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Professione Reporter

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Dal 16 aprile 2007 sono tornato a Milano: faccio il vicecaporedattore di City, il quotidiano free press della Rcs. Fino a quella data qui avreste letto soltanto: "Raccolta di articoli (miei) e di riflessioni (sempre mie o in alcuni casi prese in prestito) che altrimenti leggerebbero solo in Puglia (lavoro per il "Corriere del Mezzogiorno", dorso di cronaca pugliese allegato al "Corriere della Sera")". Ah, dimenticavo: tranquilli/e... Sono consapevole del fatto che, per dirla con Indro Montanelli, "noi giornalisti scriviamo sull'acqua e abbiamo una vita effimera, come le farfalle". Infine: devo forse sottolineare che questo blog non è una testata giornalistica e che viene aggiornato senza alcuna periodicità? E pure che, pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001? Scriviamolo, visti i tempi che corrono...

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Utente: vinavil
Nome: Marco Brando
Un ex giornalista di provincia ... Ora tornato nella metropoli (beh, Milano - nel suo piccolo - lo è) :-)

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lunedì, dicembre 14, 2009

PUGLIA, IDENTITA' E GLOBALIZZAZIONE*



* è il mio intervento svolto a Bari l'11 dicembre 2009, in occasione della tavola rotonda svolta nell'ambito di "Building Apulia, a cura della Biblioteca del Consiglio regionale della Puglia






E se dicessimo che la Puglia non esiste? Confesso: come provocazione è datata. Già negli anni Cinquanta il grande geografo Lucio Gambi (1920-2006) - che aprì la geografia al contributo metodologico della ricerca storica, letteraria, sociologica e demografica - affermò che le regioni italiane sono state costruite sulla traccia di una tradizione umanistica ottocentesca. . Poi affermò: . Porsi la domanda non è quindi fuori luogo. Ed è lecito pure chiedersi cosa siano altre regioni italiane. Soprattutto di fronte a un fenomeno - il leghismo - che di un certo ha fatto un cavallo di battaglia.



Dunque, la qualifica di , così com'è utilizzata nel nostro Paese, non è condivisa da tutti: né dal punto di vista etnico né da quello economico né da quello geografico. D'altra parte, la percezione e poi il progetto della geografia della nazione – avviati con il Risorgimento - erano legati all'idea dell'espansione e alla conseguente necessità di definire confini. Solo negli anni Cinquanta è stata messa in discussione da alcuni, come Lucio Gambi, appunto. Non a caso. Per tornare alla Puglia, ancora nell'immediato Dopoguerra, durante i lavori della Costituente, rischiarono di nascere la regione Daunia e la regione Salento. Tentazioni tornate un po' in voga nell'ultimo decennio.



Se fosse successo, oggi cosa sarebbe la Puglia? Forse solo il cosiddetto Barese? Di certo la Puglia del 2009 è una sorta di arcipelago. Dal punto di vista dei dialetti, delle radici culturali, delle relazioni economiche, è molto diversa da Nord a Sud: diciamo che è ancora "le Puglie", com'era chiamata un tempo non lontano, piuttosto che "la Puglia". D'altra parte nel Medioevo - ai tempi di Federico II di Svevia per capirci - per "Apulia" si intendeva tutto il Sud Italia, escluse le isole. Certo, essendo stata poi costruita, soprattutto nell'ultimo Dopoguerra, la Puglia con determinati confini geografici, quei confini di fatto esistono. E influiscono sull'immaginario. La televisione - i telegiornali regionali, ad esempio - oggi contribuiscono a creare un'identità costruita su misura per quella realtà territoriale.



Tuttavia resta il fatto che l'identità della nostra Puglia non è data una volta per tutte. Oggi - nel XXI secolo - ci dobbiamo domandare quali siano le sue identità: non una, molte. Tanto più che si sono diluiti e sono quasi scomparsi stereotipi novecenteschi: la Puglia rossa e bracciantile, la Puglia che si identificava nel primato orgoglioso di Bari, la Puglia operaia della grande industria degli anni Sessanta-Settanta. Il quadro è più variegato, ha vari centri. E non c'è niente di male ad avere un'identità composta di tante identità, anche contrapposte: ovviamente non sono racchiuse nei confini amministrativi pugliesi ma riguardano la storia di questo Mezzogiorno e di questa Italia. Però si deve fare attenzione. La nostra è un'Italia in cui i concetti di "identità" e di "radici" vengono spesso manipolati, inventati, distorti. A volte in buona fede, più spesso in cattiva fede: basti pensare alla Lega Nord e alla questione dei dialetti, a quella dell'inno e delle bandiere regionali, fino alla proposta di regionalizzare l'istruzione.



Ecco, non c'è niente di peggio delle identità inventate a tavolino, enfatizzate e propinate attraverso la propaganda, cosicché alcuni localismi, impugnati da élite dotate di sufficiente potere, vengono gonfiati. Risultato: le regioni vogliono diventare stati, i dialetti lingue e così via. Si finisce - come ha scritto di recente il rettore dell'Università di Foggia Giuliano Volpe - per usare l'identità non come un elemento di auto consapevolezza e di maturità, ma come una mazza da usare contro gli altri. Miti contrapposti a miti, identità schierate contro identità, persino uno pseudo-Medioevo che divide pezzi di Italia. Con la storia manipolata in maniera spregiudicata.



Pertanto più che di identità è molto meglio parlare di un più complesso "patrimonio di diversità". Di una storia plurale, fatta di territori diversi e diverse tradizioni. Guai a costruire confini e steccati. Certo, bisogna fare i conti con la cosiddetta globalizzazione, che sembra nata per appiattire le diversità. Ma - di fronte al rischio di una omogeneizzazione planetaria delle culture - una cosa è reagire incrementando i motivi della propria originalità attraverso una continua auto-re-invenzione. Altra cosa è fare un uso politico dell’identità culturale



Oggi la Puglia è sospesa tra natura e sviluppo, tra arcaismi - qualcuno c'è ancora - e modernità. E' una regione che è stata oggetto di una sperimentazione complessa. L'insediamento siderurgico a Taranto, il più grande d'Europa, la centrale Enel di Brindisi, gli insediamenti Eni nella Capitanata: furono strutture calate in un’economia allora agricola e in una formidabile natura. Ne nacque un nuovo ordine: benessere diffuso, microborghesia, poca campagna, con i figli dei mezzadri che scelsero l'Italsider e con una crescita spesso caotica di città e paesi. Questo nuovo mondo è durato per più di 40 anni. Attualmente si assiste a un'altra transizione: le tracce del vecchio ordine, quello che resta della natura incontaminata e quello che si recupera dell'architettura della società agraria (masserie, centri storici), vengono riscoperti e messi al servizio del modello turistico.



La prospettiva di questa ulteriore trasformazione economica - che non vale solo per la Puglia, ma per tutto il Sud e per altre zone del Paese - pone due quesiti. Lo sfruttamento massiccio del turismo è davvero una prospettiva? E che cosa costerà? Proprio nell'economia turistica c'è il principale paradosso della globalizzazione: porta ricchezza ma può determinare perdita d'identità. La Puglia, come l'Italia, la sta perdendo: lo segnalano i gerani in stile tirolese sui balconi nei centri storici, i prati inglesi nelle masserie, i trulli rimessi in ordine e arredati con mobili che vengono da Bali. Ecco. La difficoltà di un’economia turistica moderna sta in questo: trovare il modo di conservare il massimo possibile della vecchia aria per poi metterla in commercio.



E la difficoltà degli intellettuali qual è oggi? Trovare il modo di lasciare in eredità alle giovani generazioni la capacità di tutelare il proprio passato per inventare il proprio futuro, senza cedere alla tentazione di barricarsi al suo interno. Difficile? Facile non è. Ma i pugliesi sono abituati alla sfide. . Quella testarda laboriosità probabilmente c'è ancora. Di sicuro, serve ancora.

Postato da: vinavil a 16:08 | link | commenti |
riflessioni, globalizzazione, interventi, mezzogiorno, società, ©

martedì, novembre 03, 2009

Pubblicato il 3 novembre 2009 su FfWeb Magazine
http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=2652&Cat=1&I=../immagini/Foto%20D-F/degan2_int.gif&IdTipo=0&TitoloBlocco=L'Intervento&Codi_Cate_Arti=40

Secondo Cardini, un film storico dovrebbe evitare le "truffe interpretative"

"Barbarossa"? 
Solo un alibi identitario

di Marco Brando*In questi giorni circola il film Barbarossa, voluto fortemente da Umberto Bossi, che addirittura vi recita una piccola parte. Sostenuto dalla Rai e costato 30 milioni, si propone come l’“opera culto” della Lega Nord. Il film, diretto da Renzo Martinelli, è stato sponsorizzato dallo stesso premier Silvio Berlusconi, che ha partecipato il 2 ottobre scorso alla prima nel cortile del Castello Sforzesco di Milano: con lui Bossi e i ministri Roberto Maroni, Roberto Calderoli e Giulio Tremonti. Il castello ha così ospitato un lungometraggio girato – per risparmiare – soprattutto in Romania. Laggiù sono state ricostruite Legnano e Milano, per rievocare le vicende che avrebbero portato nel 1176 alla fatidica battaglia di Legnano contro l’imperatore tedesco Federico I di Svevia, detto il Barbarossa: inclusa la distruzione di Milano da parte degli imperiali nel 1162 e il ruolo svolto da Alberto da Giussano, condottiero della Compagnia della Morte e stratega della vittoria. Risultato: ora anche il partito di Bossi - prima costretto a citareBravehart come film simbolo dell'indipendenza dei popoli - ha la sua icona cinematografica. «Alberto da Giussano è un passaggio che amo molto. In lui rivedo e rivivo quello spirito che muove un popolo a conquistare i propri diritti e la propria libertà, mettendo a rischio la vita stessa», ha scritto quel giorno, sulla Padania, Umberto Bossi. Ma davvero la Lega Nord, nel ventunesimo secolo, aveva bisogno di consolidare i fantasiosi pilastri medievali - quelli cosiddetti "celtici" sono noti - della sua mitologia con un film come questo? ProprioBarbarossa offre l’occasione per fare un piccolo ragionamento sull’uso - e sull’abuso - della storia in Italia. Si può prendere spunto dalla valutazione che Sergio Romano ha fatto il 23 ottobre scorso sulCorriere della Sera: noi italiani «siamo uniti dalla geografia, dalla lingua, dall’esistenza di istituzioni centrali, dall’amore-odio per la Chiesa e dalla familiarità di tutti gli italiani con la religione cattolica. Ma abbiamo storie diverse che emergono alla superficie ogniqualvolta il paese attraversa momenti di forte tensione politica». 

Ebbene, questo film ne è un esempio. Tanto è vero che, all’inizio del progetto, il consulente sul fronte storiografico era il noto medievista Franco Cardini, poi escluso, con suo grande e non celato disappunto. Lo stesso Cardini ha riconosciuto «che a un film non si richiede mai una scrupolosa fedeltà alla storia… Dovrebbero tuttavia, in un film che si presenta come storico, essere evitati i fraintendimenti gravi, le truffe interpretative». Barbarossa ha una trama saldamente legata alla ricostruzione dei fatti elaborata durante il Risorgimento - ironia della sorte, detestato da Bossi - in chiave patriottica e, all'epoca, antitedesca. 

Una ricostruzione riadattata però da Martinelli in senso leghista e basata su una falsificazione: giustificata dalla necessità di beatificare l'antica Lega lombarda in modo da garantire la genuinità delle aspirazioni di quella odierna. Ad esempio, è probabile che il giuramento di Pontida non ci sia mai stato o non abbia avuto la rilevanza attribuitagli. Di certo, non è mai esistito Alberto da Giussano, assai caro ai leghisti, tanto da essere rappresentato sulle loro bandiere. Solo nella prima metà del Trecento, quasi due secoli dopo la battaglia di Legnano, il frate Galvano Fiamma, cappellano dei Visconti - la cui casata dominò Milano - saltò il capitano della Lega lombarda, senza però fornire alcuna prova. La cronaca fu scritta proprio per compiacere i Visconti, ricostruendo la storia di Milano in toni epici. Finché nell'Ottocento Giosué Carducci, con La Canzone di Legnano, consacrò Alberto da Giussano, trasformando una figura mitologica nella parvenza di un vero condottiero in carne e ossa.  
  
È anche sbagliato - ricorda Cardini - «mostrare il Barbarossa come una specie di "dittatore centralista", per giunta "straniero", che spietatamente impone il suo tallone di ferro e le sue ruberie fiscali a un popolo oppresso, il quale alla fine giustamente si ribella». Perché? Nella realtà storica, la Lombardia della metà del dodicesimo secolo era minacciata da Milano, un comune che mirava a espandersi a spese delle città vicine. Federico intervenne in quella zona – sulla quale aveva diritto di governare perché re d’Italia e di Germania – per ristabilire sicurezza e ordine, sulla base del diritto romano giustinianeo. E Milano era così invisa che nel 1162 furono cremonesi, lodigiani, pavesi e comaschi a darsi da fare con entusiasmo per raderla al suolo, risparmiando la fatica all'imperatore. Certo, la battaglia di Legnano finì con la vittoria dei comuni ribelli, che volevano mantenere i loro privilegi pur senza rinnegare l'impero. Però pochi mesi dopo Barbarossa stipulò con quei comuni una pace destinata a durare a lungo. Il conflitto riprese con suo nipote Federico II, che a sua volta contò sulla fedeltà di molte città della cosidetta Padania. Non solo: alla fine anche Milano - leader della ribellione - nel quattordicesimo secolo, con i Visconti, diventò ghibellina. 
  
Insomma, ci sarebbe meno da ridire se Barbarossa fosse stato prodotto solo con una logica commerciale: d'altra parte quanti film su Robin Hood abbiamo visto. In questo caso, però, la Lega Nord lo ha "imposto" alla Rai, per celebrarlo poi in pompa magna. Con l'obiettivo palese di fornire ufficialmente un forte alibi identitario. Così da confermare che il popolo della Padania - altro termine inventato a tavolino dalla Lega - e dintorni da sempre è stato un'unica nazione: capace di lottare, senza defezioni, contro il "potere centralista". E pure un modo per dimostrare che il suddetto popolo ha nel  proprio patrimonio genetico un'innata superiorità morale, se non razziale. Quella stessa presunta superiorità che oggi giustifica la pretesa leghista di rappresentare uno Stato, adattatosi solo per cause di forza maggiore - il vituperato Risorgimento, soprattutto - a convivere con altri popoli della Penisola. Questo magazine ha definito la saga di Obelix e Asterix un «monumento alla paura del nuovo e del diverso». Ma quello è "solo" un celeberrimo fumetto. Questo film è un esempio superlativo e consapevole dell'uso della storia da parte di un importante partito. Certamente tale fenomeno - nel Novecento - ha già fatto molti danni in Italia. Ma almeno riguardava solo la nostra storia contemporanea, nell'epoca dei totalitarismi. Il fatto che si vadano a manipolare eventi del dodicesimo secolo per seminare pregiudizi nel ventunesimo secolo è forse ancora più preoccupante. 


*Autore del libro Lo strano caso di Federico II di Svevia. Un mito medievale nella cultura di massa

3 novembre 2009

Postato da: MARCOBRANDO a 11:20 | link | commenti |
storia, articoli, tempi moderni, medioevo, belle pensate , ©

lunedì, ottobre 19, 2009

Corriere della Sera.it
MILANO — L’avevamo rele­gata alla commedia all’italiana di Totò e Albertone. La Cassa­zione l’aveva addirittura bolla­ta come «sconveniente» con la sentenza numero 138 del 2006. E tutto sommato era ve­nuta a noia pure ai politici, che ne avevano pomposamente abusato a cavallo tra la Prima e la Seconda Repubblica. Ma il peggio non conosce vergogna. E così, per i corsi e ricorsi Leggi ancora...

Postato da: vinavil a 12:20 | link | commenti |

mercoledì, ottobre 14, 2009

Corriere della Sera.it
È pertinente che un mero dizionario, anziché indulgere a un’idea di sé quale melensa ancorché alfabetica accozzaglia di lemmi, nutra invece la brama di una lingua intesa come eloquio ricco, facondo e forbito, che contenga luoghi non solo belli ma almeno talvolta ameni, brioche non solo buone ma talora fragranti, insomma una lingua che sappia distinguere la noia dal tedio più tetro e magari Leggi ancora...

Postato da: vinavil a 11:28 | link | commenti |

martedì, settembre 22, 2009

IL PREMIER NON AMMETTERA' PIU' DA PARTE DEI GIORNALISTI DOMANDE SUL GOSSIP E ACCETTERA' SOLO QUELLE "DI POLITICA VERA". IN CASO DI NECESSITA', SEMBRA..., POTRA' ANCHE FARSI LE DOMANDE DA SOLO. AMEN.

Postato da: vinavil a 16:23 | link | commenti (2) |
politica