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Professione Reporter

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Dal 16 aprile 2007 sono tornato a Milano: faccio il vicecaporedattore di City, il quotidiano free press della Rcs. Fino a quella data qui avreste letto soltanto: "Raccolta di articoli (miei) e di riflessioni (sempre mie o in alcuni casi prese in prestito) che altrimenti leggerebbero solo in Puglia (lavoro per il "Corriere del Mezzogiorno", dorso di cronaca pugliese allegato al "Corriere della Sera")". Ah, dimenticavo: tranquilli/e... Sono consapevole del fatto che, per dirla con Indro Montanelli, "noi giornalisti scriviamo sull'acqua e abbiamo una vita effimera, come le farfalle". Infine: devo forse sottolineare che questo blog non è una testata giornalistica e che viene aggiornato senza alcuna periodicità? E pure che, pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001? Scriviamolo, visti i tempi che corrono...

Eccomi

Utente: vinavil
Nome: Marco Brando
Un ex giornalista di provincia ... Ora tornato nella metropoli (beh, Milano - nel suo piccolo - lo è) :-)

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mercoledì, dicembre 28, 2005

Auguri a tutti !

Marco

Postato da: vinavil a 15:49 | link | commenti (11) |
belle pensate

venerdì, dicembre 23, 2005

Corriere del Mezzogiorno - BARI -
sezione: 1A PAGINA - data: 2005-12-23 num: - pag: 1
autore: di MARCO BRANDO categoria: REDAZIONALE

Sul Gargano la riserva naturale gestita dall'Eni è un angolo da scoprire

Santa Tecla, l'oasi che conquistò Mattei

 
S'incontrano alcuni signori indaffarati: hanno divise uguali a quella di chi lavora nei distributori di benzina. Eppure non siamo in una stazione di servizio, come testimonia una mandria di vacche. Si prosegue e si vedono branchi di cervi, che subito si nascondono nella vegetazione. Ma non siamo impegnati in un safari. Ed ecco, nel verde, una villa in cui è stata persino Soraya, quando era regina di Persia e moglie dello Scià Reza Pahlavi. Tuttavia non siamo in Iran. Nella villa però c'è un ufficio ornato di bandiere, con un'autorevole scrivania presidenziale. Ci dicono che non vi si è mai accomodato un presidente. Qual è l'arcano? Siamo sul promontorio garganico, nel territorio del Parco nazionale e del Comune di Vieste. E questa è la « misteriosa » tenuta di Santa Tecla: 2200 ettari tra la Testa del Gargano e la Baia di Vignanotica: con 14 chilometri di coste; dal mare di Pugnochiuso fino alle pendici montuose. Misteriosa perché qui è quasi impossibile entrare: ci siamo riusciti grazie a un nulla- osta partito, grazie al presidente del Parco Giandiego Gatta, dall'Eni.

Si racconta che il mitico presidente dell'Eni Enrico Mattei, in un mattino di sole del 1959, sorvolando con l'aereo personale la costa viestana, rimase affascinato dalla sua bellezza. Chiese al pilota d'effettuare più di un passaggio. Giunto nei pressi di Pugnochiuso, Mattei esclamò: « Ma questo è il paradiso! » . E il “ suo” centro turistico sorse proprio qui, nei primi anni ' 60; inducendo pure i residenti a pensare che il turismo sarebbe potuto essere un'ottima alternativa alla dura agricoltura locale. Evento rivoluzionario che dette il via al boom garganico.
Dal 2001 il complesso turistico vero e proprio è divenuto di proprietà del gruppo Marcegaglia. Ma tutto il resto è ancora sotto il controllo dell'Eni: marchio che - a dispetto dell'eventuale diffidenza ambientalista suscitata da un nome associato a idrocarburi, raffinerie e petroliere - ha garantito una tutela assai rigida di questa vasta area naturalistica. Anche perché una società ricca come quella ha potuto agevolmente permettersi di non ascoltare con interesse le sirene, piuttosto malefiche, dalla speculazione edilizia anche negli anni in cui il giovane Parco - con i suoi vincoli paesaggistici - non era ancora nato. Così oggi la tenuta di Santa Tecla è gestita, coccolata e controllata da sette dipendenti - quelli vestiti, appunto, con le tute da lavoro dell'Eni - capitanati da un tostissimo ed effervescente responsabile, che tutti chiamano “ capo”. È Domenico Lardieri, nato a Manfredonia. Testimone della graduale evoluzione dell'intuizione di Mattei fin dall'inizio, oltre quaranta anni fa.


È il « capo » , affiancato dal presidente Gatta, a farci da cicerone nella vastissima tenuta, guidando con sprint da rallysta su e giù per le mulattiere. Grazie alla cura dell'Eni l'area naturalistica di Santa Tecla è considerata tra gli habitat meglio conservati e più selvaggi dell'intero Mediterraneo. Fauna e flora sono tra le più ricche del Gargano, grazie alla varietà del territorio, dalle insenature e dalle baie sul mare fino al paesaggio montano e alle valli segnate dall'erosione. Sulle falesie marine vive una flora straordinaria, con decine di specie di orchidee. Il pino d'Aleppo la fa da padrone. E nella riserva vagano oltre mille animali selvatici: caprioli, mufloni, daini, cervi e cinghiali. Oltre alle vacche podoliche, da cui ricavano il noto caciocavallo, e a una comunità di bellissimi gatti, che montano la guardia alla villa e ai capannoni agricoli. Tutti animali curati, nutriti e controllati con grande investimento di mezzi.


A proposito, la villa… Dalle sue vetrate si vede il mare, laggiù nella baia. Attrezzata con una enorme sala per riunioni e, al piano superiore, fornita d'una decina di camere da letto, è stata per decenni il « pensatoio » dei dirigenti dell'Eni. È stato pure il luogo in cui - ai tempi della stipula di rivoluzionari contratti petroliferi - sono stati ospitati e tutelati ministri arabi, alti funzionari della Gazprom sovietica e, persino, la regina Soraya. Mattei in persona l'accompagnò nella visita delle grotte del Gargano. Peccato che, ci svela Lardieri, Mattei non ha fatto in tempo a utilizzare quel suo ufficio presidenziale allestito nella villa.
In compenso l'Eni cederebbe volentieri la tenuta e la sua gestione al Parco nazionale del Gargano. Non resta che sperare in un futuro senza crisi economica, oggi fonte di bilanci ridotti all'osso. Perché sia consentito al Parco, sulla carta più che disponibile, di trovare le risorse per questo auspicabile passaggio di consegne.

Marco Brando

Postato da: vinavil a 17:59 | link | commenti (1) |
turismo, ©

giovedì, dicembre 22, 2005

NOSTALGIA

La vicenda Unipol - D'Alema & C.

mi ha fatto venire

un'enorme, gigantesca, smisurata

nostalgia

di Berlinguer...

Ma dove siamo finiti?

--- § ---

Ps:

a scanso di equivoci, parlo per me e forse per altri

 che hanno i miei trascorsi, ovvio ...

 al netto di autocritiche

doverose

su errori del passato, ecc. ecc. ...

Postato da: vinavil a 13:36 | link | commenti (5) |
politica, riflessioni, personaggi, società, ricordi personali, morale, altri tempi

mercoledì, dicembre 21, 2005

 


 

Dal Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Politica - data: 2005-12-21 num: - pag: 14
autore: Maurizio Caprara categoria: REDAZIONALE

Il premier «assolve» Di Canio: un po' esibizionista ma un bravo ragazzo


Berlusconi: il fascismo?
In Italia non fu criminale

 


E difende Bush: la spada più che il codice contro i terroristi

ROMA — «Non si può combattere il terrorismo con il codice in mano», sostiene Silvio Berlusconi. Lo penseranno pure in tanti, in Italia, ma a quanto si può ricordare così su due piedi una valutazione del genere non è mai stata abituale da parte di un presidente del Consiglio della Repubblica. Negli anni Ottanta, al di là di quanto ciò fosse vero al cento per cento o di meno, la più frequente delle tesi governative era che il terrorismo nostrano era stato battuto nell'ambito della legalità, tuttalpiù aggiungendo leggi apposite nell'ordinamento. «Se combattono con una spada, bisogna difendersi con una spada», ha sostenuto invece senza mezzi termini il Cavaliere parlando dei terroristi nell'anno quarto della nostra storia dopo le stragi dell'11 settembre.
SULLA LINEA BUSH — Cornice di queste affermazioni sulla linea di George W. Bush è stata la sala di Palazzo Chigi nella quale Berlusconi ha ricevuto ieri a colazione una ventina di corrispondenti stranieri. Invece di andare nella sala della stampa estera, ha preferito giocare in casa. Arrivato all'appuntamento con quasi un'ora di ritardo, ha ripagato l'attesa degli ospiti con un profluvio di tesi che non possono non fare notizia. Per esempio, secondo il block notes di uno dei presenti: «Il fascismo in Italia non è mai stato una dottrina criminale. Ci furono le leggi razziali, orribili, ma perché si voleva vincere la guerra con Hitler. Il fascismo in Italia ha quella macchia, ma null'altro di paragonabile con il nazismo e il comunismo.
Era una dittatura, però nata e finita con se stessa».
IL «BRAVO RAGAZZO» — Giudizi destinati a sollevare nuove discussioni e proteste venuti fuori quando, ascoltate accuse a ripetizione verso il comunismo, un giornalista irlandese ha domandato se in Italia semmai non ci siano ancora residui di fascismo. «Il fascismo è finito, il comunismo continua», ha obiettato Berlusconi citando la Cina, la Corea del Nord e «i due partiti comunisti» italiani con la falce e martello, «simboli del terrore e della miseria». Qualcuno ha osservato che allo stadio il calciatore Paolo Di Canio ostenta il saluto romano. Il presidente del Consiglio: «Un fenomeno di nessuna importanza. Di Canio è un ragazzo per bene, non è fascista. Lo fa solo per i tifosi, non per cattiveria. Un bravo ragazzo, ma un po' esibizionista».
CIA & LEGITTIMITÀ — Meno contenti, rispetto all'attaccante della Lazio con il tatuaggio «Dux», hanno motivo di essere i magistrati che chiedono di estradare 22 agenti della Cia per il sequestro dell'imam Abu Omar a Milano. «Non credo che il caso sia fondato», lo ha liquidato Berlusconi, capo del governo tenuto a trasmettere le richieste di estradizione. «Quando centinaia di migliaia di vite sono a rischio, i Paesi devono usare strategie segrete e le armi disponibili per difenderle», ha affermato. Di voli segreti con prigionieri, Berlusconi ha detto di non sapere: il comportamento della Cia è stato «legittimo» perché Bush è «un sincero democratico».

 

Postato da: vinavil a 12:44 | link | commenti (2) |
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martedì, dicembre 20, 2005

sezione: 1A PAGINA - data: 2005-12-20 num: - pag: 1

autore: di MARCO BRANDO categoria: REDAZIONALE

STORIA

E Federico II disse:

non chiamatemi Puer Apuliae

« Cari brindisini , mica m'offendo se proprio mi volete definire uno della Puglia ( unum ex Apulia , ndr). Ma vi ricordo che sono stato ovunque. E colgo l'occasione pure per ricordarvi che ho titoli più adeguati al mio ruolo fulgente d'erede dell'Impero romano, ruolo invidiato da tutte le genti » . Parole ( con qualche licenza giornalistica) di Federico II di Svevia. In una lettera spedita da Lodi a Brindisi nel 1238. Dove unum ex Apulia potrebbe equivalere a quel puer Apuliae ( figlio della Puglia) cui l'imperatore deve la sua presunta fama di pugliese doc. Infatti a Federico è attribuita ( a livello non accademico) una presenza in Puglia così assidua da indurre a far ritenere che altrove andasse di rado o per nulla.

« Non è così » , ha appena ricordato lo storico Raffaele Licinio, ordinario di Storia medievale a Bari, nel corso di un seminario barese. Consapevole del fatto che è spesso arduo contraddire i fan dell'imperatore ( Jesi, 1194 - Castel Fiorentino in Puglia, 1250), considerato così pugliese che più pugliese non si può. Secondo Licinio, si può replicare loro citando proprio una dichiarazione letta e sottoscritta da Federico II in persona. Il professore l'ha sottolineata tra quelle contenute nelle lettere di Federico ospitate dagli Acta Imperii , pubblicati a Innsbruck nel 1880 circa a cura del professor Eduard Winkelmann.

La lettera in questione è scritta in latino ( non quello classico ma quello curiale, parlato dalla sua corte) e ovviamente si può prestare teoricamente a interpretazioni diverse, in base al tenore della traduzione. Tuttavia dal punto di vista scientifico ( cioè, anche in virtù di altri riscontri contestualizzati sulla base della ricerca storica) il professor Licinio ritiene che quel testo dimostri un'insofferenza più o meno velata di Federico nei confronti dell'attribuzione della « pugliesità » da parte dei brindisini.

L'espressione « quem cesarei tituli fulgor illustrat, unum ex Apulia nominari non reputemus inglorium » per Licinio può essere tradotta così: « Anche se non riteniamo del tutto disdicevole essere chiamati uno di Puglia, noi ben meritiamo il fulgore del titolo di Cesare » . Insomma, una presa di distanza di Federico II dall'entusiasmo dei cittadini di Brindisi, lanciatisi in un'adulazione dettata pure dal fatto che avevano chiesto all'Imperatore una prosaica riduzione delle tasse. I fan della pugliesità federiciana traducono invece quel « non riteniamo del tutto disdicevole » in « non consideriamo inglorioso » , traducendo il termine « inglorium » con « inglorioso » .

Una traduzione che, per il docente barese, è una tra le tante possibili.

La questione è di carattere scientifico, come si nota. Tuttavia la disputa sul significato di puer Apuliae non si basa solo su questa « testimonianza diretta » dello Svevo. In verità - segnala Licinio con altri storici medievisti - il termine « puer Apuliae » non è mai stato individuato in documenti medievali dell'epoca scritti in Italia. Perché l'epiteto era una specie d'insulto. Nel senso che fu un termine coniato dagli intellettuali alla corte di Ottone di Brunswick, rivale di Federico II nei primi anni del regno.

In palio c'era la corona imperiale. Ottone ebbe la peggio.

Tuttavia durante la disputa, nell'entourage di Ottone, Federico fu presentato, appunto, come puer Apuliae , in senso degenerativo. Cioè, era accusato d'occuparsi solo del lontano Sud Italia, trascurando la Germania. Questo aveva un senso nell'ottica di un tedesco di allora. Insomma, dargli del figlio del Mezzogiorno era un affronto. E, una volta scomparso Ottone dall'orizzonte politico imperiale, anche l'uso di quell'espressione scomparve. Per riemergere solo nella Puglia dei nostri ultimi sei o sette decenni. Una regione - si badi bene - che ai tempi di Federico II non esisteva così come la conosciamo: col termine Apulia era indicato tutto il Mezzogiorno continentale.

                                                                                                                               Marco Brando

Postato da: vinavil a 19:09 | link | commenti |
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venerdì, dicembre 16, 2005

sezione: 1A CULTURA - data: 2005-12-16 num: - pag: 13
autore: di MARCO BRANDO

STORIA

NEL 1917 CATTARO FU BOMBARDATA DA TRIPLANI CAPRONI PARTITI DALLA PUGLIA

 

 

D'ANNUNZIO


Un'autostrada di fuoco

riportò il Vate a Gioia


« Ero laggiù, nella Puglia piana, nel campo destinato alla mia dipartita per le Bocche di Cattaro, in quella Gioia del Colle che io rinominai Gioia della Vittoria » . Lo scrisse nel 1922, nel suo italiano aulico, Gabriele d'Annunzio. Ricordava l'impresa del 1917, allorché bombardò la flotta austroungarica alla fonda in Dalmazia. « Non dovete aver alcun dubbio » , aveva detto D'Annunzio ai suoi uomini prima del decollo da Gioia, in un'epoca in cui l'Europa era sconvolta dalla Prima Guerra mondiale. Aggiunse: « Tutti arriveremo al bersaglio. Tutti ritorneremo al campo. Siatene certi. Se la nostra volontà è diritta, la bussola non c'illuderà; se la stella del nostro cuore è fissa, la deriva non ci falserà la rotta » .


Ottantotto anni dopo, ieri mattina, nello stesso aeroporto, si potevano ascoltare queste parole: « Si parla tanto d'Unione europea. Ma noi piloti militari l'unione l'abbiamo realizzata da molti anni. Cooperiamo, ci sentiamo unitissimi. Uniti anche nella lingua: parliamo tutti in inglese, chi con un accento, chi con un altro... » . Lo ha detto ieri - nella sala briefing dell'aeroporto militare di Gioia del Colle - il generale Pietro Valente, fotogenico comandante della « Divisione caccia Aquila » . Con lui altri ufficiali italiani e il colonnello Beaf Mine, comandante dell'Allied Command Operation Tlp ( Tactical Leadership Programm e): è la « superuniversità » della guerra aerea ( vi aderiscono Italia, Francia, Spagna, Germania, Olanda, Stati Uniti, Belgio, Danimarca e Gran Bretagna), ha sede nella base belga di Florennes, ma in quest'occasione ha svolto le sue esercitazioni facendo base nello scalo pugliese.
Dalla Grande guerra all'Unione europea odierna è passato quasi un secolo. Tanto, dal punto di vista di un essere umano, poco dal punto di vista storico. Di certo, oggi Gabriele d'Annunzio stenterebbe a riconoscere la « sua » Europa, dilaniata da guerre fratricide. Eppure il grande aero porto militare di Gioia - che oggi ospita velivoli ipertecnologici italiani e della Nato ( come i 24 caccia Tornado, F16, F18, Mirage, Harrier del Tlp) - è lo stesso che nel 1917 ospitò quindici « preistorici » biplani Caproni a tre motori, al centro di una delle tante clamorose imprese del battagliero Vate.


Dunque, esattamente ottantotto anni e settantatrè giorni fa, il 4 ottobre del 1917, Gabriele D'Annunzio si lanciò nella notte con quegli aerei e cinquantasei uomini contro la flotta austriaca, nella difesissima base dalmata di Cattaro. Un'impresa mai affrontata prima: dovettero volare per quasi mille chilometri, tra andata e ritorno, sul mare aperto, col solo aiuto di bussole e stelle. Ci riuscirono, rientrando il 5 ottobre. Una storia epica raccontata negli anni Trenta da un altro eroe- pioniere dell'aeronautica, Italo Balbo ( 1896- 1940): « La squadriglia ... dal campo di Gioia del Colle sorvolò il mare per 400 km, e a notte alta bombardò il labirinto marino, le fortificazioni, le navi e i depositi. Altissime fiamme si videro nella notte. Compiuta l'operazione, i grossi velivoli italiani nonostante la foschia rifecero la rotta raggiungendo incolumi, dopo sei ore di volo, il campo di partenza. “ Secondo me - ebbe a scrivere D'Annunzio che partecipò all'azione - l'impresa di Cattaro è la più straordinaria che sia mai stata tentata da apparecchi attrezza ti per volo su terra”. E veramente ancora oggi, fatta ragione al tempo e ai mezzi, quell'impresa ha del leggendario e del sovrumano » .
In che senso? Il piano era così « fantascientifico » , viste le caratteristiche dei velivoli e l'inesistenza di strumentazione radio e radar, che persino il Vate dovette rinunciare all'agiatezza della Villa Cassano di Gioia, in cui alloggiava, per seguire indispensabili lezioni di astronomia, impartite agli equipaggi affinché non si perdessero nel cielo stellato.
D'altra parte l'aeroporto di Gioia nel 1917 aveva solo due anni: era stato allestito nel 1915, all'avvio della guerra, per ospitare aerei da bombardamento. Ma era poco più di una pi sta in terra battuta in mezzo a una radura. Nel sito Internet dell'Aeronautica militare si legge: D'Annunzio, « partendo verso il calar della sera con una formazione di 15 velivoli Caproni da bombardamento, col buio e senza strumenti di navigazione, attraversò l'Adriatico e raggiunse le coste della Dalmazia, dove bombardò la flotta austriaca con piccole bombe da caduta... I Caproni rientrarono tutti alla base seguendo una “ autostrada” di fuochi accesi da Bari fino all'aeroporto di Gioia. Così Gabriele D'Annunzio festeggiò l'epica impresa nel castello di Federico II, al centro della cittadina » .
Quanto bastò per creare un mito, anche se in realtà la meta fu raggiunta solo da pochi. Comunque D'Annunzio - che ottenne per l'azione l'ennesima ricompensa militare - voleva pure dimostrare la possibilità di realizzare voli a grande distanza. Perché il chiodo fisso del poeta- combattente era soprattutto un altro, all'altezza della sua visione epica della guerra: volare sulla capitale dell'Impero nemico, Vienna. Il Comando supremo italiano lo aveva bloccato.
Ma, dopo l'impresa di Cattaro, dette il via libera: all'alba dell' 8 agosto 1918 undici aeroplani, con D'Annunzio, decollarono da San Pelagio ( Padova). La meta fu raggiunta da otto.
Su Vienna, il Vate fece gettare pacchi di manifesti che recavano un suo messaggio e un altro gruppo di manifesti formulati da Ugo Ojetti, che in nome del comando italiano invitavano alla resa. L'eco fu grandissima su tutti i teatri della guerra.
Fatto sta che ieri, a distanza di 87 anni, alcuni Tornado con le insegne della Germania, all'epoca alleata degli austriaci, erano a fianco di jet con le insegne degli antichi nemici. Sulla pista dello stesso aeroporto, « laggiù nella Puglia piana » , che ascoltò i proclami guerreschi di D'Annunzio. Anche grazie a lui, dal 1923 l'Aviazione farà parte delle Forze armate italiane come arma autonoma. E la sua storia da allora ha sempre rullato anche sulle piste di Gioia.


Corriere del Mezzogiorno - BARI -
sezione: 1A CULTURA - data: 2005-12-16 num: - pag: 13
categoria: REDAZIONALE

L'ESERCITAZIONE NATO

Su quella pista gli aerei dei nemici di allora

L'esercitazione Tactical Leadership Programme ( TLP- DFC ' 05- 6) ha avuto lo scopo d'addestrare i capi formazione alla pianificazione e alla conduzione di formazioni complesse di aerei da caccia. Era iniziata il 18 novembre scorso, con base nell'Aeroporto Militare di Gioia del Colle, sede del 36 Ëš Stormo: vi si sono schierati ventisette jet ( F 16, F 18, Harrier della Marina, Mirage, Tornado) di Italia, Germania, Spagna, Olanda, Gran Bretagna e Francia, che - con gli Usa- hanno firmato il Memorandum of Understanding TLP . L'esercitazione, estesasi nei cieli di tutto il Mezzogionro, terminerà oggi.
Vi hanno contribuito anche altri 13 velivoli di supporto, coinvolgendo 450 militari dei vari Paesi. Per l'occasione, l'aereoporto di Gioia è stato adeguato ( con lavori di ristrutturazione) alle esigenze dell'iniziativa internazionale. Al briefing di ieri con la stampa hanno partecipato il generale Pietro Valente, comandante della Divisione Caccia Aquila, il colonnello Beaf M. Minne, comandante del Tlp, il colonnello Roberto Boi, comandante del 36 Ëš Stormo, il colonnello Marco D'Asta, capo della Flying Branch del Tlp, il tenente colonnello Antonino Monaco, capo ufficio operazioni del 36 Ëš Stormo.

Ma. Br.

Postato da: vinavil a 16:22 | link | commenti |
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lunedì, dicembre 12, 2005

Corriere del Mezzogiorno - BARI -
sezione: IN PRIMO PIANO - data: 2005-12-09 num: - pag: 2
categoria: REDAZIONALE

LA STORIA

Vive attaccato a una macchina, ma vuole votare

Casini scrive: « Una legge per garantire il diritto »

BARI — Roma, 8 novembre 2005: « Egregio Avvocato Colapinto, ho ricevuto e letto con attenzione la cortese lettera dello scorso 2 novembre, con la quale Ella ha inteso segnalare l'esigenza di un intervento normativo che consenta ai cittadini in stato di handicap grave l'esercizio del diritto di voto. A tale riguardo La informo di aver disposto la trasmissione della sua nota all'onorevole Donato Bruno, Presidente della Commissione Affari Costituzionali, affinchè possa prenderne visione ed assumere le eventuali iniziative che ritenga opportune.
Cordiali saluti » . Firmato: Pierferdinando Casini, presidente della Camera. Casini ha risposto ad una richiesta inviata ( a lui e al presidente del Senato Pera) dall'avvocato di Conversano Camillo Colapinto, immobilizzato dalla sclerosi laterale amiotrofica ( Sla), attivissimo tutore dei diritti dei malati ( e per questa ragione un anno fa nominato commendatore, con la moglie Maria Di Mise, dal Capo dello Stato), presidente del Comitato per la lotta alla Sla.


Ottenuta l'impegnativa promessa, ora Colapinto rivolge « un appello bipartisan ai parlamentari pugliesi: approntino quanto prima un disegno di legge che consenta ai disabili di particolare gravità d'esercitare il diritto di voto nella propria abitazione » . Il 2 novembre l'avvocato aveva inviato a Roma questa lettera: « Ch iedo il Vostro autorevole intervento, per porre fine a una oggettiva discrimina zione per cui le persone che sopravvivono come me, si vedono di fatto esclusi da diritti fondamentali previsti e tutelati dalla Costituzione e così retrocessi a cittadini di serie B » . Poi: « Sono un avvocato di 59 anni, affetto da 13 anni da SLA: una terribile malattia neurodegenerativa incurabile che comporta la paralisi progressiva e inarrestabile dei muscoli scheletrici volontari: l'ammalato non può più alimentarsi, non può esprimersi con la parola... Si paralizzani anche i muscoli deputati alla respirazione, con il conseguente decesso della vittima. La malattia non pregiudica le facoltà intellettive, sicchè l'ammalato assiste in piena lucidità alla sua fine » . Ancora: « Sono tenuto in vita dalle macchine.
Chi vive... attaccato alle macchine, conservando le facoltà mentali, di fatto viene espropriato del diritto di elettorato attivo che la Costituzione riconosce a tutti i cittadini » . « Sicuramente versano in queste condizioni diverse migliaia di cittadini: non si pensi ai soli malati di SLA, ci sono migliaia di malati affetti da malattie polmonari e respiratorie attaccati ad un respiratore, come pure le vittime di incidenti paralizzati e intubati come l'esploratore Fogar, recentemente scomparso. Certo, si potrebbe usare l'espediente del ricovero in ospedale, ma... è umiliante servirsi di un sotterfugio per esercitare un diritto » . Ora la parola passa alle istituzioni.

 Marco Brando

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giovedì, dicembre 08, 2005

IRVING LIBERO ! (O NO?)

Ho pensato un po'... ebbene, quasi quasi vi provoco, a costo non essere in disaccordo persino con una parte di me stesso...

Dunque, ecco qua: io sono contrario al divieto di ricostituire il partito fascista e anche quello nazista... e - se ci fosse - sarei pure contrario al divieto di ricostituire il Pcus stalinista... ovviamente, sono anche contrario all'arresto dello storico Irving in Austria (quello ch nega che si siatat l'Olocausto e dice che Hitler era un bravo ragazzo) con l'accusa di aver indottrinato gruppi neonazisti locali ...

Scandalizzati? Se sì, perché?

Io penso che nel 2005 le società più o meno occidentali e più o meno democratiche devono aver il coraggio di dire: "Se nei nostri Paesi dovessero costituirsi partiti, movimenti, circoli intellettuali e accademici filo-Mussolini, filo-Hitler e persino filo-Stalin...

... ebbene, dobbiamo essere in grado di contrastare culturalmente, politicamente e socialmente le spinte politiche, culturali e sociali che inevitabilmente starebbero (stanno) dietro quelle iniziative".

Perché tutto ciò che accade ha delle cause e degli effetti.

D'altra parte in Italia, ad esempio, il divieto di ricostituzione del partito fascista è stato ampiamente aggirato. E oggi - malgrado io non abbia nulla in comune con loro - devo ammettere che gli eredi del Msi si sono integrati nel sistema democratico. D'altronde altri partiti e partitini filofascisti si sono succeduti fino ad oggi malgrado quel divieto: da Avanguardia nazionale a Ordine nuovo, dalla Rosa dei venti fino al recente Ms di Rauti, a Forza nuova, al partituzzo coaugulato dalla nipote del Duce.

Né quel divieto ha evitato l'epoca dello stragismo (di estrema destra o commissionato all'estrema destra).

Piuttosto, nel Dopoguerra l'evoluzione democratica dei partiti filofascisti "legali" - oppure la loro scomparsa - non c'è stata perché qualche magistrato ha tolto le castagne dal fuoco alla società civile sottoscrivendo un'ordinanza; quell'evoluzione c'è stata perché la società a livello politico e culturale, malgrado tutto, ha elaborato gli anticorpi per indurre tali partiti e movimenti a trasformarsi in forze di destra democratiche o a scomparire.

Sul fronte del totalitarismo comunista, vale la stessa valutazione. Anzi, vale di più. Gramsci - la cui mente continuò, non a caso, a funzionare anche in carcere, malgrado le intenzioni dei tribunali speciali fascisti - è stato l'animatore di un'evoluzione tutta occidentale del pensiero marxista.

Gramsci contribuì così a trasformare un partito comunista italiano ideologicamente leninista e potenzialemnte totalitarista in quel Pci che invece - non senza attriti interni e contraddizioni - ha garantito la nascista dell'Italia democratica. E che, lungo la strada, s'è trasformato in un partito socialdemocratico, a sua volta in via di trasformazione in un partito ancora diverso (anzi, la vecchia guardia diessina dovrebbe decidersi a fare i conti più chiaramente con alcuni errori e alcune amnesie del passato).

MORALE -------------> Secondo me, tifare per l'arresto dei vari Irving neri e rossi in circolazione è inutile, dato che le elaborazioni intellettuali, pure quelle giudicate più perniciose, continuano a diffondersi malgrado sbarre, catene e confini (oggi più che mai). Inoltre provvedimenti penali come quelli adottati per Irving hanno pure controindicazioni serie: perché cercare di mettere quei fenomeni perniciosi "in isolamento" rispetto alla società ricorrendo a iniziative giudiziarie, da un lato crea vittime ed "eroi", dall'altro ritarda la creazione di queli anticorpi di cui ho scritto prima. Penso, insomma, che il miglior provvedimento da prendere contro l'Irving-Pensiero, e altri pensieri totalitaristi, sia quello che anche noi esercitiamo qui: stimolare la critica e l'autocritica; far sì che queste riflessioni contruiscano ha tenere sempre vivo quel sistema immunitario che è il principale garante della nostra libertà (e persino di quella di Irving).

Postato da: vinavil a 16:38 | link | commenti (7) |
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martedì, dicembre 06, 2005

CIAO PAPA'

SEI SCOMPARSO... ESATTAMENTE OGGI, UN ANNO FA ...

MI MANCHI, PAPA'...

MOLTO DI PIU' DI QUANTO POTESSI ASPETTARMI ...

SARA' BANALE DIRLO, MA SEI DENTRO DI ME.

HAI MESO RADICI DENTRO DI ME. TANTO.

NON ME L'ASPETTAVO, SONO SINCERO... EPPURE E' COSI'.

E SONO CONTENTO CHE SIA COSI' .

SII FELICE LASSU'.

E SALUTAMI LA MAMMA... 

:°-)*

VI VOGLIO BENE.

 COME SEMPRE D'ALTRONDE ...

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ricordi personali

lunedì, dicembre 05, 2005

Corriere del Mezzogiorno - BARI -
sezione: 1A CULTURA - data: 2005-12-04 num: - pag: 15
categoria: REDAZIONALE

Il procuratore militare di Roma Antonino Intelisano lo ha annunciato in un convegno a Barletta

Stragi di Rodi,

indaga anche la magistratura tedesca

 

 

(La mappa dei movimenti delle unità tedesche negli scontri del 9-11 settembre a Rodi tratta da Schenk  "Kampf um die Aegaeis", Hamburg, Mittler 2000)

La magistratura tedesca ha aperto a Monaco un'inchiesta sulle stragi, fra 1943 e 1944, dei nostri soldati di stanza a Rodi ( tra i quali centinaia di pugliesi) e sulla deportazione e lo sterminio di quasi tutti gli ebrei italiani che vivevano nell'isola. La conferma è giunta sabato 3 dicembre a Barletta dal procuratore militare di Roma Antonino Intelisano, nel corso del dibattito « Resistenza declassata. L'informazione negata » . Frattanto anche la Procura militare di Bari sta raccogliendo documentazione. Al dibattito, promosso dal Comune, hanno partecipato anche i giornalisti Franco Giustolisi dell' Espresso e Arcangelo Ferri di Rainews24 ; con loro, il direttore dell'Ipsaic, lo storico Vito Antonio Leuzzi, recentemente chiamato come consulente su quei fatti dalla magistratura militare barese.
Il mese scorso la tragica storia degli ebrei di Rodi era stata raccontata, attraverso le voci di superstiti, in un servizio di Levante, rubrica della Tgr Rai. Il sito Internet www.dodecaneso.org offre da tempo moltissima documentazione ( anche fotografica) su quegli episodi. Inoltre l'editore Giuntina ha pubblicato quest'anno una documentatissima opera di Ester Fintz Menascé, milanese di famiglia ebrea rodiota, docente all'Università di Milano. Il suo libro, Buio nell'isola del sole: Rodi 1943- 1945 ( 478 pagine, 150 foto; 20 euro), ha setacciato studi prima inaccessibili e raccolto moltissime testimonianze.
Rodi e le altre isole del Dodecaneso - nell'Egeo di fronte alla costa turca, oggi greche - erano state occupate dalle nostre forze armate durante la guerra italo- turca del 1912 ed erano divenute ufficialmente parte integrante del Regno d'Italia nel 1923, col Trattato di Losanna.


Dopo l' 8 settembre 1943 a Rodi la reazione della « Divisione Regina » agli attacchi tedeschi fu accanita. Ma poi, venuto a mancare il promesso intervento inglese, una rabbiosa reazione aerea tedesca e la cattura a tradimento dello stato maggiore della Divisione finirono per fiaccare la resistenza italiana. Rodi dovette capitolare l' 11 set tembre, sotto il martellamento degli aerei tedeschi e gli attacchi della Divisione corazzata Rhodos. L'ammiraglio Campioni, che si era rifiutato di imporre a tutti i reparti dell'Egeo di considerare nullo il proclama di Badoglio e di consegnare le armi ai tedeschi, fu deportato e successivamente condannato a morte da un tribunale fascista di Salò, nel maggio 1944 ( per questo è stato insignito della Medaglia d'oro al Valor militare).
Caduta la città di Rodi, numerosi italiani sottrattisi alla cattura da parte dei nazisti continuarono nella clandestinità la lotta contro gli occupanti. I fatti di Rodi costarono un prezzo altissimo: 11 mila soldati e ufficiali annegati, stipati come bestie dai tedeschi su navi scassate avviate al naufragio o al siluramento da parte di inconsapevoli sottomarini inglesi; 10 mila internati in Germania; 124 caduti in combattimento; quasi 200 fucilati; 150 morti di denutrizione nei campi di concentramento tedeschi sull'isola; i 1.805 ebrei di Rodi e Coo, in gran parte cittadini italiani, rastrellati il 23 luglio 1944, deportati ad Auschwitz e quasi tutti sterminati ( mille di loro il giorno dell'arrivo): tornarono in 183.
Un capitolo rimosso di storia italiana che si spera stia tor nando ora alla ribalta. Per la cronaca, il generale Otto Wagener, generale delle Ss e comandante a Rodi ( disse: « Gli italiani hanno vissuto da cani e da cani devono morire » ) , il capitano Helmut Meeske, i maggiori Johann Koch e Herbert Nicklas, l'ufficiale medico Christian Korsukewitz, il tenente Paul Walter Mai, il sottotenente Willy Hansky, il caporale Johann Felten, l'interprete Georg Dallago furono processati dal Tribunale Militare di Roma. Erano stati gli inglesi a consegnarli alla giustizia italiana. Vennero condannati con la sua sentenza n. 170/ 43 del 16 ottobre 1948: Wagener a 15 anni di reclusione, Niklas a 10 anni, Mai a 12. Però nel 1951, con decreti presidenziali, fu condonata loro la pena residua e furono liberati.

(1944, parata sulla piazza Balbo  di Rodi per il compleanno di Hitler. L'ufficiale che fa il saluto nazista in primo piano è Otto Wagener.   


Wagener, nazista della prima ora e amico di Hitler, morirà nel suo letto nel 1971, come libero cittadino della Repubblica Federale Tedesca. Invece le salme degli italiani rintracciate a Rodi furono riportate a Bari nel 1957 e sepolte nel Sacrario. La lista ufficiale dei caduti, in ordine alfabetico, comincia col nome di un pugliese: Abbinante Michele ( Caporale) 9- 9- 1943 - 374 Carbonara ( Bari).

Marco Brando

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Corriere del Mezzogiorno - BARI -
sezione: 1A PAGINA - data: 2005-12-04 num: - pag: 1

E- MAIL 

 

@

di Marco Brando


Bari, un aeroporto

a prova di KWJY


A: Nichi Vendola Presidente Regione Puglia

Gentile presidente,

come desiderava, da domani l' aeroporto barese si chiamerà « Karol Wojtyla » . Siamo certi che aspiranti come Federico II di Svevia ( non autoctono pure lui) e San Nicola ( extracomunitario nato in Asia minore) non obietteranno. Ma urge martellare i pugliesi con corsi di corretta grafia: non osiamo immaginare le conseguenze di tutte quelle K, W, J e Y ...

m. brando@ corrieredelmezzogiorno. it

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sabato, dicembre 03, 2005

 LAICITA' BISTRATTATA

 

 

(Comunicato dell'Alleanza evangelica italiana)

 

 

 

In occasione del terzo anniversario della visita di papa Giovanni Paolo II al Parlamento italiano, le autorità di Montecitorio hanno avuto la brillante idea di ricordare l'evento scoprendo una targa lignea nell'Aula della Camera. Alla presenza del Presidente della Repubblica, un lungo e commosso applauso ha salutato l'evento. Da ora in poi, quindi, nel luogo che rappresenta le istituzioni repubblicane (il Parlamento) ci sarà a perenne memoria un ricordo di "Sua Santità" e del giorno che, a dispetto di tanta retorica clericale, ha rappresentato un ferita per lo stato laico italiano. 

Il termine laicità è stato strapazzato nei discorsi ufficiali tenuti nel corso della cerimonia. Tanto citato quanto stravolto. Quale laicità può esserci in una targa che ricorda un papa (chiamandolo con il poco laico "Sua Santità") nel luogo per eccellenza della laicità dello stato e che dovrebbe rappresentare tutti i cittadini, anche quelli che il papa non lo riconoscono né come loro capo religioso, né come "santità"? Anche questa volta, le alte autorità dello stato hanno dato prova di un grave deficit di laicità assimilata e promossa. Hanno invece ancora una volta dimostrato un pericoloso atteggiamento di asservimento al potere della gerarchia della chiesa di Roma, a detrimento della distinzione tra stato e chiesa. 

Nel discorso di papa Benedetto XVI, al danno si è aggiunta anche la beffa. Il papa ha detto che la chiesa "non intende rivendicare per sé alcun privilegio ma soltanto la possibilità di adempiere alla propria missione nel rispetto della laicità dello Stato". Anche il papa, quindi, si è permesso di fare una lezione sulla laicità! Nel rispetto del suo pensiero e della carica che rappresenta, le sue parole sono al limite dell'offesa del buon senso. Chi non è al corrente del fatto che la chiesa di Roma ha e difende a denti stretti dei privilegi che non ha nessuna intenzione di mollare? 

Non è un privilegio essere trattata in modo diverso dalla Costituzione stessa rispetto alle altre confessioni religiose? Non è un privilegio trattare con lo stato italiano in quanto stato (il Vaticano) e non come chiesa come fanno tutte le altre confessioni? Non è un privilegio essere titolare dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, tra l'altro pagato dallo stato laico? Non è un privilegio avere i microfoni dei media sempre aperti al minimo starnuto delle autorità religiose? Non è un privilegio aver ricevuto e ricevere ingenti fondi per la manutenzione del proprio patrimonio immobiliare (vedi Anno santo del 2000)? La lista potrebbe continuare. 

Se il papa davvero non vuole privilegi, farebbe bene ad iniziare a smantellare unilateralmente il sistema dei privilegi di cui la sua chiesa gode in Italia. Altrimenti, è meglio che stia zitto su questo argomento e ci pensi bene prima di dare lezioni su un argomento su cui ha molto da imparare. 

 

 

 

Roberto Mazzeschi 

Alleanza Evangelica Italiana 

 

Vicolo S. Agata 20  

 

00153 Roma  

 

www.alleanzaevangelica.org

 

Roma, 14/11/2005

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religione, società, belle pensate

venerdì, dicembre 02, 2005

ID: 6538376
  Testata_Ultima_Pubbl: PUGLIA
  Data_Inserimento: 25/11/2005
  Data_Ultima_Pubbl: 25/11/2005
  Pagina_Ultima_Pubbl: 15
 

 L’INTERVISTA

TOUBERT

LO STORICO FRANCESE, VICEPRESIDENTE DEL CENTRO STUDI NORMANNO-SVEVI, PARLA DI BORBONI, XENOFOBIA E FANTASTORIA

Il Medioevo meridionale

dimenticato insieme a Croce

di MARCO BRANDO

 
 


 

Pierre Toubert, professore di Storia medievale alla Sorbona, passato poi al Collège de France e ora anche presidente de l’Institut de France, dal 2002 vicepresidente del Centro di studi normanno-svevi dell’Università di Bari, è tra gli studiosi più noti della medievistica contemporanea. Da oltre un trentennio la sua opera rappresenta un punto fermo negli studi sulle società rurali, sulle forme d’insediamento e sulle fortificazioni dell’Europa mediterranea medievale: sulla base di un approccio globale alla storia, secondo principi metodologici a suo tempo teorizzati in un noto scritto insieme a Jacques Le Goff.

Professore, qual è l’impatto di un francese con la realtà del Mezzogiorno d’Italia?

«Devo confessare che sono un francese che si sente poco rappresentativo del tipo nazionale più comune. Di stirpe, sono un catalano puro, attaccatissimo alla mia terra del Rossiglione, tra Francia e Spagna. Non solo: sono nato in Africa e la mia gioventù ha visto Algeri e Orano. Poi sono tornato in Francia, senza lasciare il Mediterraneo, e ho compiuto studi liceali a Marsiglia. Se aggiungo che sono sposato ad una còrsa, è ben chiaro che più che un francese sono, diciamo così…, un latino. Direi che mi sento più a casa mia qui in Italia che nella Francia del Nord. Per fortuna posso contare sulla ben nota adattabilità della gente latina. Forse devo a queste radici anche la mia vocazione di medievalista italianista».

Insomma, lei è un vero rappresentante del meticciato europeo e mediterraneo, come direbbe il presidente della Puglia Nichi Vendola. Caratteristica che gode di alterne fortune. Basti vedere quel che sta succedendo nella sua Parigi. E quel che da tempo accade in Italia, dove un partito come la Lega Nord sbandiera un nazionalismo con presunte radici celtiche. Che ne pensa?

«Per uno storico tutti i nazionalismi sono organi spenti. Il mestiere dello storico è capire per sorpassare. Comunque non direi che siamo di fronte a un fenomeno solo italiano: capita anche in Francia, Germania o Spagna, C’è un proliferare di movimenti di destra che si richiamano a radici etnico-nazionali; c’è insomma il terreno già pronto per una diffusa xenofobia. Basti pensare che i risultati che in Francia l’estrema destra di Jean Marie Le Pen ha ottenuto alla presidenziali del 2002 (prevalse sul candidato socialista, andando al ballottaggio con Chirac, ndr)».

In Italia infatti si tende ancora - a livello storiografico, culturale e politico - a sottovalutare il Mezzogiorno. Anche per quel che riguarda il Medioevo, prevale una lettura basata su Centro-Nord del Paese. Non le pare?

«In effetti è così. Eppure c’è stato un tempo in cui l’apporto crociano contribuì a far valere il peso del medioevo meridionale italiano. E da molti anni gli studi economico-sociali hanno messo in evidenza che il Sud Italia non era affatto arretrato rispetto al Nord. Viene quasi la tentazione di ricorrere alla fantastoria…».

Fantastoria? In che senso?

«Ad esempio: cosa avrebbero potuto fare i Borboni per l’unità dell’Italia? Cosa sarebbe accaduto se Carlo III non fosse diventato re di Spagna e fosse rimasto in Italia (Carlo di Borbone - Madrid, 1716/1788 - figlio di Elisabetta Farnese e di Filippo V di Spagna, fu Re di Napoli e Sicilia dal 1735 al 1759 e Re di Spagna dal 1759 al 1788; grande sovrano illuminista lascio il trono italiano al fratello Ferdinando I, uomo di tutt’altra pasta, ndr). In fondo i Savoia sono stati una dinastia dalla fama non proprio limpida. Per giunta in balìa del francese Napoleone III. Direi che nella prima metà dell’Ottocento i giochi non erano fatti e avrebbe potuto prevalere un destino diverso. Oltretutto, il Sud aveva un’economia rurale più ricca di quella del Nord e in alcune città c’erano stati i segni della rivoluzione industriale».

Oggi il divario è più marcato.

«Non ha senso parlare della Napoli di allora come se si parlasse della Napoli di oggi rispetto alla Milano odierna. Sul passato, c’è stata una distorsione, frutto non solo dell’ignoranza della storia ma anche dell’ignoranza della storiografia. Inoltre, come dicevo, è andata in buona parte dispersa l’eredità di Benedetto Croce».

Per tornare ai celti, il suo collega barese Raffaele Licinio, direttore del Centro di studi normanno-svevi di Bari, ha sostenuto che l’eredità lasciata dai normanni al Mezzogiorno italiano è assai più concreta di quella celtica, celebrata dalla Lega di Bossi per quel che riguarda il Nord. Concorda?

«Sì. Quella nel Sud Italia è stata l’unica esperienza politico-sociale dei normanni lontano dalla Normandia».

Qual è il contributo dato in questo campo dal Centro, di cui lei è vicepresidente?

«Il Centro è molto noto, di grande visibilità, grazie alla regolarità con cui sono svolte le eccellenti giornate normanno-sveve (con scadenza biennale, ndr) e alla tempestività con sono diffuse le relative pubblicazioni. Sta riscuotendo interesse anche tra il grande pubblico. Malgrado i mezzi finanziari scarsi. Al contrario, iniziative come le settimane di Prato per lo studio dell’economia tardo medievale, svolte con grandi mezzi e grandi nomi, non lasciano traccia. Ne approfitto per ricordare il caro amico Giosuè Musca (professore di Storia medievale a Bari e direttore del Centro dal 1982 al 2002, ndr), recentemente scomparso, che si è dedicato al Centro studi come a un santuario».

Ha parlato di mezzi scarsi. Anche in Francia i fondi per la ricerca sono sempre meno?

«Sì. Però in Francia siamo partiti da finanziamenti più alti, quindi si scende verso il basso più lentamente. La mancanza di una politica delle ricerca efficace è un problema in tutta Europa, ma in Italia è davvero difficile andare avanti. Tanto è vero che in tutti i campi scientifici si assiste a un esodo dei ricercatori italiani verso l’estero».

In attesa di tempi migliori, il Medioevo interessa molto la gente, anche se si tratta spesso di un Medioevo immaginario, cinematografico. In Italia si stanno rivalutando le antiche vie medievali dei pellegrini, soprattutto in chiave turistica. Anche in Puglia, con la riscoperta della via francigena meridionale e della via dei Longobardi. Come giudica questa tendenza?

«Per certi versi, va bene. La storia delle aree stradali deve aver colpito molto i burocrati di Bruxelles, che hanno deciso di dedicarvi finanziamenti. Con effetti benefici sul piano industriale-turistico ma assai meno rilevanti su quello della ricerca».

Cosa intende dire?

«Che, ad esempio, dal punto di vista storiografico del cammino di Santiago si sa già tutto da mezzo secolo, senza bisogno di aspettare la burocrazia di Bruxelles. Semmai adesso bisogna vigilare».

Perché?

«Per evitare che gli interessi economici abbiano la meglio su quelli scientifici e culturali. In Grecia già si concede di intraprendere campagne archeologiche solo a chi può dimostrare di aver i soldi necessari per trasformare i siti in luoghi turistici. Si rischia di dover assistere alla ricostruzione di un passato che non è mai esistito. Lo sviluppo turistico non può diventare un'occasione per fare scempi. La Puglia deve fare le cose con intelligenza: ha a disposizione un capitale eccezionale, che deve saper conservare».

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