effetti vari, tutti negativi: dal fa talismo al qualunquismo, dall'indignazione alla noia. Così, per dovere di cronaca provvediamo noi a ricordare di cosa si tratta. Dunque, avendo la maggioranza di centrodestra approvato nell'autunno scorso in Parlamento un'ampia modifica della Costituzione in tema di federalismo, chi ritiene che si tratti di un intollerabile sfregio agli organi costituzionali può favorire il varo di un referendum abrogativo contribuendo al raggiungimento delle cinquecentomila firme necessarie.
Queste devono arrivare al Comitato promotore - presieduto da Oscar Luigi Scalfaro- entro il 6 febbraio, per poi essere consegnate in Cassazione.
Se proprio non si riesce a scovare un tavolino in qualche piazza pugliese, ci si può recare presso la segreteria del proprio Comune ( dovrebbe indicare, con cartelli, la stanza dove si firma e gli orari precisi). Ovvio, ci aspettiamo che i politici pugliesi, e italiani, del centrosinistra ne siano al corrente e abbiamo già sottoscritto. Così, per coerenza.

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