
Dal 16 aprile 2007 sono tornato a Milano: faccio il vicecaporedattore di City, il quotidiano free press della Rcs. Fino a quella data qui avreste letto soltanto: "Raccolta di articoli (miei) e di riflessioni (sempre mie o in alcuni casi prese in prestito) che altrimenti leggerebbero solo in Puglia (lavoro per il "Corriere del Mezzogiorno", dorso di cronaca pugliese allegato al "Corriere della Sera")". Ah, dimenticavo: tranquilli/e... Sono consapevole del fatto che, per dirla con Indro Montanelli, "noi giornalisti scriviamo sull'acqua e abbiamo una vita effimera, come le farfalle". Infine: devo forse sottolineare che questo blog non è una testata giornalistica e che viene aggiornato senza alcuna periodicità ? E pure che, pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001? Scriviamolo, visti i tempi che corrono...
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Nome: Marco Brando
Un ex giornalista di provincia ... Ora tornato nella metropoli (beh, Milano - nel suo piccolo - lo è)
:-)
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Corriere del Mezzogiorno - BARI - |
Criminalità ed economia sommersa,l'intreccio dimenticato dalla politica |
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Sul « Corriere della Sera » del 28 gennaio scorso Sergio Romano, scrivendo a proposito del nuovo libro di Giuseppe Galasso « Il Mezzogiorno da " questione" a " problema aperto » , ha affermato, tra l'altro, che le cause dello stato di salute del Sud vanno ricercate nell'insuccesso delle molte terapie applicate al malato. Questa considerazione fa il paio con il giudizio dato dal diessino Nicola Rossi nel suo recente saggio « Mediterraneo del Nord. Un'altra idea del Mezzogiorno » : a suo avviso, è palese il fallimento di tutte le politiche per il Sud adottate dai governi, nonostante i cospicui finanziamenti ricevuti sia dallo Stato che dall'Ue. Non solo: tra le analisi che ciclicamente vengono riproposte, vi è quella sulla legalità e la sicurezza delle aree meridionali: « La mancata crescita del valore aggiunto delle imprese è causata per buona parte dalla presenza pervasiva della criminalità organizzata » . Siccome quest'ultima, a detta di molti, costituisce l'handicap principale per il ritardo del Sud ( oltre all'altrettanto serio intreccio clientelari tra imprenditorialità e ceto politico) mi chiedo, provocatoriamente, come, quando e chi risolverà questo problema cronico che ostacola da più di mezzo secolo la crescita delle nostre regioni?
Aniello Greco
IL PUNTO
Gentile signor Greco, il dibattito intorno alle ragioni per cui il Mezzogiorno non ha saputo, o potuto, approfittare in maniera adeguata dei sostanziosi sostegni economici ( statali e comunitari) è, com'è noto, un tema centrale per il nostro Paese. E lo è per lo meno dalla nascita dello Stato unitario. |
SHOAH, PERCHE' LA SCUOLA
NE TUTELA LA MEMORIA
di Marco Brando
(sul Corriere del Mezzogiorno del 22 gennaio 2006)

«Non sono d’accordo con l’amico e collega Leo Lestingi. Il ruolo della
scuola è fondamentale. Anzi, si potrebbe fare di più se non fosse lasciata a
se stessa». Lo afferma Vito Antonio Leuzzi, direttore dell’Istituto
per la Storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea (Ipsaic), già
docente al Liceo scientifico «Fermi» di Bari, docente a contratto di
Educazione alla cittadinanza nell’ateneo di Foggia. Si riferisce al tema
suscitato da Leo Lestingi, professore di Storia delle religioni a Foggia,
nell’editoriale pubblicato ieri dal nostro giornale. Titolo: «Memoria:
attenti a usare la scuola». Occhiello: «Il rischio è rendere l’istituzione
militante».
Lestingi si è chiesto, ad esempio, «quale giustificazione pedagogica e
didattica trova l’insistenza con cui la scuola viene chiamata a farsi carico
non della pura conoscenza dell’evento, ma del passaggio di testimone (alle
nuove generazioni, ndr)». Egli non contesta la circostanza che la legge
211/2000 abbia istituito la «Giornata delle memoria»: prevista il 27
gennaio, è dedicata alle vittime dello sterminio nazista e attribuisce un
preciso ruolo al mondo della scuola. Né nega la validità intrinseca della
legge e delle iniziative che contribuisce a suscitare. Mette però in dubbio
che alla scuola spetti in via apparentemente esclusiva un ruolo di questo
tipo. Guarda caso, il professor Leuzzi, proprio in questo periodo, è
impegnatissimo dai vari eventi che prevede «Mai più», progetto dedicato alla
memoria della Shoah e promosso da Regione, Ipsaic, Direzione scolastica
regionale, Teca del Mediterraneo, col patrocinio del Quirinale.
Professor Leuzzi, nell’editoriale si legge che in questo periodo «si
riconferma quanto mai arduo non solo insegnare la storia, ma anche trarre da
essa un qualche insegnamento». Lei percepisce queste difficoltà?
«Penso che il mondo scolastico sia tuttora il luogo più adatto per
affrontare, senza pregiudizi, i tempi proposti dallo studio della Storia.
Anzi, dirò di più: nelle scuole lo si può fare con più equlibrio che in
tante altre sedi, avvelenate da un certo modo di far politica».
La scuola non è l’istituzione «così spesso criticata» e «arrancante dietro
la rapidità dei mutamenti» di cui parla Lestingi?
«Non si può ragionare astrattamente, bisogna viverci. Che arranchi, è vero.
Ma non è colpa degli insegnanti. La responsabilità è di una politica della
scuola che in questi ultimi anni, e non solo, è stata deleteria. C’è uno
scoolamento tra ricerca e didattica, ad esempio. Inoltre, in base ai
programmi ufficiali, c’è anche un vero accantonamento delle centralità della
Storia e dell’educazione alla cittadinanza. Tanto più per quel che riguarda
il Novecento».
Proprio il secolo in cui si sono consumate due guerre mondiali, l’Olocausto
...
«Appunto. L’istituzione della Giornata delle memoria, con la precisa
indicazione di attivare le scuole, è importante anche perché, partendo dalla
tragedia dei lager nazisti, gli insegnanti hanno potuto dedicarsi pure ad
altri temi proposti dal Novecento. Al liceo «Flacco» di Bari, ad esempio, si
sta studiando anche il genocidio degli armeni; in altri istituti baresi ci
si sta concentrando sulle leggi razziali. Abbiamo ricevuto pure molte
richieste d’approfondimento sulla vicenda delle foibe titine e dei profughi
dalmati. Voglio ricordare che gli insegnanti, per svolgere questa attività,
impegnano molte ore fuori dell’orario di lavoro, senza alcun
riconoscimento».
Onore agli insegnanti. Ma dal punto di vista pedagogico ritiene che ciò
lasci qualche segno nei ragazzi? C’è chi ne dubita.
«Certo che lascia il segno. Premetto che non si va allo sbaraglio: in
Puglia, ad esempio, abbiamo formato per due mesi gli insegnanti, in modo che
arrivassero preparati al confronto con i ragazzi previsto da Mai più. Poi
sono stati coinvolti gli studenti: già oltre cinquemila. Inoltre strumenti
come le mostre e le iniziative previste col Treno della Memoria permettono
di far sì che quei ragazzi non trasformino la visita ad Auschwitz in una
banale passeggiata su un prato».
Di recente c’è stato un boom della storia raccontata, soprattutto quella del
Novecento, in tv: con programmi di divulgazione; e con sceneggiati
televisivi, dedicati ora al dramma delle foibe, ora a Salvo d’Acquisto, ora
a Ciano. Anche queste sono iniziative pedagogiche?
«I mass media potrebbero fare ancora di più. Ma la scuola, a mio avviso,
resta centrale: ad esempio, aiuta a chiarire, in maniera più equilibrata che
altrove, la confusione che si può determinare nei ragazzi, altrimenti privi
di basi adeguate per contestualizzare ciò che propongono certi scenegiati».
Un esempio?
«Quella delle foibe è stata una tragedia immane. Però non si possono far
equivalere il nazismo di Hitler e il nazionalismo del comunista Tito».
Ciò non toglie che i docenti abbiano un’enorme responsabilità.
«I rischi sono sempre dietro l’angolo. Ma la scuola è l’unico luogo in cui
non si rischia la manipolazione».
E se qualcuno accusasse gli insegnanti più attivi in questo campo d’essere
orientati politicamente?
«Non possiamo continuare a ragionare come se fossimo ancora in pieno
dibattitto post-sessantottino. Gli insegnanti di oggi appartengono a una
generazione diversa dalla mia. Sono assai meno schierati, ma sempre molto
attenti a variegati stimoli intellettuali. Se c’è un rischio all’orizzonte,
è uno solo: quello di un’ulteriore mortificazione della scuola italiana».
| Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: 1A CULTURA - data: 2006-01-18 num: - pag: 13 autore: di MARCO BRANDO |
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IL LIBRO /ANNA MARTELLOTTI HA RICOSTRUITO L'IMPORTANZA DEI TRATTATI “ GASTRONOMICI” ATTRIBUITI ALLO SVEVO |
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FEDERICO II plasmò la prima cucina “ italiana”
Certo, i non addetti ai lavori universitari devono impegnarsi: è un libro scientifico, che compara la produzione di ricettari prima, durante e dopo l'era di Federico, con molte citazioni in latino medievale; non è - a scanso di equivoci - una raccolta di ricette d'epoca. La ricerca parte dall'attribuzione a Federico II del Liber de coquina , scritto in latino intessuto di volgarismi, e del Meridionale , scritto in italiano e latino. Permette così di scoprire la fastosa cucina della corte palermitana, ben radicata nel territorio, ricca di influssi arabi filtrati attraverso la mediazione normanna e sveva, ma aperta a suggerimenti nazionali e internazionali: ai prestigiosi piatti di carne e di pesce contrappone ricercate preparazioni di verdura e registra la prima affermazione delle paste alimentari, dei ravioli e delle torte ripiene.
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Corriere del Mezzogiorno - BARI - |
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GIGANTE ucciso nel lager di Trieste
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Corriere del Mezzogiorno - BARI - sezione: 1A PAGINA - data: 2006-01-15 num: - pag: 1 autore: di MARCO BRANDO categoria: REDAZIONALE LO STORICO Giorgio Spini, da Bari la sua Liberazione Giorgio Spini - lo storico spentosi ieri all'età di 89 anni nella sua Firenze, dove aveva visto la luce il 23 ottobre 1916 - era davvero un fiorentino con i fiocchi. Né lo nascondeva. Anzi. Però era molto legato a Bari. E non nascondeva neppure questo legame: con l'entusiasmo che può avere chi ci visse, anche se non a lungo, quando era giovane; e con l'entusiasmo del giovane che, nell'autunno del 1943, vi era giunto per dare un contributo alla liberazione dell'Italia dal nazifascismo. Quando lo abbiamo incontrato per fargli la nostra seconda intervista ( la prima era capitata in Puglia) ci ricevette, esattamente due anni fa, nella sua casa di Fiesole. Pochi giorni prima che intervenisse nel seminario barese di studi organizzato dall'Università e dall'Ipsaic, in occasione del sessantesimo anniversario del congresso dei Cln del 1944. Spini aveva già 87 anni. Ci accolse sulla porta. Di lui ci colpirono, ancora, gli occhi chiari e vivaci, da ragazzo: incorniciati tra il bianco dei capelli ribelli, il bianco delle sopracciglia folte, il bianco dei baffi. Con lui c'era la signora Annetta, sua moglie, sposata nel 1945, verso la fine della guerra. La casa di Fiesole della famiglia Spini è molto bella. Colma di libri, di foto, di targhe, di cimeli, di ricordi. Avremmo dovuto discutere del suo ricordo di quel primo congresso dei Comitati di liberazione nazionale, al teatro Piccinni di Bari. Ma prima ci capitò di parlare con orgoglio delle sue radici: di protestante e antifascista. Raccontò che gli Spini avevano aderito a metà dell'Ottocento alla Chiesa valdese, nell'impeto dell'entusiamo risorgimentale. Ci parlò anche del Partito d'azione, del socialismo liberale. Ci parlò dei suoi figli, uno dei quali è il parlamentare diessino Valdo Spini. Nacque un'intesa, insomma. Così nel corso di questi ultimi due anni, Giorgio Spini ci ha scritto varie lettere; prendemmo l'impegno d'inviargli i nostri articoli che pensavamo potessero interessargli. Grazie a lui, ne scrivemmo anche uno sulla storia dei valdesi di Orsara di Puglia. Quel giorno a Fiesole parlammo, infine, pure del Congresso di Bari del 28 e 29 febbraio 1944. Ci disse, che « rappresentò l'esordio pubblico di un'élite democratica di grande qualità ma del tutto disarmata. I Cln s'illudevano di rappresentare la maggioranza, ma erano una minoranza » . Nel dare quel giudizio s'avvalse non solo della sua autorevolezza di storico ( ha insegnato, in Italia, a Messina e Firenze e, negli Stati Uniti, ad Harvard e Berkley) ma anche della sua testimonianza diretta: aderente al Partito d'Azione, al primo summit della rinata Italia democratica partecipò personalmente. Dopo aver attraversato il fronte ed essere giunto a Bari, era entrato a far parte dell'ufficio stampa del Comando supremo badogliano; poi, allontanato per le idee « sovversive » , fu accolto dagli angloamericani nel « Pwb Combat Team » , unità incaricata d'occuparsi d'informazione e di controinformazione. Il Congresso non fu un'occasione perduta per dare una spallata a Badoglio e ai Savoia? « All'epoca il Cln presupponeva di avere la maggioranza dei consensi degli italiani, per lo meno di quelli meridionali, già liberati. Ma poi si vide che nel Sud non era così. Il motivo è semplice: allora le masse del Sud erano prepolitiche, legate alla tradizione monarchica, affamate al di là dell'immaginabile. Certo - aggiunse - nel Meridione c'era anche il meglio della classe intellettuale democratica, da Croce a Sforza, da Omodeo a Rodinò, da Cifarelli a Fiore. Ma erano isolati. Oltre tutto, il britannico Churchill sognava un'Italia governata dai fascisti senza Mussolini. E allora era no i britannici ad avere la leadership per quel che riguarda la politica italiana » . E Spini non negò neppure una frecciata a Togliatti, il leader comunista: « Togliatti, accettando l'ingresso nel Governo Badoglio, da un lato tolse argomenti ai badogliani. Dall'altro, sbarrò la strada anche al Partito d'azione: aveva capito che gli azionisti erano un pericolo per i progetti del Pci » . Spini raccontò che invece i progressisti britannici erano con loro. « Un esempio: il maggiore Ian Greenless e il maggiore Robertson, due scozzesi che avevano il compito di gestire Radio Bari, trasformarono la radio nella voce dell'Italia dei Cln. E da quei microfoni parlarono molti esponenti del Partito d'Azione, tra cui Adolfo Amodeo, Michele Cifarelli e io stesso, con lo pseudonimo di Valdo Gigli. E io seguii il congresso assieme a quel furbacchione di Greenless, entrambi in borghese » . Sorrise. Ieri il professore si è congedato. I suoi funerali si svolgeranno domani nella chiesa valdese di Firenze, alle 15. Ci mancherà.
E' MORTO A FIRENZE GIORGIO SPINI

14-01-2006 11:02
Lunedì i funerali nella chiesa valdese
Firenze, 14 gen. (Apcom) - Giorgio Spini, professore emerito dell'Università fiorentina ed a lungo docente di storia in diverse università americane, è morto questa mattina a Firenze. Padre dell'ex ministro socialista, oggi deputato Ds, Valdo Spini, il professore aveva 89 anni ed era stato sottoposto una settimana fa ad intervento chirurgico nell'ospedale di Careggi. L' ultima sua opera è stata pubblicata un mese fa: "Il protestantesimo italiano del Novecento" è uscita nel dicembre 2005. I suoi funerali si svolgeranno lunedi' nella chiesa valdese di via Micheli a Firenze, alle 15. La salma sara' esposta a partire da oggi nella cappella di San Bartolomeo al Gignoro.
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Mi spiace tantissimo. Avevo intervistato Giorgio Spini un paio di volte. L'ultima volta a casa sua, a Fiesole: una bellissima casa nel verde, piena di libri e di ricordi. Esattamente due anni fa. C'era anche sua moglie. Mi offrirono un caffé nel salotto.
Parlammo a lungo. Era dolce e, contemporaneamente, autorevole (ecco il link all'intervista che gli feci: http://professionereporter.splinder.com/post/4691324 ).
Mi parlò anche della sua fede protestante: mi raccontò che i suoi nonni avevano aderito a metà dell'Ottocento alla Chiesa valdese; una reazione in chiave risorgimentale all'atteggiamento politico del Papa e dello Stato pontificio.
Grazie a lui mi sono avvicinato (con la cautela del non credente che vorrebbe credere) alla Chiesa valdese e mi sono appassionato alla storia, purtroppo effimera, del Partito d'azione, del socialismo liberale, di Carlo Rosselli.
Cosicché da alcuni anni penso che - se riuscissi ad essere credente - sarei un cristiano valdese; e, se esistesse ancora il Partito d'azione, probabilmente mi piacerebbe averne la tessera.
Nel corso di questi ultimi due anni, Giorgio Spini mi ha scritto varie lettere, in una calligrafia precisa e minuta, raccomandandomi di seguire alcune questioni che - come storico, come giornalista e come cittadino - gli stavano a cuore; io gli ho sempre inviato i miei articoli che pensavo potessero interessargli.
Grazie a lui, ne scrissi anche uno sulla storia dell'antica Chiesa valdese di Orsara di Puglia. Quando lo lesse fu molto contento, come mi fece sapere con una delle sue lettere.
Beh, ciao Giorgio. Sei stato un grande...
Sono felice e orgoglioso d'averti conosciuto.
Ci mancherai.
Mi mancherai.
Marco
Corriere del Mezzogiorno - BARI - «La Puglia riconoscerà i suoi figli morti così lontano dalla Patria? Magari » , si legge. La lettera è scritta in italiano. Però il luogo da cui viene è Kerch, in Crimea, Ucraina, ex Urss. La data: « 06.12.05 » . Con l'aggiunta: « Giorno di San Nicola di Bari » . La busta, dalle rive del Mar Nero, è partita il 10 dicembre. A Bari è arrivata ieri: è indirizzata al sottoscritto, presso « redazione del giornale " Corriere del Mezzogiorno" » , « Bari ( Ba) » , « Italia » . Senza la via. Insomma, ha fatto un po' fatica ad arrivare. Però bisogna apprezzare l'entusiasmo. Non è una lettera come altre. Porta la firma di una pugliese. Una pugliese che in Puglia non c'è mai venuta. Neppure i suoi genitori ci sono mai venuti. Neanche i suoi nonni. Forse ci sono nati i suoi bisnonni o trisnonni. In che senso? Nel senso che Giulia Lora Boico Giachetti è la discendente dei pugliesi - per lo più di Trani e Bisceglie - che nell'Ottocento emigrarono in Crimea, soprattutto a Kerch: reclutati dal governo della Russia zarista e incoraggiati dalla prospettiva di poter lavorare come agricoltori, carpentieri e pescatori. L' 11 novembre scorso sul nostro Corriere abbiamo proposto un servizio dedicato a loro: incoraggiando soprattutto le istituzioni pugliesi, regionali e locali, a ricordarsi, concretamente, di quegli amici lontani, dimenticati da oltre un secolo. Finora non c'è stata una risposta istituzionale, a parte una telefonata in redazione da parte del sindaco di Trani. Ma non demordiamo: né noi qui; né loro in Crimea, come dimostra la lettera che ci è arrivata ( scritta dopo che Giulia aveva letto l'articolo, giuntole attraverso uno strano giro per mezzo della posta elettronica). È straordinario che quei « pugliesi di Crimea» , a distanza di tantissimo tempo, curino ancora le radici con l'Italia e la Puglia. Studiano l'italiano; alcuni lo parlano e lo scrivono. Ricordano le tradizioni, la cucina, persino qualche parola in dialetto. Eppure esistono ancora quasi per caso: sono stati vittime di persecuzioni. Perché durante la II Guerra Mondiale le truppe italo- tedesche spedite laggiù dai regimi nazifascisti furono respinte: e l'Urss comunista dopo si vendicò nei confronti di quel migliaio di italiani, cittadini sovietici, che vivevano a Kerch e dintorni da cento anni. Quasi tutti morirono nei lager staliniani. I superstiti, i loro figli e nipoti, non si sono dati per vinti. Negli ultimi anni hanno ricevuto qualche sostegno dalle autorità diplomatiche italiane in Ucraina. Così Giulia Loro Boi ca Giachetti ( un cognome, quest'ultimo, ancora abbastanza diffuso a Trani e Bitonto) ci ha scritto: « Ho letto l'articolo dell' 11 novembre e, prima di tutto, vogllio ringrarVi » . Poi: « Per noi, figli e nipoti degli italiani di Crimea, è molto importante sapere che qualcuno ci ricorda in Italia, in Puglia, nella terra dei nostri bisnonni » . Ancora: « Siamo molto riconoscenti della Vostra compassione. Proprio dall'articolo ho saputo della lapide costruita a Milano ( di recente dedicata alle vittime dei gulag sovietici, ndr ). Spero che sia il punto di svolta nella sorte della minoranza italiana di Crimea. Davvero, siamo ( la maggior parte di noi) di origine pugliese. Voglio credere che il Vostro appello non sia la voce nel deserto. Forse, una volta anche la Puglia riconoscerà i suoi figli morti così lontano dalla Patria. Magari! » « Tanti auguri in occasione delle feste future! - concludeva Giulia un mese fa - Buon Natale e Felice Anno nuovo! Con stima ». Un appello in cui sono usate parole che provocano particolare commozione: « compassione » , ad esempio; « figli » della Puglia; « Patria » . I pugliesi di Crimea possono usarle senza rimorsi. Da tempo invece le istituzioni di questa regione - lo scriviamo senza retorica - forse qualche rimorso dovrebbero sentirlo. Perciò ci auguriamo anche noi che, finalmente, si ricordino di quegli figli lontani. Marco Brando
sezione: 1A PAGINA - data: 2006-01-12 num: - pag: 1
autore: di MARCO BRANDO categoria: REDAZIONALE
Una discendente degli emigrati nell'ottocento da Trani e Bisceglie scrive al Corriere
Lettera dalla Crimea: la Puglia
non ci dimentichi

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Corriere del Mezzogiorno - BARI -
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LA STORIA / SOTTO L'ALTARE DELLA CATTEDRALE DI ROUENÈ SEPOLTA LA SPOSA PUGLIESE DI UN ARDIMENTOSO DUCA DI NORMANDIA DELL'XI- XII SECOLOSIBILLALa duchessa di Conversano che sfiorò il trono d'Inghilterra
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In Timeline , romanzo fantastorico pubblicato nel 2000 e scritto dal prolifico Michael Crichton, alcuni archeologi sono catapultati indietro nel tempo, per finire ( nei guai) durante la guerra dei Cent'anni ( 1337- 1453) tra inglesi e francesi. Infine, tornati avventurosamente ai nostri giorni, scoprono un'antica lapide in cui è citato un loro compagno che aveva deciso di “ rimanere” nel Medioevo, nelle vesti di nobile cavaliere. Una circostanza che viene in mente leggendo il recente romanzo storico Sibilla d'Altavilla. Contessa di Conversano, Duchessa di Normandia , scritto da Dora Liguori per Adriatica Editrice ( 272 pagine, 15 euro). Perché il pretesto ( fondato) su cui è basato il libro è la segnalazione inattesa ( avvenuta davvero) d'una lapide medievale posta nella cattedrale di Rouen: vi si ricorda la storia di Sibilla, duchessa normanna nata a Conversano intorno al 1080 e deceduta a Rouen nel 1102. Com'è vera, d'altra parte, la sua avventura umana a fianco dello sposo, Roberto II duca di Normandia ( 1054- 1134), primogenito di Guglielmo il Conquistatore e Matilda di Fiandra, pretendente al trono d'Inghilterra e protagonista della Prima Crociata. |
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Corriere del Mezzogiorno - BARI -
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MEMORIA / NEL ' 43 C'ERA SOLO UNA FAMIGLIA LEVI ( QUATTRO PERSONE)DUE ANNI DOPO ERANO MIGLIAIA IN ATTESA DI PARTIRE PER IL MEDIO ORIENTE |
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SHOAH I «salvati» del 1945 verso la Palestina
Si chiamava Alberto Levi. E a Bari, nel 1943, era rimasto solo, con la moglie e le due figlie. In che senso? Nel senso che erano gli unici ebrei italiani ancora in città, dopo il varo delle famigerate leggi razziali, promulgate dal regime di Mussolini nel 1938. E fu quindi anche il solo nucleo familiare che si ritrovò, dopo l' 8 settembre 1943, nella Puglia liberata dagli alleati e da una parte delle forze armate e della popolazione. Levi entrerà così, all'inizio del 1944, nella Comunità israelitica temporanea di via Garruba 63, a Palazzo De Risi. Ma era, appunto, il solo barese. Gli altri avevano attraversato il fronte tra ottobre e dicembre 1943: oltre millecinquecento, di cui solo una settantina cittadini italiani. |
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| TEMI DI ATTUALITA': laicità dello stato | |
| Unioni di fatto e famiglia: un'opposizione che non c'è di Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di teologia di Roma
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| Le posizioni espresse da Romano Prodi sul tema dei “diritti delle coppie di fatto basate su un vincolo diverso da quello del matrimonio” a sostegno della proposta di legge presentata da 61 parlamentari dell’Unione, hanno suscitato la reazione dell’Osservatore Romano, che è sceso in campo in difesa della famiglia, “la realtà naturale alla quale sono naturalmente inclini l’uomo e la donna” (corsivi nel testo!), e ha accusato Prodi di voler “relativizzare e ideologizzare la realtà della famiglia”. Non c’è da stupirsi. Il Vaticano e la Conferenza episcopale italiana (CEI) hanno scelto il terreno della morale per esercitare direttamente quell’influenza politica che non è più affidata, in Italia, alla presenza di un partito cattolico come la DC, che era uno strumento di collateralismo, ma anche uno spazio di mediazione e quindi di autonomia della politica. Ora gli interessi della gerarchia cattolica vengono fatti valere direttamente di fronte all’elettorato e alle forze politiche. Sarebbe miope vedere in questa strategia il semplice tentativo di recuperare un peso politico scemato negli anni. La posta in gioco è molto più alta, e quindi tanto più consapevole e forte deve essere la risposta. Sono in gioco l’autonomia della politica e del diritto, il pluralismo delle convinzioni etiche che si riconoscono nel patto democratico, l’affermazione dei diritti della persona, la libertà della ricerca scientifica, il rapporto tra religione e società democratica. Si tratta di una riscossa contro la modernità e le sue acquisizioni. Nella fattispecie, la questione è molto semplice: il riconoscimento delle unioni di fatto, etero o omosessuali, rientra nella sfera di autonomia della politica e del diritto e non lede il diritto – sacrosanto – di altri cittadini di vivere il matrimonio come un sacramento le cui regole sono dettate dal proprio magistero. Così come l’aver depenalizzato comportamenti sessuali un tempo sanzionati non lede il diritto di chi crede che sia meglio essere casti o il propagandare l’uso del profilattico contro l’AIDS non lede il diritto di chi pensa invece di dover praticare l’astinenza. Viceversa, pretendere che sia sancita come universale e “naturale” – cioè non storicizzabile - quella che in realtà altro non è che la visione confessionale cattolica del matrimonio e della sessualità, significa discriminare tutti quelli che questa visione non seguono. (tratto dal NEV, del 14 settembre 2005) |
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