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Professione Reporter

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Dal 16 aprile 2007 sono tornato a Milano: faccio il vicecaporedattore di City, il quotidiano free press della Rcs. Fino a quella data qui avreste letto soltanto: "Raccolta di articoli (miei) e di riflessioni (sempre mie o in alcuni casi prese in prestito) che altrimenti leggerebbero solo in Puglia (lavoro per il "Corriere del Mezzogiorno", dorso di cronaca pugliese allegato al "Corriere della Sera")". Ah, dimenticavo: tranquilli/e... Sono consapevole del fatto che, per dirla con Indro Montanelli, "noi giornalisti scriviamo sull'acqua e abbiamo una vita effimera, come le farfalle". Infine: devo forse sottolineare che questo blog non è una testata giornalistica e che viene aggiornato senza alcuna periodicità? E pure che, pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001? Scriviamolo, visti i tempi che corrono...

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Utente: vinavil
Nome: Marco Brando
Un ex giornalista di provincia ... Ora tornato nella metropoli (beh, Milano - nel suo piccolo - lo è) :-)

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martedì, gennaio 31, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI -
sezione: OPINIONI - data: 2006-01-31 num: - pag: 16
autore: Turi categoria: BREVI
 

Criminalità ed economia sommersa,  

l'intreccio dimenticato dalla politica 

  

Sul « Corriere della Sera » del 28 gennaio scorso Sergio Romano, scrivendo a proposito del nuovo libro di Giuseppe Galasso « Il Mezzogiorno da " questione" a " problema aperto » , ha affermato, tra l'altro, che le cause dello stato di salute del Sud vanno ricercate nell'insuccesso delle molte terapie applicate al malato. Questa considerazione fa il paio con il giudizio dato dal diessino Nicola Rossi nel suo recente saggio « Mediterraneo del Nord. Un'altra idea del Mezzogiorno » : a suo avviso, è palese il fallimento di tutte le politiche per il Sud adottate dai governi, nonostante i cospicui finanziamenti ricevuti sia dallo Stato che dall'Ue. Non solo: tra le analisi che ciclicamente vengono riproposte, vi è quella sulla legalità e la sicurezza delle aree meridionali: « La mancata crescita del valore aggiunto delle imprese è causata per buona parte dalla presenza pervasiva della criminalità organizzata » . Siccome quest'ultima, a detta di molti, costituisce l'handicap principale per il ritardo del Sud ( oltre all'altrettanto serio intreccio clientelari tra imprenditorialità e ceto politico) mi chiedo, provocatoriamente, come, quando e chi risolverà questo problema cronico che ostacola da più di mezzo secolo la crescita delle nostre regioni?

Aniello Greco


 

 

IL PUNTO


di Marco Brando  

 

 

Gentile signor Greco,

il dibattito intorno alle ragioni per cui il Mezzogiorno non ha saputo, o potuto, approfittare in maniera adeguata dei sostanziosi sostegni economici ( statali e comunitari) è, com'è noto, un tema centrale per il nostro Paese. E lo è per lo meno dalla nascita dello Stato unitario.
Lei fa una scelta e si concentra sulla questione della legalità e della sicurezza: la loro precarietà nel Sud è, ed è stata, una zavorra che ha bloccato o rallentato lo sviluppo. Per quel che riguarda la Puglia, è giusto ricordare che la regione ha anticorpi più robusti di quelli di altre vaste aree del Mezzogiorno ( si pensi a Napoli e al suo hinterland, a buona parte della Sicilia e della Calabria). Tuttavia la minore virulenza, nel Tacco d'Italia, della patologia non può eludere la ricerca di una soluzione del problema: soluzione che non include solo la repressione, bensì anche la prevenzione, attraverso l'analisi delle radici del fenomeno. In questo senso, ci pare utile ricordare la linea di ricerca proposta da Mario Centorrino, docente di Politica economica all'Università di Messina. Fin dagli anni Ottanta ( quando parlare di intrecci tra economia sommersa ed economia criminale era assai poco di moda) ha indagato sulle dinamiche con cui tale intreccio si manifesta. L'ipotesi? Proprio la presenza dell'economia criminale sarebbe una causa fondamentale dell'economia sommersa. Perché le imprese legali, all'interno di un sistema economico distorto a favore di quelle illegali, per sopravvivere potrebbero scegliere altre forme di riduzione di costo, individuabili, appunto, nell'evasione fiscale e nell'utilizzo di manodopera « in nero » .
Insomma, il danno provocato dalla presenza delle varie mafie non consiste solo, ad esempio, nel racket o nell'usura, ma anche nella distorsione del mercato causato dalla presenza di imprese con comportamenti fuori legge.
Proprio la complessità del fenomeno rende insufficiente e pure ipocrita la delega che, di fatto, la politica ha dato a magistratura e forze dell'ordine. La pur coraggiosa attività di queste ultime non è sufficiente per risolvere un problema che richiede un'assunzione di responsabilità sia da parte della politica che da parte della collettività. Invece oggi dal dibattito pre- elettorale è quasi stato cancellato ogni accenno alla criminalità organizzata. Come se fosse stata sconfitta. Purtroppo non è così.
 

 

 

 

 

 

Postato da: vinavil a 12:36 | link | commenti |
riflessioni, società, mafie, © , lettere al corriere

giovedì, gennaio 26, 2006

SHOAH, PERCHE' LA SCUOLA

NE TUTELA LA MEMORIA

di Marco Brando

(sul Corriere del Mezzogiorno del 22 gennaio 2006)

«Non sono d’accordo con l’amico e collega Leo Lestingi. Il ruolo della
scuola è fondamentale. Anzi, si potrebbe fare di più se non fosse lasciata a
se stessa». Lo afferma Vito Antonio Leuzzi, direttore dell’Istituto
per la Storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea (Ipsaic), già
docente al Liceo scientifico «Fermi» di Bari, docente a contratto di
Educazione alla cittadinanza nell’ateneo di Foggia. Si riferisce al tema
suscitato da Leo Lestingi, professore di Storia delle religioni a Foggia,
nell’editoriale pubblicato ieri dal nostro giornale. Titolo: «Memoria:
attenti a usare la scuola». Occhiello: «Il rischio è rendere l’istituzione
militante». 
Lestingi si è chiesto, ad esempio, «quale giustificazione pedagogica e
didattica trova l’insistenza con cui la scuola viene chiamata a farsi carico
non della pura conoscenza dell’evento, ma del passaggio di testimone (alle
nuove generazioni, ndr)». Egli non contesta la circostanza che la legge
211/2000 abbia istituito la «Giornata delle memoria»: prevista il 27
gennaio, è dedicata alle vittime dello sterminio nazista e attribuisce un
preciso ruolo al mondo della scuola. Né nega la validità intrinseca della
legge e delle iniziative che contribuisce a suscitare. Mette però in dubbio
che alla scuola spetti in via apparentemente esclusiva un ruolo di questo
tipo. Guarda caso, il professor Leuzzi, proprio in questo periodo, è
impegnatissimo dai vari eventi che prevede «Mai più», progetto dedicato alla
memoria della Shoah e promosso da Regione, Ipsaic, Direzione scolastica
regionale, Teca del Mediterraneo, col patrocinio del Quirinale.
Professor Leuzzi, nell’editoriale si legge che in questo periodo «si
riconferma quanto mai arduo non solo insegnare la storia, ma anche trarre da
essa un qualche insegnamento». Lei percepisce queste difficoltà?
«Penso che il mondo scolastico sia tuttora il luogo più adatto per
affrontare, senza pregiudizi, i tempi proposti dallo studio della Storia.
Anzi, dirò di più: nelle scuole lo si può fare con più equlibrio che in
tante altre sedi, avvelenate da un certo modo di far politica».
La scuola non è l’istituzione «così spesso criticata» e «arrancante dietro
la rapidità dei mutamenti» di cui parla Lestingi?
«Non si può ragionare astrattamente, bisogna viverci. Che arranchi, è vero.
Ma non è colpa degli insegnanti. La responsabilità è di una politica della
scuola che in questi ultimi anni, e non solo, è stata deleteria. C’è uno
scoolamento tra ricerca e didattica, ad esempio. Inoltre, in base ai
programmi ufficiali, c’è anche un vero accantonamento delle centralità della
Storia e dell’educazione alla cittadinanza. Tanto più per quel che riguarda
il Novecento».
Proprio il secolo in cui si sono consumate due guerre mondiali, l’Olocausto
...
«Appunto. L’istituzione della Giornata delle memoria, con la precisa
indicazione di attivare le scuole, è importante anche perché, partendo dalla
tragedia dei lager nazisti, gli insegnanti hanno potuto dedicarsi pure ad
altri temi proposti dal Novecento. Al liceo «Flacco» di Bari, ad esempio, si
sta studiando anche il genocidio degli armeni; in altri istituti baresi ci
si sta concentrando sulle leggi razziali. Abbiamo ricevuto pure molte
richieste d’approfondimento sulla vicenda delle foibe titine e dei profughi
dalmati. Voglio ricordare che gli insegnanti, per svolgere questa attività,
impegnano molte ore fuori dell’orario di lavoro, senza alcun
riconoscimento».
Onore agli insegnanti. Ma dal punto di vista pedagogico ritiene che ciò
lasci qualche segno nei ragazzi? C’è chi ne dubita.
«Certo che lascia il segno. Premetto che non si va allo sbaraglio: in
Puglia, ad esempio, abbiamo formato per due mesi gli insegnanti, in modo che
arrivassero preparati al confronto con i ragazzi previsto da Mai più. Poi
sono stati coinvolti gli studenti: già oltre cinquemila. Inoltre strumenti
come le mostre e le iniziative previste col Treno della Memoria permettono
di far sì che quei ragazzi non trasformino la visita ad Auschwitz in una
banale passeggiata su un prato».
Di recente c’è stato un boom della storia raccontata, soprattutto quella del
Novecento, in tv: con programmi di divulgazione; e con sceneggiati
televisivi, dedicati ora al dramma delle foibe, ora a Salvo d’Acquisto, ora
a Ciano. Anche queste sono iniziative pedagogiche?
«I mass media potrebbero fare ancora di più. Ma la scuola, a mio avviso,
resta centrale: ad esempio, aiuta a chiarire, in maniera più equilibrata che
altrove, la confusione che si può determinare nei ragazzi, altrimenti privi
di basi adeguate per contestualizzare ciò che propongono certi scenegiati».
Un esempio?
«Quella delle foibe è stata una tragedia immane. Però non si possono far
equivalere il nazismo di Hitler e il nazionalismo del comunista Tito».
Ciò non toglie che i docenti abbiano un’enorme responsabilità.
«I rischi sono sempre dietro l’angolo. Ma la scuola è l’unico luogo in cui
non si rischia la manipolazione».
E se qualcuno accusasse gli insegnanti più attivi in questo campo d’essere
orientati politicamente?
«Non possiamo continuare a ragionare come se fossimo ancora in pieno
dibattitto post-sessantottino. Gli insegnanti di oggi appartengono a una
generazione diversa dalla mia. Sono assai meno schierati, ma sempre molto
attenti a variegati stimoli intellettuali. Se c’è un rischio all’orizzonte,
è uno solo: quello di un’ulteriore mortificazione della scuola italiana».

Postato da: vinavil a 13:45 | link | commenti (3) |
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mercoledì, gennaio 18, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI -
sezione: 1A CULTURA - data: 2006-01-18 num: - pag: 13
autore: di MARCO BRANDO

IL LIBRO /

ANNA MARTELLOTTI HA RICOSTRUITO L'IMPORTANZA DEI TRATTATI “ GASTRONOMICI” ATTRIBUITI ALLO SVEVO

 

FEDERICO II
La tavola dell'imperatore gaudente

plasmò la prima cucina “ italiana”


«Un gaudente! Un erotomane! Un miscredente! Un filoarabo! » . E, last but not least , pure « un goloso! » . Dal punto di vista dei Papi dell'epoca - e di tanti denigratori suoi contemporanei ( alcuni ascetici davvero, altri sedicenti per far piacere, com'è costume tuttora, al potente rivale di turno) - Federico II di Svevia era questo e altro. « Epicureo!!! » , gli dicevano pure: epiteto che allora era la sintesi di tutti gli altri anatemi messi assieme. « Fue dissolute in lussuria in più guise... in tutti i diletti corporali volle abbondare, e quasi vita epicuria tenne, non faccendo conto che mai fosse altra vita » , scrisse nella Cronica Giovanni Villani ( 1280- 1348).
In effetti, anche agli occhi complici di un libertino dei giorni nostri, il narcisissimo imperatore svevo, nato a Jesi nel 1194 e morto a Castelfiorentino ( Foggia) nel 1250, certe etichette se l'è meritate tutte o quasi. Compresa quella di « goloso » : invece di teorizzare la mortificazione del corpo, sponsorizzava ricettari all'altezza dei suoi banchetti. Anche se tanto entusiasmo ha consentito allo Svevo di divenire il mecenate della tradizione culinaria italiana: un buongustaio che amava i piaceri della vita ( cibo incluso) ma con una precisa idea del confine tra la generica ingordigia e la sapiente capacità di creare e degustare.
È un ritratto affascinante, e pure divertente, dell'imperatore amato dagli italiani sudisti ( e soprattutto dai pugliesi d'oggi: più a torto che a ragione, lo considerano uno dei pilastri della « pugliesità » ) . Ritratto che emerge dalla lettura del volume I ricettari di Federico II. Dal "Meridionale" al " Liber de coquina" : 282 pagine scritte da Anna Martellotti, docente di Storia della Lingua tedesca nell'ateneo barese, e pubblicate ( con il contributo della Presidenza del Consiglio della Provincia di Potenza) dal prestigioso Leo S. Olschki Editore di Firenze nella collana « Biblioteca dell'“ Archivum Romanicum” » .

Certo, i non addetti ai lavori universitari devono impegnarsi: è un libro scientifico, che compara la produzione di ricettari prima, durante e dopo l'era di Federico, con molte citazioni in latino medievale; non è - a scanso di equivoci - una raccolta di ricette d'epoca. La ricerca parte dall'attribuzione a Federico II del Liber de coquina , scritto in latino intessuto di volgarismi, e del Meridionale , scritto in italiano e latino. Permette così di scoprire la fastosa cucina della corte palermitana, ben radicata nel territorio, ricca di influssi arabi filtrati attraverso la mediazione normanna e sveva, ma aperta a suggerimenti nazionali e internazionali: ai prestigiosi piatti di carne e di pesce contrappone ricercate preparazioni di verdura e registra la prima affermazione delle paste alimentari, dei ravioli e delle torte ripiene.
Tanto che all'inizio del Trecento questa prima cultura gastronomica “ italiana”, sbocciata insieme alla poesia siciliana, appariva ormai radicata nella Penisola. Grazie a una prece dente mediazione di un passaggio in Toscana, analogo a quello della tradizione poetica siciliana in volgare. Infatti l'autrice osserva: « Parafrasando Dante, si può affermare che intorno al 1300 tutto quello che gli italiani mangiano è “ siciliano” » . Fatto sta che l'esame comparativo del Liber de coquina e dei ricettari imparentati ( incluso il trattato latino conservato nel la Biblioteca Vaticana, stampato qui per la prima volta) permette di attribuirne la stesura al patrocinio di Federico II, tra il 1230 e il 1250. Attraverso documenti e testimonianze di verse, la Martellotti ci restituisce così il rapporto ambivalente dell'imperatore con il cibo, tra rivalutazione epicurea dei piaceri conviviali e preoccupazioni salutistiche. Una sperimentazione gastronomica, culminata nel Meridionale . Quest'opera sembra collocarsi alla perfezione, nella cornice di un banchetto festoso, accanto al fiorire della poesia siciliana. Mentre il Liber de coquina si rivela un rigoroso trattato scientifico suddiviso in capitoli, sul modello delle opere dietetiche.
Per la gioia dei pugliesi, dal bel libro della Martellotti emerge anche il favore con cui Federico II guardava alla Capitanata: area che fa parte oggi della Puglia novecentesca; mentre allora era un territorio a se stante in un'Apulia che, nel Duecento e oltre, coincideva con quasi tutto il Mezzogiorno continentale. Certamente comunque Federico amava risiedervi « per dedicarsi alla caccia » . « Le testimonianze - scrive l'autrice - rilevano concordemente nelle feste di Federico l'esibizione sfarzosa, il compiacimento per il lusso, la ricerca del divertimento » . Organizzava pure banchetti ma ( da buon gourmet, come si direbbe oggi) non puntava « sulla sovrabbondanza degli alimenti » e sullo « sperpero di derrate » che caratterizzano la descrizione di altre nobili abbuffate, capaci di durare pure tre mesi ( come il banchetto nuziale del 1037 tra il marchese di Toscana Bonifacio e Beatrice, contessa di Lotaringia).
Certo, quando il gioco ( culinario) si faceva duro, anche lo Svevo cominciava a giocare pesante: in vista del Colloquium generale previsto a Foggia a partire dall' 8 aprile 1240 ( assemblea plenaria dei funzionari regi in cui il sovrano doveva presentare le Novae Constitutiones ), Federico II cominciò presto a ordinare l'invio in Capitanata di ingenti quantità di derrate alimentari e animali. Nel dicembre 1239, 200 « buoni prosciutti » dall'Abruzzo; in gennaio, cento barili di vino siciliano, in più ordinò d'iniziare ad allevare polli, oche e anatre nelle campagne daune; in marzo chiese altro vino e ordinò al cuoco Berardo di preparare « askipeciam et gelatinam » utilizzando il pesce « de Resina » , cioè del lago di Lesina; infine, in aprile, chiese che, dalla Calabria, fossero inviati a Foggia cinquecento montoni e mille vacche e, dalla Sicilia, seicento forme di cacio.
Guarda caso, « askipeciam et gelatinam » sono le due preparazioni a lunga conservazione descritte nel Meridionale . La prima non è altro che il piatto detto oggi “ scapece”, pesce fritto e marinato nell'aceto; ancora assai diffuso a Sud di Roma e pure in Puglia, nelle versioni di Lesina e di Gallipoli. È l'eredità di un sovrano gaudente ma, almeno sul fronte del buon cibo, salutista e ambientalista: si preoccupò persino di prendere provvedimenti perché l'ambiente della Capitanata non fosse depauperato e maltrattato, a tutela degli animali selvatici pugliesi. E se Slow Food gli facesse avere, alla memoria, la tessera onoraria di «socio sapiente» ?

 


 

LA RICETTA / Lo scapece di Gallipoli

colora ancora i mercati del Salento

 
Nel marzo del 1240 Federico II, in vista del Colloquium generale previsto a Foggia, chiese al cuoco Berardo di preparare « askipeciam et gelatinam » usando il pesce del lago di Lesina. La salsa scapece, dopo 765 anni, è ancora una specialità diffusa in tutto il Sud e pure in Puglia ( famose le scapece di Lesina e di Gallipoli). Come si legge su www. mediterraneoenonsolo. it, « è una salsa, anzi una marinata, con cui si preparano e si conservano pesci, carni e ortaggi ( melanzane arrostite, carote lesse e vari misti) » . L'etimologia forse ci riconduce ad Apicio ( I sec. dC), l'autore del De Re Coquinaria , il più antico manuale di gastronomia. Alcuni studiosi tedeschi affermano invece che il nome deriva dall'arabo sikbag attraverso lo spagnolo escabeche » . Nel latino medievale di Federico era comunque chiamata « askipeciam » . La scapece di Gallipoli è una specialità che è facile trovare nelle sagre di tutto il Salento, cui partecipano i così detti « scapecieri » . Ingredienti: 1 kg di pesciolini detti « Pupiddi » , pane grattugiato, aceto, zafferano, olio extra vergine d'oliva. Preparazione: pulite i pesci e friggeteli in olio bollente. Passateli nel pane grattugiato e lasciateli marinare in aceto in cui è stato sciolto dello zafferano. In casa spesso lo zafferano è sostituito da aglio e menta pestati. La versione di Lesina prevede l'uso di anguille tagliate in pezzi di 6- 8 centimetri, infarinate e fritte, quindi conservate sott'aceto in barattoli di vetro ( Ma. Br. ).

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martedì, gennaio 17, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI -
sezione: 1A CULTURA - data: 2006-01-14 num: - pag: 10
autore: di MARCO BRANDO categoria: ALTRI OGGETTI
 

  

  

GIGANTE
Il sindacalista brindisino

ucciso nel lager di Trieste

 

 

 

 


Nella città natale, Brindisi, lo ricorda una lapide, con epigrafe scritta cinquantaquattro anni fa da Concetto Marchesi. Vi si legge: « Antonio Vincenzo Gigante – operaio organizzatore partigiano – medaglia d'oro – caduto a Trieste nel novembre 1944 – nella galera fra le torture – con la morte testimoniò ai carnefici fascisti – la indomabile forza – e la certa vittoria del popolo lavoratore – L'Amministrazione democratica e popolare – del Comune di Brindisi – al glorioso concittadino in ricordo di tanto eroismo – 7 dicembre 1952 » .
Nove anni prima per lui si era dato da fare Giuseppe Di Vittorio, il “ padre” della Cgil, cui Gigante era unito sia dalla fede politica che da analoghe radici. Di Vittorio - tra luglio e settembre 1943 - chiese al ministro dell'Interno del Governo Badoglio la sua liberazione. Senza riuscirci. Così il brindisino Gigante - antifascista da sempre, comunista, tenace militante sindacale - dopo la proclamazione dell'armistizio fuggi dal campo di concentramento fascista di Renicci ( Arezzo). Raggiunse l'Istria e la Dalmazia, dove entrò nella resistenza partigiana. Finché fu catturato dai nazifascisti, torturato e ucciso nella
Risiera di San Sabba (Trieste), nel novembre 1944.
Antonio Vincenzo Gigante ha meritato una medaglia d'oro al Valor militare alla memoria. Eppure la sua storia tuttora è poco nota, anche in Puglia: « colpa » anche della consuetudine a considerare la Resistenza figlia soltanto nel Nord Italia. Non è così, come testimoniano episodi anche pugliesi d'immediata reazione armata. E se Gigante all'epoca prese le armi più a Nord del Tacco d'Italia, resta un pugliese. La cui memoria è stata coltivata fino ad oggi anche grazie al grande contributo di sua figlia Miuccia, che fa parte dell'Ufficio di Presidenza dell'Aned di Milano, l'associazione degli ex deportati.
Già da alcune settimane Miuccia sta raccontando in Puglia, nelle scuole, cos'era la deportazione nei lager: nell'ambito dell'iniziativa « Mai Più » , voluta da tante istituzioni e organizza zioni pugliesi. Con un scopo: aumentare la conoscenza delle vicende storiche legate alle persecuzioni razziali, alle deportazioni di politici, militari e civili dopo l' 8 settembre 1943, al ruolo della Puglia. Il progetto prevede il « Treno della Memoria » , partito da Lecce nei giorni scorsi e in sosta a Brindisi da lunedì, per poi proseguire fino a Foggia. Una mostra itinerante: la tappa brindisina prevede per dopodomani alle 16, nella Biblioteca provinciale, proprio la presentazione del libro, d'imminente distribuzione, Vincenzo Gigante detto Ugo, un eroe brindisino ( Hobos Libri - Ipsaic), scritto da Vittorio Bruno Stamerra, Antonio Maglio, Patrizia Miano, presentato da Vittorio Antonio Leuzzi e Carmine Dipietrangelo.
A Gigante dedica una biografia ampia pure il sito dell'Associazione nazionale partigiani d'Italia ( www. anpi. it): nato a Brindisi il 5 febbraio 1901, « è una tra le più luminose figure dell'antifascismo e della Resistenza italiane » .
Operaio, militante nella Gioventù socialista, non aveva ancora vent'anni quando fu arrestato nella sua città per aver preso parte, nel 1919, alle manifestazioni a sostegno dei soldati che rifiutavano d'imbarcarsi per la Libia.
« Nel settembre del 1922 si trasferì a Roma, trovandovi lavoro come operaio edile. Fu presto eletto... segretario del Sindacato provinciale degli edili » . Dopo la marcia su Roma, Gigante diventò responsabile del lavoro sindacale del partito comunista, cui s'era iscritto già nel 1921; nella primavera del 1923, col regime di Mussolini già forte, riuscì a portare in piazza diciottomila edili capitolini, in sciopero contro il carovita. L'Anpi ricorda che nel 1925 fu costretto a rifugiarsi in Urss, dove frequentò l'Università leninista per due anni.
« Nel 1927 - si legge nella sua biografia - Gigante è a Parigi, membro della Direzione nazionale della Confederazione generale del lavoro. Dalla Francia passa a più riprese clandestinamente in Italia, per organizzarvi la lotta antifascista e il movimento sindacale. Nel 1929 viene arrestato e processato in Svizzera, insieme a Grieco, Dozza, Secchia e altri; ma, come i suoi compagni, rimane in carcere pochi giorni » .
« Nel 1933 Gigante entra a far parte del Comitato centrale del Partito comunista e lo stesso anno viene arrestato durante una missione a Milano. Finisce davanti al Tribunale speciale che, nell'ottobre del 1934, lo condanna a venti anni di carcere. Nel ' 42 viene confinato nell'isola di Ustica. Il 25 luglio del 1943 coglie Gigante nel campo di concentramento di Renicci, presso Anghiari, dove sono internati altri antifascisti, tra cui numerosi sloveni.
Sembra l'ora della libertà, ma dal governo Badoglio non arriva l'ordine di scarcerazione. I detenuti pazientano sino all' 8 settembre, quindi, guidati da Antonio Gigante, si ribellano alle guardie ed evadono. Gli evasi tentano di spingersi a Sud per raggiungere il fronte ed unirsi agli alleati, ma non riescono nel loro intento e sono costretti a ritornare indietro » .
Gigante e i suoi attraversarono la Romagna, costeggiarono l'Adriatico, raggiunsero il Veneto e Trieste. In Istria egli fu tra i primi organizzatori di formazioni partigiane. Combattendo si spinse in Dalmazia; qui, in rappresentanza dei comunisti italiani, trattò con quelli jugoslavi gli accordi per la immediata lotta comune contro i nazifascisti, accantonando le questioni territoriali. Gigante diventò membro della direzione del partito a Trieste. E lì, dopo una spiata, fu arrestato nel novembre del 1944. Torturato, non collaborò. Così fu ucciso.
Una storia raccontata con dovizia di particolari nel libro che sarà presentato lunedì a Brindisi: è ricco di testimonianze e di documenti, incluse molti rapporti su Gigante redatti dall'Ovra, la polizia politica fascista. Ma non vi compaiono solo l'uomo politico e il combattente. Dal libro emerge anche la figura di un figlio amorevole, di un padre premuroso, di un marito affettuoso: Cenzo, come lo chiamava la moglie Wanda, o Zino, dal brindisino ' Nzino , come la chiamava la madre Concetta. Una storia intima, che emoziona quanto la avventura politica.

 

 


 


Il treno della memoria

 


La manifestazione in onore di Antonio Gigante fa parte del programma di « Mai più » , il complesso di iniziative promosse quest'anno dalla Regione Puglia in occasione del Giorno della Memoria, la ricorrenza internazionale dedicata al ricordo dell'Olocausto del popolo ebraico nei lager nazisti, fissata al 26 gennaio, il giorno in cui, nel 1945, le truppe sovietiche liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Il Treno della Memoria, la mostra itinerante con documentazione e testimonianze sulla Shoah, che sarà a Lecce fino a oggi, da domani al 18 gennaio sarà appunto a Brindisi; seguiranno le tappe di Taranto ( 19- 23 gennaio), Bari ( 24- 30 gennaio), Barletta ( 31 gennaio- 3 febbraio) e Foggia ( 4- 8 febbraio).

 

 

 

 

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lunedì, gennaio 16, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI -

sezione: 1A PAGINA - data: 2006-01-15 num: - pag: 1

autore: di MARCO BRANDO categoria: REDAZIONALE

LO STORICO

Giorgio Spini,

da Bari la sua Liberazione

 

Giorgio Spini - lo storico spentosi ieri all'età di 89 anni nella sua

Firenze, dove aveva visto la luce il 23 ottobre 1916 - era davvero un

fiorentino con i fiocchi. Né lo nascondeva. Anzi.

Però era molto legato a Bari. E non nascondeva neppure questo legame: con

l'entusiasmo che può avere chi ci visse, anche se non a lungo, quando era

giovane; e con l'entusiasmo del giovane che, nell'autunno del 1943, vi era

giunto per dare un contributo alla liberazione dell'Italia dal nazifascismo.

Quando lo abbiamo incontrato per fargli la nostra seconda intervista ( la

prima era capitata in Puglia) ci ricevette, esattamente due anni fa, nella

sua casa di Fiesole.

Pochi giorni prima che intervenisse nel seminario barese di studi

organizzato dall'Università e dall'Ipsaic, in occasione del sessantesimo

anniversario del congresso dei Cln del 1944.

Spini aveva già 87 anni. Ci accolse sulla porta. Di lui ci colpirono,

ancora, gli occhi chiari e vivaci, da ragazzo: incorniciati tra il bianco

dei capelli ribelli, il bianco delle sopracciglia folte, il bianco dei

baffi.

Con lui c'era la signora Annetta, sua moglie, sposata nel 1945, verso la

fine della guerra. La casa di Fiesole della famiglia Spini è molto bella.

Colma di libri, di foto, di targhe, di cimeli, di ricordi. Avremmo dovuto

discutere del suo ricordo di quel primo congresso dei Comitati di

liberazione nazionale, al teatro Piccinni di Bari. Ma prima ci capitò di

parlare con orgoglio delle sue radici: di protestante e antifascista.

Raccontò che gli Spini avevano aderito a metà dell'Ottocento alla Chiesa

valdese, nell'impeto dell'entusiamo risorgimentale. Ci parlò anche del

Partito d'azione, del socialismo liberale. Ci parlò dei suoi figli, uno dei

quali è il parlamentare diessino Valdo Spini. Nacque un'intesa, insomma.

Così nel corso di questi ultimi due anni, Giorgio Spini ci ha scritto varie

lettere; prendemmo l'impegno d'inviargli i nostri articoli che pensavamo

potessero interessargli. Grazie a lui, ne scrivemmo anche uno sulla storia

dei valdesi di Orsara di Puglia.

Quel giorno a Fiesole parlammo, infine, pure del Congresso di Bari del 28 e

29 febbraio 1944. Ci disse, che « rappresentò l'esordio pubblico di un'élite

democratica di grande qualità ma del tutto disarmata. I Cln s'illudevano di

rappresentare la maggioranza, ma erano una minoranza » . Nel dare quel

giudizio s'avvalse non solo della sua autorevolezza di storico ( ha

insegnato, in Italia, a Messina e Firenze e, negli Stati Uniti, ad Harvard e

Berkley) ma anche della sua testimonianza diretta: aderente al Partito

d'Azione, al primo summit della rinata Italia democratica partecipò

personalmente. Dopo aver attraversato il fronte ed essere giunto a Bari, era

entrato a far parte dell'ufficio stampa del Comando supremo badogliano; poi,

allontanato per le idee « sovversive » , fu accolto dagli angloamericani nel

« Pwb Combat Team » , unità incaricata d'occuparsi d'informazione e di

controinformazione.

Il Congresso non fu un'occasione perduta per dare una spallata a Badoglio e

ai Savoia? « All'epoca il Cln presupponeva di avere la maggioranza dei

consensi degli italiani, per lo meno di quelli meridionali, già liberati. Ma

poi si vide che nel Sud non era così. Il motivo è semplice: allora le masse

del Sud erano prepolitiche, legate alla tradizione monarchica, affamate al

di là dell'immaginabile.

Certo - aggiunse - nel Meridione c'era anche il meglio della classe

intellettuale democratica, da Croce a Sforza, da Omodeo a Rodinò, da

Cifarelli a Fiore. Ma erano isolati.

Oltre tutto, il britannico Churchill sognava un'Italia governata dai

fascisti senza Mussolini. E allora era no i britannici ad avere la

leadership per quel che riguarda la politica italiana » . E Spini non negò

neppure una frecciata a Togliatti, il leader comunista: « Togliatti,

accettando l'ingresso nel Governo Badoglio, da un lato tolse argomenti ai

badogliani. Dall'altro, sbarrò la strada anche al Partito d'azione: aveva

capito che gli azionisti erano un pericolo per i progetti del Pci » .

Spini raccontò che invece i progressisti britannici erano con loro.

« Un esempio: il maggiore Ian Greenless e il maggiore Robertson, due

scozzesi che avevano il compito di gestire Radio Bari, trasformarono la

radio nella voce dell'Italia dei Cln. E da quei microfoni parlarono molti

esponenti del Partito d'Azione, tra cui Adolfo Amodeo, Michele Cifarelli e

io stesso, con lo pseudonimo di Valdo Gigli. E io seguii il congresso

assieme a quel furbacchione di Greenless, entrambi in borghese » . Sorrise.

Ieri il professore si è congedato.

I suoi funerali si svolgeranno domani nella chiesa valdese di Firenze, alle

15. Ci mancherà.

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sabato, gennaio 14, 2006

E' MORTO A FIRENZE GIORGIO SPINI

 

14-01-2006 11:02

Lunedì i funerali nella chiesa valdese

 

Firenze, 14 gen. (Apcom) - Giorgio Spini, professore emerito dell'Università fiorentina ed a lungo docente di storia in diverse università americane, è morto questa mattina a Firenze. Padre dell'ex ministro socialista, oggi deputato Ds, Valdo Spini, il professore aveva 89 anni ed era stato sottoposto una settimana fa ad intervento chirurgico nell'ospedale di Careggi. L' ultima sua opera è stata pubblicata un mese fa: "Il protestantesimo italiano del Novecento" è uscita nel dicembre 2005. I suoi funerali si svolgeranno lunedi' nella chiesa valdese di via Micheli a Firenze, alle 15. La salma sara' esposta a partire da oggi nella cappella di San Bartolomeo al Gignoro.

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Mi spiace tantissimo. Avevo intervistato Giorgio Spini un paio di volte. L'ultima volta a casa sua, a Fiesole: una bellissima casa nel verde, piena di libri e di ricordi. Esattamente due anni fa. C'era anche sua moglie. Mi offrirono un caffé nel salotto.

Parlammo a lungo. Era dolce e, contemporaneamente, autorevole (ecco il link all'intervista che gli feci: http://professionereporter.splinder.com/post/4691324 ).

Mi parlò anche della sua fede protestante: mi raccontò che i suoi nonni avevano aderito a metà dell'Ottocento alla Chiesa valdese; una reazione in chiave risorgimentale all'atteggiamento politico del Papa e dello Stato pontificio.

Grazie a lui mi sono avvicinato (con la cautela del non credente che vorrebbe credere) alla Chiesa valdese e mi sono appassionato alla storia, purtroppo effimera, del Partito d'azione, del socialismo liberale, di Carlo Rosselli.

Cosicché da alcuni anni penso che - se riuscissi ad essere credente - sarei un cristiano valdese; e, se esistesse ancora il Partito d'azione, probabilmente mi piacerebbe averne la tessera.

Nel corso di questi ultimi due anni, Giorgio Spini mi ha scritto varie lettere, in una calligrafia precisa e minuta, raccomandandomi di seguire alcune questioni che - come storico, come giornalista e come cittadino - gli stavano a cuore; io gli ho sempre inviato i miei articoli che pensavo potessero interessargli.

Grazie a lui, ne scrissi anche uno sulla storia dell'antica Chiesa valdese di Orsara di Puglia. Quando lo lesse fu molto contento, come mi fece sapere con una delle sue lettere.

Beh, ciao Giorgio. Sei stato un grande...

Sono felice e orgoglioso d'averti conosciuto.

Ci mancherai.

Mi mancherai.

  Marco

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giovedì, gennaio 12, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI -
sezione: 1A PAGINA - data: 2006-01-12 num: - pag: 1
autore: di MARCO BRANDO categoria: REDAZIONALE

 

 

Una discendente degli emigrati nell'ottocento da Trani e Bisceglie scrive al Corriere

 

Lettera dalla Crimea: la Puglia

non ci dimentichi

«La Puglia riconoscerà i suoi figli morti così lontano dalla Patria?

Magari » , si legge. La lettera è scritta in italiano. Però il luogo da cui

viene è Kerch, in Crimea, Ucraina, ex Urss. La data: « 06.12.05 » . Con

l'aggiunta: « Giorno di San Nicola di Bari » . La busta, dalle rive del Mar

Nero, è partita il 10 dicembre. A Bari è arrivata ieri: è indirizzata al

sottoscritto, presso « redazione del giornale " Corriere del Mezzogiorno" »

, « Bari ( Ba) » , « Italia » . Senza la via. Insomma, ha fatto un po'

fatica ad arrivare. Però bisogna apprezzare l'entusiasmo. Non è una lettera

come altre. Porta la firma di una pugliese. Una pugliese che in Puglia non c'è mai

venuta. Neppure i suoi genitori ci sono mai venuti. Neanche i suoi nonni.

Forse ci sono nati i suoi bisnonni o trisnonni.

In che senso? Nel senso che Giulia Lora Boico Giachetti è la discendente dei

pugliesi - per lo più di Trani e Bisceglie - che nell'Ottocento emigrarono

in Crimea, soprattutto a Kerch: reclutati dal governo della Russia zarista e

incoraggiati dalla prospettiva di poter lavorare come agricoltori,

carpentieri e pescatori. L' 11 novembre scorso sul nostro Corriere abbiamo

proposto un servizio dedicato a loro: incoraggiando soprattutto le

istituzioni pugliesi, regionali e locali, a ricordarsi, concretamente, di

quegli amici lontani, dimenticati da oltre un secolo.

Finora non c'è stata una risposta istituzionale, a parte una telefonata in

redazione da parte del sindaco di Trani. Ma non demordiamo: né noi qui; né

loro in Crimea, come dimostra la lettera che ci è arrivata ( scritta dopo

che Giulia aveva letto l'articolo, giuntole attraverso uno strano giro per

mezzo della posta elettronica). È straordinario che quei « pugliesi di

Crimea» , a distanza di tantissimo tempo, curino ancora le radici con

l'Italia e la Puglia. Studiano l'italiano; alcuni lo parlano e lo scrivono.

Ricordano le tradizioni, la cucina, persino qualche parola in dialetto.

Eppure esistono ancora quasi per caso: sono stati vittime di persecuzioni.

Perché durante la II Guerra Mondiale le truppe italo- tedesche spedite

laggiù dai regimi nazifascisti furono respinte: e l'Urss comunista dopo si

vendicò nei confronti di quel migliaio di italiani, cittadini sovietici, che

vivevano a Kerch e dintorni da cento anni. Quasi tutti morirono nei lager

staliniani.

I superstiti, i loro figli e nipoti, non si sono dati per vinti. Negli

ultimi anni hanno ricevuto qualche sostegno dalle autorità diplomatiche

italiane in Ucraina. Così Giulia Loro Boi ca Giachetti ( un cognome,

quest'ultimo, ancora abbastanza diffuso a Trani e Bitonto) ci ha scritto:

« Ho letto l'articolo dell' 11 novembre e, prima di tutto, vogllio

ringrarVi » . Poi: « Per noi, figli e nipoti degli italiani di Crimea, è

molto importante sapere che qualcuno ci ricorda in Italia, in Puglia, nella

terra dei nostri bisnonni » . Ancora: « Siamo molto riconoscenti della

Vostra compassione. Proprio dall'articolo ho saputo della lapide costruita a

Milano ( di recente dedicata alle vittime dei gulag sovietici, ndr ). Spero

che sia il punto di svolta nella sorte della minoranza italiana di Crimea.

Davvero, siamo ( la maggior parte di noi) di origine pugliese. Voglio

credere che il Vostro appello non sia la voce nel deserto.

Forse, una volta anche la Puglia riconoscerà i suoi figli morti così lontano

dalla Patria. Magari! » « Tanti auguri in occasione delle feste future! -

concludeva Giulia un mese fa - Buon Natale e Felice Anno nuovo! Con stima ».

Un appello in cui sono usate parole che provocano particolare commozione:

« compassione » , ad esempio; « figli » della Puglia; « Patria » . I

pugliesi di Crimea possono usarle senza rimorsi. Da tempo invece le

istituzioni di questa regione - lo scriviamo senza retorica - forse qualche

rimorso dovrebbero sentirlo. Perciò ci auguriamo anche noi che, finalmente,

si ricordino di quegli figli lontani.

                                                                                         Marco Brando

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Corriere del Mezzogiorno - BARI -
sezione: 1A CULTURA - data: 2006-01-12 num: - pag: 15
autore: di MARCO BRANDO
  

 

 

LA STORIA / SOTTO L'ALTARE DELLA CATTEDRALE DI ROUEN

È SEPOLTA LA SPOSA PUGLIESE DI UN ARDIMENTOSO DUCA DI NORMANDIA DELL'XI- XII SECOLO

 SIBILLA

La duchessa di Conversano che sfiorò il trono d'Inghilterra

 

 
Claude Monet, Cattedrale di Rouen, 1894                                  "Corte Altavilla" a Conversano (Bari)

In Timeline , romanzo fantastorico pubblicato nel 2000 e scritto dal prolifico Michael Crichton, alcuni archeologi sono catapultati indietro nel tempo, per finire ( nei guai) durante la guerra dei Cent'anni ( 1337- 1453) tra inglesi e francesi. Infine, tornati avventurosamente ai nostri giorni, scoprono un'antica lapide in cui è citato un loro compagno che aveva deciso di “ rimanere” nel Medioevo, nelle vesti di nobile cavaliere. Una circostanza che viene in mente leggendo il recente romanzo storico Sibilla d'Altavilla. Contessa di Conversano, Duchessa di Normandia , scritto da Dora Liguori per Adriatica Editrice ( 272 pagine, 15 euro). Perché il pretesto ( fondato) su cui è basato il libro è la segnalazione inattesa ( avvenuta davvero) d'una lapide medievale posta nella cattedrale di Rouen: vi si ricorda la storia di Sibilla, duchessa normanna nata a Conversano intorno al 1080 e deceduta a Rouen nel 1102. Com'è vera, d'altra parte, la sua avventura umana a fianco dello sposo, Roberto II duca di Normandia ( 1054- 1134), primogenito di Guglielmo il Conquistatore e Matilda di Fiandra, pretendente al trono d'Inghilterra e protagonista della Prima Crociata.
D'altra parte, a Conversano si tramanda che l'area in cui visse la corte di Sibilla è nella stessa zona del centro storico in cui oggi c'è l'hotel « Corte Altavilla » Relais & Charme, affascinante albergo “ inventato” dai conversanesi Letizia Valenzano e Nicola Mattia. L'antica Cupersanum, conquistata dai Normanni nel XI secolo, dopo la divisione del Ducato di Benevento diventò una contea sotto il dominio della Casa Altavilla. Finché Sibilla andò in sposa a Roberto II, sancendo un connubio, poco noto, tra la Puglia d'allora e Rouen, capitale storica della Normandia in Francia.
È accaduto che quasi mille anni dopo, durante un viaggio in Normandia, il professor Carmine Liuni, agronomo di fama e cultore della materia, ha visto la lapide in latino medievale sotto l'altare maggiore della cattedrale normanna: Sibylla de Conversana / Apulien ortu / quam duxit uxorem / Robertus Brevis ocrea dictus / Normannorum dux / invicti filius Guillelmi Con quistatoris / acerba nimis morte praerepta / post biennium conubi / Am - M - C - II / Gentis olim delicium dein desiderium / nunc cinis / serius revictura .
Traduzione: « Sibilla di Conversano, nata in Puglia, che Roberto il Breve detto Schiniere, Duca dei Normanni, figlio dell'invitto Guglielmo Il Conquistatore, condusse seco in moglie, colpita da precocissima morte dopo un biennio di matrimonio. A( nno) M( ortis) 1102. Prima delizia, poi desiderio della gente, ora cenere in futuro risorgente » .
Ne è scaturito un lavoro di riscoperta della nobildonna. Finché la scrittrice campana Dora Liguori - presidente a Roma del « Consiglio nazionale per l'alta formazione artistica e musicale » , docente di canto al Conservatorio di Santa Cecilia - venuta casualmente a conoscenza della storia di Sibilla durante un soggiorno nell'albergo Corte Altavilla, ha deciso di dedicarle un romanzo, forte anche dell'incoraggiamento e dell'entusiasmo dello staff dell'hotel. Il libro è stato recentemente presentato nella pinacoteca del Castello aragonese di Conversano, con il patrocinio della Regione Puglia e gli interventi - oltre che dell'autrice - dei professori Pasquale Bel lini, Francesco Tateo ( Università di Bari) e Mario Colonna.
« Per la parte storica - si legge nelle note - il libro fa riferimento alle ricerche e alle notizie disponibili. Per le “ emozioni”, invece, si affida a processi induttivi » . I ritratti dei due protagonisti, secondo la scrittrice? « Roberto II duca di Normandia, uomo affascinante e valoroso guerriero nonché, cosa rara per i tempi, colto e gentile, sarà uno dei protagonisti della prima crociata; ma sarà anche la vittima sacrificale di una terribile famiglia, dal padre ai fratelli, votata perennemente a procurargli danno. Sibilla, figlia del conte di Conversano, è invece un raro esempio di donna che saprà, attraverso la forza della sua cultura, imporre, in una società medioevale dal potere completamente affidato agli uomini, il proprio pensiero modernissimo, un pensiero che, per questo, verrà ritenuto altamente pericoloso » . « Dopo tanti secoli, infatti, il giallo della sua prematura e tragica fine ancora perdura: morì di parto o fu premeditato omicidio di Stato? » .

Una lettura giallistica, quindi, più che basata su certezze storiche. Ma con un indiscusso fascino. Di certo, si sa che il governo di Roberto II fu segnato dalla discordia con i fratelli in Inghilterra; discordia che infine portò all'assoggettamento della Normandia alla corona inglese. Il suo soprannome “ Cortacoscia” ( in inglese Curthose , in francese Courteheuse ), farebbe riferimento alla sua statura: Guglielmo di Malmesbury e Orderico Vitalis riportano che il padre, Re Guglielmo, lo chiamava per scherno brevis- ocrea ( stivali corti). Comunque il problematico Roberto sposò nel 1100 Sibilla, figlia di Goffredo di Brindisi, conte di Conversano ( e pronipote di Roberto il Guiscardo). Il loro figlio, Guglielmo Clitone, nacque il 25 ottobre 1102 e divenne erede del Ducato di Normandia. La giovane Sibilla, che era ammirata e spesso lodata dai cronisti dell'epoca, si spense effettivamente poco dopo il parto. Malmesbury sostiene che morì per essersi fasciata troppo strettamente il seno; mentre sia Torigny che Vitalis suggeriscono che fu assassinata da una cabala di nobildonne capeggiata dall'amante del marito, Agnes Giffard.
Di certo, la lapide dedicata a Sibilla sotto l'altare maggiore della Cattedrale di Rouen denota che la sovrana normanna era una “ prima donna”. Infatti Notre Dame di Rouen è un famoso monumento d'architettura gotica.
Famoso anche perché nel 1894 il pittore impressionista Monet realizzò una serie celebre di trenta tele, dedicate alla facciata dell'edifico sacro nelle diverse ore del giorno. Un'antica pugliese, insomma, non può trovare ospitalità migliore. Tanto più che, per la cronaca, nella cattedrale c'è pure la tomba attribuita a Riccardo Cuor di Leone, Re d'Inghilterra ( 1189- 1199). Un altro mito.
 

 

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lunedì, gennaio 09, 2006

Corriere del Mezzogiorno - BARI -
sezione: 1A CULTURA - data: 2006-01-08 num: - pag: 13

 

 

 

MEMORIA / NEL ' 43 C'ERA SOLO UNA FAMIGLIA LEVI ( QUATTRO PERSONE)

DUE ANNI DOPO ERANO MIGLIAIA IN ATTESA DI PARTIRE PER IL MEDIO ORIENTE  

  

SHOAH 
Storia della comunità ebraica di Bari

I «salvati» del 1945 verso la Palestina


di MARCO BRANDO

 

Si chiamava Alberto Levi. E a Bari, nel 1943, era rimasto solo, con la moglie e le due figlie. In che senso? Nel senso che erano gli unici ebrei italiani ancora in città, dopo il varo delle famigerate leggi razziali, promulgate dal regime di Mussolini nel 1938. E fu quindi anche il solo nucleo familiare che si ritrovò, dopo l' 8 settembre 1943, nella Puglia liberata dagli alleati e da una parte delle forze armate e della popolazione. Levi entrerà così, all'inizio del 1944, nella Comunità israelitica temporanea di via Garruba 63, a Palazzo De Risi. Ma era, appunto, il solo barese. Gli altri avevano attraversato il fronte tra ottobre e dicembre 1943: oltre millecinquecento, di cui solo una settantina cittadini italiani.
La vicenda della comunità barese è un capitolo importante - anche se poco noto - di quegli anni. Ci piace ricordarlo alla vigilia dell'iniziativa « Il treno della memoria » , che partirà domani da Lecce con una mostra itinerante sul genocidio nazifascista. La storia di Alberto Levi e degli altri millecinquecento ebrei d'Europa giunti nel capoluogo pugliese testimonia l'intreccio tra quella comunità « temporanea » , i cittadini pugliesi, le istituzioni appena uscite dal fascismo e gli eserciti alleati. A quella vicenda è dedicato il capitolo « La comunità ebraica di Bari ( 1944- 1950) » , scritto dallo storico Francesco Terzulli e contenuto nel volume Terra di frontiera, Profughi ed ex internati in Puglia. 1943- 1954 ( Irrsae Puglia- Ipsaic/ Progedit, 1988- 2000), a cura di Vito Antonio Leuzzi e Giulio Esposito.
Occorre ricordare che nel Mezzogiorno d'Italia, al contrario che nel Centro Nord, le comunità ebraiche erano assai ridotte. Infatti, sotto il dominio spagnolo, si era giunti nel 1541 alla definitiva espulsione degli ebrei dal Regno di Napoli. Così pure in Puglia, nel corso dei secoli, tornarono in pochi. Tra questi la famiglia Levi. E ci rimase sempre, al contrario di molti altri che dopo l'adozione delle leggi razziali « avevano preferito - scrive Terzulli - rientrare nelle città d'origine del Centro- Nord, temendo che rimanere a Bari, dove gli ebrei erano pochissimi, fosse più pericoloso » .
I Levi ebbero più fortuna: a Nord guerra e deportazioni finirono nella primavera del 1945; invece nell'autunno 1943 in Puglia, e man mano nelle altre regioni meridionali liberate, era ripresa la vita. Non a caso Vittorio Emanuele III, in fuga da Roma, era giunto proprio a Brindisi il 10 settembre. A Bari Palazzo De Risi, ex sede d'un gruppo fascista, dal 1944 ospitò così la Comunità ebraica: 70 italiani, 795 jugoslavi, 158 polacchi, 104 austriaci, 80 cecoslovacchi, 38 tedeschi, 35 apolidi, una trentina tra rumeni, francesi, bulgari, ungheresi, russi, lettoni, inglesi, estoni. Tra gli italiani, molti nomi di rilievo. Tra questi, l'attore Arnoldo Foà, che fece lo speaker di Italia combatte a Radio Bari; il futuro sottosegretario Mario Fano; l'ammiraglio Aldo Ascoli ( ex comandante del Battaglione San Marco). Molti membri della comunità erano militari della Brigata Hatikvah Yehudit Lochemet ( unità di combattimento ebraica) e della Brigata partigiana jugoslava d'Oltremare, fondata a Bari nell'autunno 1943. In via Garruba 63 trovarono sistemazione l'Ufficio palestinese, il Centro profughi, una mensa, un club. I problemi? Tanti. Ad esempio, nel campo di Bari- Carbonara c'erano 650 profughi ebrei, nei dintorni altri 500, 200 a Taranto. Finché la capitale del Regno del Sud restò a Brindisi, i rapporti col Governo italiano erano in qualche modo possibili; ma l' 11 febbraio 1944 corte e governo si trasferirono a Salerno e i contatti s'interruppero. Problemi che aumentarono via via che la Puglia si trasformava nel ponte percorso dagli ebrei diretti, clandestinamente o legalmente, verso Israele. A Bari dall'inizio del 1945 entrarono in funzione il Central Palestine Office , dedicato all'emigrazione, l' Education Board ( col compito di organizzare scuole), un hachsharoth ( colonia agricola destinata a preparare i giovani alla vita in Palestina), una scuola per pescatori ( riservata agli ebrei polacchi), una scuola ebraica ( destinata solo ai reduci dai lager).
Nel gennaio 1945 a Bari c'erano, in attesa, 1327 ebrei non- italiani. A marzo partì ufficialmente da Taranto, dopo tre giorni di visite mediche nel capoluogo, la prima nave con novecento ebrei diretti in Palestina. Da Bari il 28 agosto 1945 partì invece la prima nave di clandestini salpata dall'Italia verso il futuro Stato di Israele: il peschereccio Sirius, ribattezzato Dàlin, al cui varo aveva partecipato il vescovo di Monopoli. E nel capoluogo pugliese iniziarono le proteste ebraiche contro il governo britannico, che ostacolava l'emigrazione verso il Medio Oriente. Il 17 aprile e il 22 luglio 1947 mille ebrei provenienti dal campo profughi di Palese inscenarono una manifestazione davanti al consolato britannico, a Bari; il 23 agosto insorsero contro il direttore neozelandese del campo; analoga protesta nel campo di Trani, il 6 ottobre. Comparve, su alcuni volantini e manifesti, anche la firma dell' Irgun Leumì d'Eretz Israel , organizzazione clandestina armata.
Non solo. Scrive Terzulli: « Il 10 aprile 1948 nelle acque del porto di Bari i servizi segreti ebrei riescono a far saltare il motoveliero Lino, diretto a Beirut, con tutto il suo carico di 6000 fucili e di munizioni acquistate dai palestinesi presso una fabbrica cecoclovacca » . Il 6 giugno 1949 giunse in visita a Bari il console d'Israele. Alla fine del 1949 gli ebrei della comunità barese s'erano ridotti a sole 99 persone, di cui 15 italiani; gli altri erano emigrati. Poi la Comunità israelitica si dissolse. Rimase il cimitero ebraico: la cura - ricorda Terzulli - fu « affidata al signor Alberto Levi » .
 

  

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giovedì, gennaio 05, 2006

TEMI DI ATTUALITA': laicità dello stato
 
Unioni di fatto e famiglia: un'opposizione che non c'è
di Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di teologia di Roma

 

 

 

Le posizioni espresse da Romano Prodi sul tema dei “diritti delle coppie di fatto basate su un vincolo diverso da quello del matrimonio” a sostegno della proposta di legge presentata da 61 parlamentari dell’Unione, hanno suscitato la reazione dell’Osservatore Romano, che è sceso in campo in difesa della famiglia, “la realtà naturale alla quale sono naturalmente inclini l’uomo e la donna” (corsivi nel testo!), e ha accusato Prodi di voler “relativizzare e ideologizzare la realtà della famiglia”.
Non c’è da stupirsi. Il Vaticano e la Conferenza episcopale italiana (CEI) hanno scelto il terreno della morale per esercitare direttamente quell’influenza politica che non è più affidata, in Italia, alla presenza di un partito cattolico come la DC, che era uno strumento di collateralismo, ma anche uno spazio di mediazione e quindi di autonomia della politica. Ora gli interessi della gerarchia cattolica vengono fatti valere direttamente di fronte all’elettorato e alle forze politiche.
Sarebbe miope vedere in questa strategia il semplice tentativo di recuperare un peso politico scemato negli anni. La posta in gioco è molto più alta, e quindi tanto più consapevole e forte deve essere la risposta. Sono in gioco l’autonomia della politica e del diritto, il pluralismo delle convinzioni etiche che si riconoscono nel patto democratico, l’affermazione dei diritti della persona, la libertà della ricerca scientifica, il rapporto tra religione e società democratica. Si tratta di una riscossa contro la modernità e le sue acquisizioni.

Nella fattispecie, la questione è molto semplice: il riconoscimento delle unioni di fatto, etero o omosessuali, rientra nella sfera di autonomia della politica e del diritto e non lede il diritto – sacrosanto – di altri cittadini di vivere il matrimonio come un sacramento le cui regole sono dettate dal proprio magistero. Così come l’aver depenalizzato comportamenti sessuali un tempo sanzionati non lede il diritto di chi crede che sia meglio essere casti o il propagandare l’uso del profilattico contro l’AIDS non lede il diritto di chi pensa invece di dover praticare l’astinenza. Viceversa, pretendere che sia sancita come universale e “naturale” – cioè non storicizzabile - quella che in realtà altro non è che la visione confessionale cattolica del matrimonio e della sessualità, significa discriminare tutti quelli che questa visione non seguono.
E’ poi veramente singolare l’affermazione dell’Osservatore Romano, che rimprovera a Prodi di fare un “tentativo di relativizzare e ideologizzare la famiglia”. Delle due l’una: se si relativizza una cosa, non la si può ideologizzare; se la si ideologizza, certamente non la si relativizza, cioè non la si consegna al relativo della storia e delle scelte umane, ma se ne fa un assoluto. Non ho dubbi su chi stia ideologizzando che cosa. La “famiglia” è per il Vaticano e per la CEI un assoluto. Chi invece conosce il sesso e la famiglia per esperienza personale (gioiosa ma anche complicata come tutte le realtà umane), ne parla certamente in modo più laico, proprio perché sa che la grandezza di queste buone realtà della vita va colta tutta nella concreta – e dunque contraddittoria – realtà della storia.
Non si tratta di attentare alla famiglia, ma i suoi molti problemi non si risolvono facendone una parola d’ordine ideologica da brandire. Conosco la risposta: non si tratta di ideologia, ma di difendere la verità. Ma la verità non sta nella natura, né nelle morali che i cristiani hanno sviluppato nella storia, ma nell’annuncio dell’amore di Dio per tutte le creature. Se le chiese si occupassero meno di egemonizzare culture, influenzare politiche e regolamentare la vita dei cittadini, e più di raccontare di Dio, renderebbero un migliore servizio alla verità. Si testimonia anche con la vita: i cristiani lo facciano allora con l’esempio personale e non con il tentativo di rendere egemoni le proprie convinzioni, limitando i diritti e le libertà di chi queste convinzioni non condivide.

(tratto dal NEV, del 14 settembre 2005)

 

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